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Scrittura introspettiva per immagini – 2. La brughiera
Giovanni Segantini,
Giovanni Segantini, 'Gli amanti alle fonti della vita' 
30 Luglio 2009
 

La brughiera


Era notte fonda; nella brughiera si respirava un'aria strana e a malapena John Mc Neil poteva ancora vedere l'irregolare sentiero illuminato dallo scarso chiarore della Luna piena, ormai completamente coperta da tetre nubi.

John, preoccupato, alzò lo sguardo e su di lui sparì l'ultimo raggio di Luna; ormai non vedeva altro che le sue mani tremanti e la sua attrezzatura da fotografo. Si fermò bruscamente… nella Brughiera regnava un silenzio assoluto! Prese la sua macchina fotografica e, per farsi luce sul sentiero e avanzare di qualche passo, iniziò a scattare delle foto, utilizzando la luce del flash. Incominciò a tranquillizzarsi solo quando fu sicuro che ormai mancava poco al villaggio. All'improvviso, un forte colpo di vento lo colpì, facendolo sobbalzare in avanti e nello stesso momento l’urlo straziante di un uomo, invase l'intera Brughiera. Per un istante, Mc Neil, non sentì più nulla. Era caduto a terra tramortito e il sudore lo faceva tremare, ma riuscì a rialzarsi. Non vedeva altro che alberi.

Si abbassò lentamente, tastò con la mano il terreno, prese un bastone e iniziò a camminare, facendosi strada con il ramoscello. Sembrava che in lui qualcosa fosse cambiato, dopo quella ventata improvvisa e che il peggio fosse già passato, invece non era così e intanto iniziava a piovere. La pioggia aumentava sempre di più, ma John non si perse d'animo e continuò a camminare sul terreno fangoso. All'improvviso, un lampo accecante illuminò tutta la Brughiera e John intravide una vecchia casa, simile a un piccolo castello. Si incamminò per raggiungerla ma, quando arrivò sotto il maestoso portone di legno nero, un brivido gli corse lungo la schiena. Era un piccolo e vecchio castello dell'Ottocento: le alte e buie finestre spalancate e prive di scuri davano l’impressione che niente e nessuno vi abitasse. Le sue pareti erano piene di crepe e piante rampicanti. John, avrebbe voluto aprire quel grande portone, per ripararsi dalla fitta pioggia e vi appoggiò il palmo della mano.

In quell’istante smise improvvisamente di piovere e un raggio di luce uscì da una delle finestre. John si guardò intorno stupito. Nella Brughiera si sentiva solo il suo affannoso respiro. Il portone si socchiuse e ne uscì un soffio gelido. John entrò: l’ambiente era buio e freddo. La stanza era regolarmente arredata secondo l'uso del tempo, ma ciò che stupì John fu il gran numero di quadri appesi alle pareti che raffiguravano tutti il piccolo castello e la Brughiera di notte.

– Sei tu Steve? – Una voce di donna proveniente dal piano superiore, ruppe improvvisamente quel silenzio.

– C’è qualcuno lassù? Sono un povero viandante che si è perso in questa grande Brughiera.

Dalla scala iniziò a comparire una debole luce e dopo pochi istanti apparve la figura di una bellissima fanciulla, avvolta da uno strano chiarore. – Tu non sei Steve. Sei solo un altro di quegli insulsi cacciatori che si è perso in quell’odiosa Brughiera, – disse la giovane, e abbassando lo sguardo, aggiunse: – Della quale sono prigioniera.

La donna mostrava un’aria forte e sicura di sé, ma nei suoi occhi grigio-chiaro, s’intravedeva solo dolore. La sua pelle era candida, i capelli castani erano raccolti con due forcine d'argento e l’abito lungo, la rendeva più magra e più alta. Il vestito riprendeva gli stessi colori dei gelidi occhi e questo le dava un'aria ancora più spettrale.

– Vattene e non tornare mai più! –, disse la giovane girandosi, ma John che l’aveva raggiunta, le afferrò velocemente il braccio e uno strano sorriso gli spuntò sul volto. La donna però non sembrava aver avuto la stessa reazione e con uno strattone lo allontanò.

– Sul suo volto regna una tristezza che non ho mai visto e un dolore che neanche un uomo in procinto di morire, mostra. Mi sbaglio? – le chiese John dolcemente.

La giovane donna, sgranò gli occhi sorpresa, si diresse verso le scale e rispose:

– Se ne vada e non si diverta a far soffrire il mio cuore... o quello che ne rimane.

– Perché dice queste parole? – replicò John, – cosa hanno fatto al suo povero cuore? Mi racconti.

La donna lo guardò, meravigliata del suo interesse e ammaliata da quegli occhi, che ora le sembrava di conoscere da anni. Crollò sulle scale, scoppiò in un pianto disperato e si portò una mano al viso, per contenere le lacrime. John la raggiunse per consolarla. Era buio e a malapena i due si potevano vedere.

– Mi racconti la sua storia –, disse John. – Ormai alla luce del sole mancano poche ore, non vale più la pena di dormire. Vorrei ascoltare la sua triste storia.

La donna lo fissò negli occhi e con fiducia, ma anche con disperazione, cominciò a raccontare:

– La mia vita iniziò quando nacqui in una famiglia molto rigida e legata alle regole della società, ma finì tutta in un giorno solo, quando mi videro al paese, oltre la Brughiera, parlare con il mio migliore amico: Henry Smith.

Era un ragazzo della mia età, che conoscevo da quando avevo cinque anni; un ragazzo semplice e onesto, che con gli umili lavori che riusciva a trovare, manteneva la madre malata e la sorellina. Ma tutto questo non bastava e non importava a nessuno, perché ai miei tempi, se un ragazzo e una ragazza parlavano fra di loro senza che fossero promessi dalle famiglie per il matrimonio o i genitori della ragazza non erano presenti in quel momento, era uno scandalo per la famiglia di lei, che poteva essere esclusa dalla società ed è ciò che accadde. Io conoscevo quelle regole e sapevo anche che io ed Henry non avremmo dovuto frequentarci per differenze sociali, ma io non volevo rinunciare al mio migliore amico. Ne pagai le conseguenze quando decisero di segregarmi in casa e di tenermi chiusa fino a quando mi avrebbero preso in moglie anche se, in seguito, nessuno tra duchi e principi mi scelse, dopo quello che era successo. Volevo morire, poiché la mia vita non aveva più senso. Avevo solo diciassette anni, ma la mia esistenza era già finita, rinchiusa nella mia casa e prigioniera di quella pericolosa Brughiera. Passavo i pomeriggi a piangere sul mio letto.

– E i tuoi genitori? –, la interruppe John.

– I miei genitori –, riprese la donna, – non mi degnavano di uno sguardo e pensavano solo a riacquistare l’immagine persa.

Una mattina fui svegliata da Henry. Era proprio lui, che stava bussando alla mia finestra.

Lo feci entrare ed egli cercò di consolarmi, ma io ero troppo triste. Henry aveva con sé una sacca dalla quale tirò fuori, senza far rumore, delle tele e degli acquerelli. Mi disse che con quelli avrei potuto passare meglio le mie giornate.

Henry mi conosceva bene, a me piaceva dipingere e gli chiesi cosa avrei potuto rappresentare nei miei quadri, dato che ero rinchiusa in casa ed egli mi rispose che sarebbero stati i miei quadri a rappresentare me. Detto ciò, lo ringraziai ed egli pian piano, senza farsi vedere dai servitori, se ne andò, inoltrandosi in quella pericolosa e folta Brughiera, che nessuno conosceva meglio di lui. Dopo qualche giorno, spinta dalla noia e forse anche dalla curiosità, tirai fuori da quella sacca, che avevo nascosto bene, due tele e gli acquerelli e, ripensando alla frase di Hanry, chiusi gli occhi, per sentire ciò che i quadri avrebbero potuto rappresentare di me. Io sentivo solo la rabbia e la pesante prigionia della casa e della Brughiera. Decisi quindi di disegnare questi due soggetti.

Tra gli acquerelli c’erano solo colori scuri: Henry sapeva che avrei usato solo quelli, perché qui anche di giorno il cielo è grigio e la Brughiera è nera come la notte.

– Perché pensi che questa Brughiera sia pericolosa? – chiese John.

– Si dice che nella Brughiera si possono incontrare strane creature e le anime perse di uomini e donne che vi sono morti, che vagano lì da secoli, e che stranamente si divertono a far perdere le persone in quell’immensa Brughiera, procurandone la morte. Si dice anche che chi vi ha viaggiato di notte non è più tornato, e chi è riuscito ad uscirne vivo, sia diventato pazzo…ma questo ad Henry non accadde mai… o quasi.

John abbozzò uno strano sorriso, come se non credesse a quello che aveva appena detto la donna. – Continua la tua storia –, disse John, cambiando discorso.

– Sì, – riprese la fanciulla – Henry continuò a mandarmi notizie e a starmi vicino, aiutandomi anche a disegnare i miei quadri.

Una notte, Henry mi portò una lettera. L’aprii e la lessi. C’erano scritte cose molto belle, che riguardavano il mio stato d’animo e che mi confortavano. Neanch’io sarei riuscita a scrivere simili parole che sentivo vicine al mio cuore. Chiesi ad Henry chi avesse scritto quella lettera ed egli, abbassando lo sguardo, mi disse che era stato un suo amico di nome Steve, al quale avevo raccontato la mia storia.

Ero felice di aver ricevuto quella lettera; mi sentivo capita e non più sola. Scrissi la risposta, diedi la lettera ad Henry, ed egli, dopo qualche giorno, mi portò una seconda lettera. In esse trovavo sempre più comprensione e amore.

– Ti eri innamorata di quel ragazzo? – chiese John con voce un po’ tremante.

– Me ne innamorai in seguito, quando le lettere diventarono sempre più frequenti e credo che anche lui si fosse innamorato di me.

– Ma se non hai mai visto quel ragazzo – disse John. – Come fai ad essere così sicura di questo amore?

– Tu come fai a sapere che non l’ho mai visto? – chiese la giovane donna insospettita.

– Beh! Essendo rinchiusa in questo castello, immagino che tu non l’abbia mai potuto vedere.

La fanciulla rimase in silenzio, guardandolo con quegli occhi grigi che trasmettevano forza, ma anche tanta sofferenza e amore.

– Si, è vero, non ho mai visto Steve, ma ne ero innamorata e a me questo bastava. Nessuno mi aveva mai capita e confortata come aveva fatto lui. Sapevo comunque che non l’avrei mai potuto vedere; io ero qui, chiusa nel castello e lui era un ragazzo povero che lavorava come fabbro in una piccola bottega del paese. Eravamo entrambi consapevoli del nostro destino, ma continuammo a scriverci lettere piene d’amore.

– Quindi anche Steve era un ragazzo povero – disse John.

– Sì – rispose la fanciulla. – Era un amico di Henry e a volte lavoravano anche insieme. Sono molto grata ad Henry per tutto ciò che ha fatto per me. Era un ragazzo timido ma aveva un cuore d’oro; era buono, dolce e gentile. Solo a vederlo sorridere e a parlargli, il mio cuore si scaldava e non mi sentivo più sola. Per mesi e mesi mi ha dimostrato la sua amicizia, portando le lettere sia a me che a Steve, attraversando ogni volta la pericolosa Brughiera.

– Poi cosa accadde? chiese John.

– Dopo alcuni mesi chiesi a Steve, in una delle lettere, di incontrarci; con l’aiuto di Henry potevamo vederci senza farci scoprire. La risposta arrivò in fretta: aveva piacere di vedermi anche lui e di questo fu felice anche Henry, che programmò tutto.

Era un freddo inverno e io avevo ormai compiuto diciotto anni. – Una lacrima scese lentamente sul viso della giovane donna ma si riprese in fretta e continuò. – Secondo i programmi, ci saremmo dovuti vedere una sera, dopo cena. Li aspettai entrambi, ma in tarda serata scoppiò improvvisamente una terribile tempesta di neve.

Non ne avevo mai visto una così violenta e mi ritornò in mente un dipinto del pittore Turner, che mi aveva molto sconvolta; la tempesta travolse tutta la Brughiera. – Un’altra lacrima bagnò la candida guancia della fanciulla che tuttavia continuò a raccontare. – Rimasi davanti alla finestra tutta la notte, ma non li vidi mai più. Persi le due persone a me più care al mondo, a causa di quell’odiosa Brughiera.

Dopo qualche giorno seppi dai miei genitori che Henry Smith era morto nella bufera, perché non era più tornato a casa. Non ebbi il coraggio di chiedere notizie su un ragazzo di nome Steve! Mi avrebbero fatto troppe domande e io non avrei retto al dolore. Sapevo comunque che ai miei genitori tutto ciò aveva fatto piacere, ne sono sicura, – aggiunse la fanciulla con voce piena di rabbia e con gli occhi colmi di lacrime.

John la guardò con aria triste, le appoggiò una mano sulla spalla e le sussurrò: – Non hai più motivo di piangere, Katy.

La fanciulla smise bruscamente di piangere; con occhi sorpresi guardò John e gli chiese:

– Cosa stai dicendo? Come fai a sapere il mio nome, io non te l’ho detto.

– Il ragazzo che avevi tanto amato era Henry non Steve – disse John. – Steve non è mai esistito. Quelle lettere erano per Henry, solo un modo indiretto per confessarti tutto il suo amore.

– Ma chi sei? – chiese la giovane.

– Non mi hai riconosciuto? Sono io, Henry.

– Henry è morto! – replicò la giovane donna.

– Sì, sono morto a causa della Brughiera, che quella notte decise di non proteggermi come aveva fatto tutte le volte che venivo da te. Ora di me è rimasta solo l’anima, come è successo a te, solo che la tua, è rimasta qui ad aspettarmi per più di un secolo, mentre la mia ha vagato per la Brughiera in cerca di un povero viandante smarrito. Non so il perché, ma avevo bisogno di una persona viva per raggiungerti. Questa notte ho incontrato un uomo, l’ho seguito a lungo, e quando mi sono accorto che l’avevo fatto perdere, l’ho colpito alle spalle, facendolo cadere in avanti e privandolo della vita. Non so come, ma in questo modo ho potuto raggiungerti, e finalmente potremo stare insieme.

Uno strano bagliore illuminò pian piano i volti dei due giovani che finalmente potevano vedersi. Katy riconobbe i capelli castani e i profondi occhi neri di Henry, che non vedeva da più di un secolo, ma che il suo cuore non aveva mai scordato. Sul viso della fanciulla spuntò un sorriso, ma le lacrime scendevano ancora.

– Henry… sei veramente tu? – sospirò la giovane donna quasi incredula.

– Sì, sono io. E finalmente posso dirti: Katy ti amo, ti ho sempre amata e ti amerò per sempre.

Sul volto di Katy scendevano lacrime di gioia. Con un dolce sorriso prese le mani di Henry e le strinse fra le sue. – Henry, – disse, – ho aspettato tanto il tuo arrivo. Il mio cuore ora è felice e posso finalmente dirti che ti amo e che ti ho sempre amato.

Si guardarono intensamente.

Le lacrime scesero anche sul viso di Henry e felici si abbracciarono e si baciarono.

Henry e Katy potevano finalmente stare insieme per sempre e niente e nessuno li avrebbe mai più potuto dividere.

 

Scrittura creativa: questo racconto mi è stato ispirato dalla lettura del romanzo di E. Brönte (1818- 1848): Cime tempestose e dai quadri:

Arnold Böcklin, Paesaggio con rovine del castello, 1847. Berlino, Nationalgalerie. Part.

J. M. W. Turner, Tempesta di neve, 1842; olio su tela, cm 91x122. Londra, National Gallery

Giovanni Segantini, Gli amanti alle fonti della vita, 1896; olio su tela, cm 69 x 100. Milano, Galleria d’Arte Moderna. Part.


Mary Katharine



La brughiera fa parte della sezione “Racconti introspettivi per immagini” presente nel libro Sapere per Creare a cura di Anna Lanzetta (Morgana Edizioni, 2008)


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