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Gianfranco Spadaccia. Il Partito della nonviolenza, della democrazia e dei diritti umani
24 Febbraio 2011
 

Abbiamo lasciato Chianciano il 20 febbraio con la convinzione che il Congresso del Partito Radicale nonviolento abbia in qualche modo riaperto la possibilità di costruire il partito transnazionale e transpartito della democrazia e dei diritti umani, che fino ad oggi è esistito soltanto nelle aspirazioni dei radicali prevalentemente italiani o quasi esclusivamente italiani e nelle battaglie a volte vittoriose (corte penale internazionale, moratoria della pena di morte) che essi hanno condotto.

Emma Bonino ha detto che è stato un “bel congresso”. Io credo che si potrà rivelare anche un buon congresso se sapremo, da qui alla sessione conclusiva che dovrà svolgersi al massimo entro il prossimo mese di novembre, cogliere e sviluppare le novità di questa prima sessione di Chianciano.

In un mio intervento prima in commissione e poi in sessione plenaria ho detto che questo congresso è stato caratterizzato da una forte corrente emozionale che ha trasformato la conoscenza e l’amicizia ultradecennale con i tanti congressisti che sono venuti da ogni parte del mondo in qualcosa di più e di diverso: un forte sentimento di solidarietà e di condivisione e un sincera disponibilità, nonostante le difficoltà, a farsi coinvolgere nel tentativo di rilanciare il partito per farne un efficace protagonista della lotta per la democrazia e i diritti umani.

Quei rapporti di amicizia sono nati nel corso di lunghi anni, in cui il partito assicurava a Bruxelles attraverso la presenza al PE dei parlamentari radicali italiani e a Ginevra e a New York attraverso la postazione nel Palazzo di vetro del PR in qualità di ONG politica impegnata sui diritti umani, due importanti tribune che abbiamo messo a disposizione dei rappresentanti dei popoli oppressi e non rappresentati e di tutte le minoranze discriminate e conculcate nei loro diritti. Un tribuna ha come corrispettivo un rapporto di gratitudine, forse anche di amicizia, non si trasforma necessariamente in solidarietà, condivisione, coinvolgimento. A me è sembrato che questa volta ci sia stato, in questo rapporto, un salto di qualità. Stranamente ma forse anche significativamente questo si verifica proprio nel momento in cui quella tribuna è venuta meno a Bruxelles per l’espulsione dei deputati radicali dal Parlamento europeo (dovuta purtroppo alle perverse strategie veltrusconiane del PD) ed è meno agibile a Ginevra e a New York non solo per ragione di costi ma anche per la brusca involuzione che ha subito all’ONU la politica dei diritti umani (affidata in maggioranza proprio ai regimi che li negano).

Eravamo arrivati a Chianciano con la preoccupazione che il Congresso potesse non riuscire. Invece fin dal primo momento la quantità delle presenze (e in questi casi la quantità diventa qualità) ne ha fatto subito una assise davvero transnazionale. Fra queste presenze, anche alcune che erano sembrate impossibili, (il leader dei montagnard vietnamiti Kok Ksor, la leader del popolo uiguru Rebiya Kadeer, la leader senegalese della lotta contro le mutilazioni genitali femminili Khady Koida) che hanno sconvolto le loro agende pur di partecipare al congresso. Gli interventi appassionati di Faad Ibrahim (nella foto con Bonino e Pannella, ndr) e di Cherif Ferjani, testimoni e protagonisti delle opposizioni democratiche in Egitto e in Tunisia, ci hanno fatto drammaticamente confrontare con le importanti novità rappresentate dalle rivolte popolari nei loro paesi e nell’intero medioriente mentre cominciavano i primi fuochi della rivolta libica e si annunciavano le dure repressioni del Raiss. Un altro momento importante del congresso è stato il ricordo alla tribuna da parte di suoi compagni e amici delle torture e dell’assassinio in Uganda di David Kato Kisule, ucciso per il solo fatto di essere omosessuale. La grazia al leader antischiavista della Mauritania, il compagno Biram Da Abheid, e il suo arrivo in Congresso con i suoi due compagni che con lui hanno condiviso il carcere e le torture, è stata una visibile testimonianza di ciò che può essere un efficace partito transnazionale e nonviolento “al servizio” ovunque delle lotte per la democrazia e per i diritti umani: l’impegno di Biram, la sua carcerazione e la sua grazia forse imprimeranno – nelle contraddizioni e nelle divisioni che caratterizzano il regime mauritano – un impulso decisivo alla sconfitta definitiva dello schiavismo in quel paese.

Biram è ora a Roma non solo per curarsi delle conseguenze dei maltrattamenti ma anche per partecipare alle attività per preparare con successo la seconda conclusiva fase del congresso e, con essa, il rilancio e l’organizzazione del partito. Come sempre nelle vicende radicali questi obiettivi devono essere perseguiti con l’iniziativa rivolta all’esterno (campagna di iscrizioni, doppie tessere, riconquista di una tribuna e di un centro di iniziativa a Bruxelles, accanto a quello di cui disponiamo grazie a Non c’è pace senza giustizia, attraverso la composizione di un gruppo traspartitico radicale al Parlamento europeo). Ho motivo di sperare e di ritenere che protagonista politico di queste iniziative possa e debba essere questa volta, opportunamente integrato, il comitato rappresentativo e autorevole che costituimmo a Barcellona nel settembre scorso, al cui servizio mettere le modeste risorse del centro italiano. Nella speranza che possa rivelarsi il primo nucleo di un grande movimento transnazionale, nonviolento e federalista della cui esistenza i protagonisti delle lotte per la democrazia e i diritti umani hanno urgente bisogno, ovunque nel mondo.

 

Gianfranco Spadaccia

(da Notizie Radicali, 24 febbraio 2011)


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