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Lidia Menapace. Lettera ...dall'anticamera del Palazzo 
Per l'alternativa anticapitalistica e antipatriarcale
14 Marzo 2008
 

L'ottomarzo nel pomeriggio ero a La Spezia per un dibattito organizzato dall'Udi, cui prendeva parte anche Giovanni Deriu, che fa parte, con altri, di uno di quei benemeriti gruppi di uomini che si riuniscono per discutere di sé e sulla propria sessualità. Da qualche tempo non ne ascoltavo e sono stata colpita da un atteggiamento che ho visto ripetersi anche nella trasmissione “Percorsi” dell'11 marzo, tenutasi presso la Casa internazionale delle Donne di Roma. Annoto sempre con favore i pensieri di Carla e Beppe, tra i più antichi percorsi di critica del maschile del gruppo di Pinerolo Uomini in cammino.

Ciò che mi ha colpito in Deriu è stata la pretesa di dire che certi nuovi atteggiamenti, cioè quelli di costruire “relazioni” tra uomini e donne, non sono più “patriarcato” e anche chi era presente a Roma a via della Lungara pure chiedeva, anzi pretendeva “relazioni” e Ongaro nella nota recente vicenda della candidatura di Rosangela Pesenti diceva chiaramente che era stato lui a cedere la “sua” candidatura e pretendeva riconoscenza per questo e di avere perciò il diritto di dire a Rosangela come si fa politica e come si “merita” una candidatura.

Su questo punto ultimo dichiaro che cercherò di costruire o propongo di costruire -dopo le elezioni- con chi ci sta, un comitato di garanzia per l'uguaglianza tra i generi nella rappresentanza politica e amministrativa, pretendendo che si dimettano uomini fino a che non si sia raggiunta la parità. Infatti nonostante tutti gli sforzi fatti da alcune forze politiche, non vi è uno statuto unitario in materia nemmeno nella Sinistra arcobaleno e le donne sono spesso rifilate nei posti in cui non si riesce, e gli uomini, proprio come fecero appena finita la guerra, pensano di avere il monopolio il diritto esclusivo il possesso del potere, che eventualmente distribuiscono, mandano octroyè alle donne. Che esista un diritto eguale da declinare e applicare in modo differente non li sfiora nemmeno, per lo più e senza generalizzare. E non possono certo invocare la volontà e il rispetto dell'elettorato, che con la presente legge elettorale ha il puro compito di ratificare le decisioni oligarchiche delle direzioni dei partiti, dove le donne sono regolarmente poche.

 

Ma veniamo al dibattito sulle “relazioni” e sul patriarcato. Quando la Libreria delle Donne di Milano dichiarò la morte del patriarcato, mi sembrò una dichiarazione non sufficientemente provata e alquanto idealistica. Mi trovavo alla festa nazionale di Liberazione e in mezzo al terreno c'era un alto e bel palco con molti posti intorno, per un dibattito politico in politichese: vuoto o quasi, e noi eravamo ai margini della festa proprio vicino a dove passavano le macchine e quindi molto disturbate e il posto era affollatissimo. Presi spunto dall'episodio, per dire che a mio parere ciò dimostrava che il patriarcato non era più egemone dato che numerose donne lo contestavano mettevano in discussione respingevano, venendo ad ascoltare noi e lasciando vuoto il palco principale: ma era diventato dominante, come si vedeva dal fatto che non ci sarebbe mai stato “permesso” di occupare il posto centrale più ampio e più adatto alle nostre presenze.

Sono ancora convinta che il patriarcato non è più egemone, ma dominante, il che lo rende più nervoso e pericoloso e violento e attaccato al potere. Esattamente come il capitalismo che quando è in crisi è più rischioso e vendicativo.

L'alternativa per essere efficace deve essere anticapitalistica e antipatriarcale.

E appena finito di essere egemoni, proprio quegli uomini che con la loro critica aiutano a renderlo anche meno dominante, per favore si rendano conto che una cura del silenzio gli farebbe molto bene e non vengano subito a dirci che cosa dobbiamo fare e come relazionarci a loro ecc. ecc. Magari non abbiamo voglia di relazioni coatte né bisogno di protettori.

 

Lidia Menapace


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