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REFERENDUM. Maria G. di Rienzo: una riflessione sulla Costituzione
04 Giugno 2006
 

La nostra Costituzione l'ho conosciuta davvero solo a scuola, al primo anno delle superiori: la Carta era infatti in appendice ad uno dei libri di testo (si stamperanno ancora testi così). Non avevo, all'epoca, molti motivi per provare un legame vero con la terra in cui ero nata, e fu la Costituzione a darmeli. Leggevo quegli articoli e mi commuovevo, e mi indignavo per la loro violazione, e approvavo e dissentivo, e percepivo però che la Costituzione era stata davvero pensata come “casa comune”, come garanzia delle libertà democratiche e patto di civiltà che doveva permettere al popolo italiano di vivere e fiorire.

In quel periodo leggevo anche altro, naturalmente, e mi imbattei nei cosiddetti anti-utopisti (Orwell, Huxley, ecc.) e nei loro foschi mondi del futuro. Fu anche grazie ad essi che imparai come il dominio non si mostri sempre nella sua forma eclatante, immediatamente riconoscibile, con il sangue e gli eserciti, ma strisci nell'esistenza quotidiana, pieghi le persone a mille piccole viltà, le deprivi di empatia e di senso, le terrorizzi e le blandisca: il cannone sottobraccio alla tv, per così dire.

* * *

La riforma costituzionale su cui siamo chiamati ad esprimerci con il referendum mira sostanzialmente a ribadire un concetto semplicissimo e orripilante: il dominio deve sostituire il diritto. Essa modifica oltre un terzo dei 139 articoli della Carta e va oltre le semplici “revisioni” previste dall'art. 138; pur relativa formalmente alla sola Parte Seconda, incide sostanzialmente anche sui Principi Fondamentali.

* * *

Il sistema di bilanciamento e controllo, pensato in modo che nessuno potesse occupare da solo la scena politica, viene distrutto dalla concentrazione di poteri nella figura del «Primo Ministro», non più «Presidente del Consiglio dei Ministri»; la locuzione usata è quella introdotta dal fascismo con la legge 2263/1925, e non a caso la Costituente non la utilizzò.

Costui, «eletto a suffragio universale e diretto dal popolo» (cosa che non accade in nessuna democrazia occidentale) non necessita della fiducia della Camera, e può scioglierla (attribuzione tolta al Presidente della Repubblica cui compete attualmente) mentre essa non può sfiduciare il Primo Ministro senza determinare con la sfiducia il proprio scioglimento. Poiché vi si accoppia l'ampliamento della nomina diretta da parte della maggioranza di membri della Corte Costituzionale e la possibilità di nominare al Consiglio Superiore della Magistratura persone senza alcuna competenza giuridica, la pretesa palese della riforma è che la maggioranza politica si sottragga ad ogni controllo da parte del Parlamento, della Corte Costituzionale e della Magistratura.

* * *

Ho vinto, e ciò legittima qualsiasi mia azione: ho vinto e faccio quel che voglio”. La traduzione locale nella regione in cui vivo è “Padroni a casa nostra”. Niente regole per nessuno, niente rispetto per chiunque venga classificato come “altro” e “straniero”, niente diritti a meno di non poterseli comperare.

I polsi mi tremano, all'idea che il sistema cosiddetto “federale” disegnato dalla riforma divenga realtà. Non solo perché' esso porta ad un drastico ridimensionamento di alcuni fondamentali diritti umani, come quello all'istruzione e alla salute, differenziando i cittadini in base alla residenza in aperta violazione della “pari dignità” sancita nell'articolo 3, (l'eguaglianza di tutti i cittadini italiani), e non solo perché con la scomparsa del Fondo di Solidarietà la diseguaglianza fra Regioni più ricche e meno ricche diventerà devastante: trovo gravissima l'istituzione di un nuovo corpo di Polizia su base regionale, per lo più non essendone chiara l'effettiva funzione.

Nella mia regione ho già avuto modo di vedere all'opera le ronde di vigilantes legittimati dai governi locali, quelli che io chiamo gli “scherani del principe”: persone senza alcuna professionalità nel campo della sicurezza e motivate solo da odio, disprezzo e pregiudizi. Nell'immaginario sociale, costoro hanno gettato le basi per l'applicazione di una “giustizia” privata e sommaria: non mi riesce difficile proiettarli nel futuro, e pensarli mentre sfondano una porta e portano via i miei vicini di colore, e neppure e' arduo individuare quale sarà la porta successiva ad essere sfondata (la mia, la vostra, se solo avrete protestato).

* * *

Sì', sarà perché' leggo e scrivo troppa fantascienza, ma per una volta spero davvero di spaventare e non di intrattenere chi scorre queste righe; non ci si sveglia nazisti per caso una mattina, il consenso ai regimi non si manifesta nel giro di una notte: esso viene costruito passo dopo passo, con l'imposizione e l'intimidazione, con il bastone accoppiato alla carota, con l'immissione progressiva nel corpo sociale di bugie ripetute un milione di volte, con le “riforme” in senso involutivo. Pensateci.

Ho fiducia che il referendum rigetterà la devolution e i suoi figlioletti satanici. Ho speranza che la musica cambi. Ma bisogna che tutti si entri nell'orchestra, e si faccia uno sforzo per suonare insieme.

 

Maria G. Di Rienzo

 

 

La domenica della nonviolenza riprende questo intervento dal notiziario settimanale dell'Accademia apuana della pace (per contatti: e-mail: aadp@lillinet.org, sito: www.aadp.it). Maria Giuseppina Di Rienzo è una delle principali collaboratrici di La nonviolenza è i cammino. [Nata a Palmanova (Ud) nel 1959, vive e lavora a Treviso – ndr]; prestigiosa intellettuale femminista, saggista, giornalista, narratrice, regista teatrale e commediografa, formatrice, ha svolto rilevanti ricerche storiche sulle donne italiane per conto del Dipartimento di Storia Economica dell'Università di Sidney (Australia); è impegnata nel movimento delle donne, nella Rete di Lilliput, in esperienze di solidarietà e in difesa dei diritti umani, per la pace e la nonviolenza. Tra le opere di Maria G. Di Rienzo: con Monica Lanfranco (a cura di), Donne disarmanti, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2003; con Monica Lanfranco (a cura di), Senza velo. Donne nell'islam contro l'integralismo, Edizioni Intra Moenia, Napoli 2005.


(da LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA, supplemento domenicale de
La nonviolenza è in cammino, n. 76 del 04/06/2006)


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