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Marco Ercolani, Per Lorenzo Pittaluga. Tellustratti 5
S.Olcese
S.Olcese 
18 Ottobre 2006
 
 
Da un “denso incantamento” scaturiscono versi, quali quelli presentati, la cui peculiare ritmicità rende vivida testimonianza di lucidi sbigottimenti, propri di visionarie, non sempre dolorose, intime consapevolezze. Li propone, acuto e partecipe, in ricordo di Lorenzo Pittaluga, il poeta e saggista Marco Ercolani che volentieri accogliamo nella rubrica “Tellustratti”. (Marco Furia)
 
 
PER LORENZO PITTALUGA. TELLUSTRATTI 6
 
Lorenzo Pittaluga nasce nel 1967 a Cremeno di S. Olcese, nei dintorni di Genova. La prima plaquette, del 1987 ha come titolo un verso di Rimbaud, Arcobaleni tesi come redini. È del 1989 la prima plaquette poetica: Marginali annotazioni di un modesto ventriloquo di provincia. La rivista Arca pubblica nel 1994 le sue “Poesie del primo giorno”. Nel 1992 esce Arca di fiume. Per le edizioni Campanotto, nel 1994, pubblica Le ore della sete. Pochi giorni dopo il Natale del 1995, durante l’ennesimo ricovero psichiatrico, si toglie la vita. Nel 1997 esce postumo, per le edizioni Graphos, L’indulgenza, a cura di Marco Ercolani ed Elio Grasso. Nel 1999 Campanotto pubblica La buona lentezza, su iniziativa del Comune di S. Olcese, con due brevi saggi degli stessi curatori del libro precedente. Poesie di Lorenzo appaiono anche in due libriccini Pulcinoelefante, a cura di Alberto Casiraghi: Corda in controcanto e Scostati dal coro.
 
***
 
Lorenzo Pittaluga cerca una condizione poetica dove la sospensione del senso e l’incantamento della metafora inventa “sequenze seriali” di sorprendente evidenza. Lorenzo non accumula immagini disordinate e surreali ma le dispone nella pagina con grande perizia metrica e ritmica, non immune da virtuosismi linguistici, del tutto intuitivi. Il suo discorso, apparentemente ermetico e alogico, cerca una comunicazione affannosa, in bilico fra stralunatezza e cantabilità. Pittaluga si mostra originale quando, da un tessuto poetico immaginoso e fluttuante, mette a nudo, seccamente, il dolore della sua psicosi: allora, in mezzo alle criptiche fantasmagorie della lingua, notiamo una profondità nata non tanto dalla potenza di un significato ma dall’intreccio magico delle parole.
Se è vero che la malattia psichica determina spesso una sensibilità prodigiosa, da esseri scorticati, come se non ci fosse più lo schermo della pelle a proteggere dalla percezione esterna del mondo e mancassero gli strumenti di difesa contro l’invasione interna dei fantasmi, di questa sensibilità da “invasato” Lorenzo si fa testimone e ce ne restituisce il brivido. Il brivido è il rapporto fra un corpo-psiche che si dibatte nei limiti odiati e un oltre-corpo, un’oltre-psiche, che non può prescindere, però, da quei limiti e da quella sofferenza. 
Quando Pittaluga ha voluto fuggire dalla sua vita presente e dall’inevitabile cronicità della sofferenza psichica – ricoveri protratti, abusi farmacologici, episodi confusionali – non lo ha fatto in modo sommesso ma come un tuffo euforico nell’ignoto, pervaso dalla stessa esaltazione con cui raccontava i suoi deliri a me, suo amico e psichiatra. Per Lorenzo la vita non è mai solo la vita ma la metafora della vita. E oggi, con la sua esistenza assente, esemplifica una verità assoluta: un poeta non può che pensare l’oltre. «Io non resisto ai princìpi / senza vera sostanza, / presento un resto, / un ritardo tra gli uomini» Lorenzo non ha avuto il tempo di raggiungere, tra il sé e non il sé, una sorta di equilibrio in cui riformulare in termini meno drammatici la sua personale scommessa contro “il mondo così come è”. Lorenzo si è perduto. Ma forse, oggi, a oltre dieci anni dalla scomparsa, rimane il suo tragico “modo” di dire che la vita è straordinaria e va vissuta anche perdendola.
Con la sua poesia Pittaluga non ha riscattato nessun dolore biografico, né spiegato nulla. Si è solo “percorso”. Il mondo è sempre pieno di “accartocciate grida” che cercano di sfuggire al silenzio. Lorenzo leggeva prosa e poesia in modo febbrile, apparentemente con scarsa concentrazione, ma si imbeveva come una spugna delle parole altrui. Assorbiva parole da ogni stimolo esterno, da ogni sensazione, come se non avesse potuto far altro che questo: immergersi nella materia delle parole, nella sintassi in cui combinava, articolava, disarticolava il linguaggio. Come se, non essendo facile vivere, si potesse sostituire la vita con l’incantesimo deforme di una parola “liberata” dai vincoli del significato.
Lorenzo usava modi e metri diversi: non era naif, in poesia, né selvaggio né istintivo, ma, al contrario, meticoloso e ossessivo. Non poteva tacere. Doveva esprimersi. Ma non è vissuto abbastanza per mettere in rapporto le sue parole con la sua vita: ha vissuto quelle e questa come due universi non comunicanti che, nell’attimo in cui si fossero compenetrati, sarebbero andati in cortocuircuito.
Oggi, però, non importa a nessuno sapere nessuna “verità” sulla sua avventura terrena. Del suo sforzo di rendere le parole vere e vive Lorenzo ci lascia una scia definita. Ci rivela come abbia potuto, in assenza di una vita normale, scrivere una poesia infelice ma decisiva, posseduta dal sogno di una euforica trascendenza, nutrita dalla complicità con la morte, sì, ma immersa nella vita, con ostinazione, anche quando la vita, per lui, si riduceva a essere soltanto un gruppo di parole. Ma quelle parole - la loro forma, il loro intrico, il loro addensarsi e respingersi - erano il suo modo di rappresentare/nascondere un nodo biografico troppo doloroso che con altre parole – quelle della terapia, forse della guarigione – non avrebbe saputo e potuto sciogliere.
Forse Lorenzo non ha sciolto nulla del suo destino. Lo testimonia la morte tragica, ma non improvvisa e non imprevista, simile a un urlo. Nella sua plaquette del 1989 scriveva «in un sussurro / impercettibile sussurro / dove le più tenere voci languiscono (cetre?) / al suono - / duro - / nella polvere / precipitato». Di questo precipitare - dal volo magnifico dell’Albatro baudelairiano alla sua goffa marcia sul ponte della nave - Pittaluga ha testimoniato, sentendosi “fantasma vero d’ogni inamovibile realtà”, essere umano affaticato dal peso della vita, pervaso dal desiderio di una metamorfosi (di una libertà) che sciogliesse i legami della sua psicosi. “Perché la cosa scritta non conta se non nella misura in cui è fedele al grido – scrive Jacques Rousselot parlando di un altro poeta non troppo distante da Lorenzo, Tristan Corbière.
 
 
POESIE
 
 
Scritture
 
Le scritture, le mie, naturalmente
nate postume, celano la forma
del riposo, del denso incantamento.
 
Versi da gogna nati per non restare,
per morire embrioni innalzati
dal mio ostinato orgoglio.
 
Leggimi di notte come io scrivo,
fallo pietosamente, con indulgenza,
perché, lo sai, sono nato sfinito.
 
Diritta non è la mia strada,
confuse le orme. Sulla selce,
calciato, è il mio volto incancrenito.
 
(L’indulgenza, 1997)
 
 
 
La forma
 
La forma più complessa
che t’imbianca come neve
perplessa, versa in te
tutti i fonemi più splendidi,
la forma più completa
che bene si sa rimodellare
per avere un canzone propria,
l’atroce storia
 
del mio quarto di secolo
mentre riaffiorano smussati
e più vaghi i sogni
di stanotte e sempre
a disdegno per le lotte
già perse in partenza
e tu col chiodo speranzoso
che come la radio riaccendo
 
(La buona lentezza, 1999)
 
 
 
Congedo
 
Con le sue parole
che non prendono l’osso del cuore,
parole rarefatte
 
che non schiudono le labbra altrui
in dolci fonemi. Ma io sono in un mondo
migliore, sono la foce
e la sorgente: sono Lorenzo.
 
 
(ivi, 1999)
 
 
 
Gemella alla parola
 
Vai per sondare questa pista cifrata -
a caratteri doppi - fra eterno e quel
poco d'acqua che ti ravvisa
uomo del posto - ricevendo quella
clausola di diritto
che sveltisce doveri fra doveri
e l'essere in svolto tema - percependo - è l'ora - il domestico
di questa carta sfoltendo l'itinerario.
 
(ivi, 1999)
 
 
 
Scostàti dal coro
 
Ora noi non abbiamo che noi – dobbiamo
scontare l’intrico di finitezze e mesti
 
orgogli: l’infinità non ci cerca:
siamo cantori stonati – senza
 
più sonore viole – scostati dal coro.
 
(Pulcinoelefante, 2002)
 
 
 
Vetro
 
Consumo le età
ne depongo
estreme – le impressioni
meno stabili, più incongrue.
Quel che è
quello a cui sei partecipe
volendo infrangere
muro farsi vetro
farsi memoria dell’evento
rimane.
 
Estati poggiate
su cirri bianchi
quando anche più
prevista – la pioggia
assale i finti viaggiatori
perduti in camere
dove fitto rimane
un nembo di fiati.
I due – intanto – sorvegliano
con clemenza il lutto presagìto
le spoglie il cadavere
di chi si è amato
giace su piccoli legni
indovinata l’essenza – l’integrità
del sogno dove amore imparo e vivo.
 
(inedito, 1993)

Foto allegate

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