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Valter Vecellio. Appunti e spunti per (si spera) un dibattito
Valter Vecellio
Valter Vecellio 
26 Ottobre 2006
 
1) Diego Galli e Mihaj Romanciuc (o chi per loro, se si sono limitati a concretamente tradurre un suggerimento), settimane fa hanno avuto un’ottima idea. Si era a pochi giorni dai lavori della direzione della Rosa nel Pugno: quella, per capirci, che si è conclusa con una sorta di stallo, con lo SDI fermo nel chiedere che il simbolo della “Rosa” fosse messo a disposizione, in occasione delle prossime elezioni amministrative; e i radicali a replicare che di regola le case si costruiscono dalle fondamenta, non dal tetto: dunque prima bisognava cercare i contenuti e “riempire” il simbolo di proposte e iniziative politiche. Quel che in modo assai più preciso e puntuale ha scritto Gianfranco Spadaccia, in un testo pubblicato in un’inserzione a pagamento sul Riformista.
Bene, l’idea di Galli e di Romanciuc (o di chi per loro), è stata quella di sollecitare a tappeto l’area della Rosa nel Pugno: chiedere loro di scendere in campo, intervenire, comunicare speranze e aspettative; quello che chiedono e vogliono. Ne sono arrivate tante, di email, e sono state girate a tutti i componenti la direzione. Tante davvero. Per dare un’idea: a quelle email mi sono fatto un punto d’onore dare un riscontro, perché credo che sia importante un “dialogo” con compagni che nelle loro realtà locali, magari soli, isolati, poco informati, ci chiedono e dicono e vogliono… Ebbene, rispondo ad almeno cinque email ogni giorno, e sono ancora alcune centinaia quelle che attendono risposta. È passato più di un mese, e questo dà l’idea delle dimensioni. Sono tanti, insomma, che hanno dato fiducia alla Rosa nel Pugno; e che ancora ce l’hanno, vogliono averla. Ci chiedono di non fare sciocchezze, di non mollare; magari di cedere di qualche passo, ma di fare di tutto perché la fragile zattera che vedono come unica alternativa e possibilità, non sia sommersa. Avevano timore, Diego e Mihaj che molti dei componenti la direzione “quota” socialista a questa iniziativa di inondare la loro casella di posta elettronica senza preavviso, protestassero furenti. E invece no. A quanto pare non hanno trovato nulla da ridire. Magari non le avranno neppure aperte, è possibilissimo, e le avranno buttate tutte d’un colpo nel “cestino”. Chi invece ha chiesto di non essere più “disturbato” da simile corrispondenza, sono stati una decina di componenti della direzione “quota” radicale. Beninteso: loro diritto. Trovarsi nello spazio di poche ore una casella di posta elettronica intasata da messaggi di sconosciuti può creare problemi. Epperò chi ha chiesto che non venisse più recapitata quella “posta” e si è cancellato dalla “lista”, ha perso una bella occasione.
L’occasione è quella di intavolare un dialogo con sconosciuti che però si limitano a chiedere con fiducia di fare qualcosa per dare corpo, voce e sostanza, a un progetto politico in cui credono e vogliono continuare a credere. ESIGONO, soprattutto, di non far morire la Rosa. È incredibile la quantità di persone che ammonisce: “Non fate cazzate, se mollate, cosa resta?”. Ecco: credo questi messaggi siano il balsamo migliore per le amarezze che certe incomprensioni possono suscitare; per le delusioni nell’assistere a compagni che dovrebbero dire: grazie; e che invece levano l’indice accusatore, e dalle loro bocche si levano parole di inaudita asprezza; per il rimprovero, neppure velato, sempre più esplicito, di dare corpo, ogni giorno, con pazienza e tenacia, a quella politica di cui anche loro beneficiano, e che null’altro sono se non la traduzione dei punti votati a Fiuggi, e che anche loro – gli accusatori – hanno votato con entusiasmo. Quelle lettere, quelle email, ad averne i mezzi, la possibilità, meriterebbero di essere raccolte. Formano un bel “libro”: il libro di chi crede e non dispera; di chi vuole e non si dà per vinto. Di chi ha perfetta consapevolezza dei tanti limiti dell’attuale governo, ma non dimentica neppure per un istante cos’è stato il governo che lo ha preceduto, e sa che noi siamo l’unico argine possibile; di chi ci crede, e ci dice di crederci anche noi, a non considerarlo solo uno slogan elettorale: “Per l’alternanza, per l’alternativa”. Che vuole riempire di contenuto politico quel “liberale, libertario, laico, liberista…”. Queste persone guarderanno con fiducia, interesse e attenzione, quello che sapremo fare e faremo a Padova nei giorni del congresso: le nostre riflessioni, i nostri dibattiti, “i cappelli che sapremo tirar fuori dal coniglio” (si lo so: sono i conigli che escono dal cappello, ma quello son buoni tutti). Abbiamo una grande responsabilità, insomma. Ed è una grande occasione che non dobbiamo dilapidare. Non so se verrà adeguatamente colto il significato che c’è nell’aver scelto di tenere il congresso a Padova. È comunque un fatto che in pochi mesi (grazie Daniele) i radicali hanno dimostrato come si possa essere autenticamente liberali, e cosa sia una politica liberale, quella politica di cui questo paese ha gran bisogno. In pochi mesi Daniele e le persone che hanno lavorato con lui hanno fatto il lavoro che altri non hanno saputo fare in anni; e hanno messo in cantiere una quantità straordinaria di iniziative politiche, dimostrando dove e chi è autenticamente riformatore e liberale. Con buona pace di quanti, auto-battezzatisi “riformatori liberali” e collocati nel centro-destra, vengono utilizzati e valorizzati solo in funzione anti-radicale. È importante dunque assicurare che questa azione riformatrice prosegua. È un patrimonio di conoscenza e di iniziativa di cui beneficiamo tutti, radicali e paese.
 
2) Per tante ragioni (non parlo di responsabilità, perché non credo ce ne siano, se non per quelle che ci vengono imposte dalle cose), siamo un corpo fragile, che ha saputo incredibilmente dare sostanza a una quantità di iniziative politiche importanti, urgenti e necessarie. Siamo il calabrone della politica italiana, chissà in virtù di quale prodigio e mistero. Un prodigio che a nessun altro partito sarebbe riuscito. Ma il “miracolo” rischia di produrre assuefazione, e non credo che ce lo si possa e debba consentire. Il problema “partito” o come diavolo lo vogliamo chiamare, è un nostro problema. Questione davvero ineludibile, quella delle iscrizioni, del finanziamento e del potenziamento delle nostre strutture, che dobbiamo riuscire a trasformare in iniziativa politica, come già riuscimmo a fare in passato. Volendo, nel più “piccolo”, si tratta anche di escogitare un miglior uso degli strumenti che già abbiamo a disposizione. Abbiamo uno dei siti web più belli ed efficienti che ci siano in circolazione. Tuttavia, un “navigatore” incuriosito che si avvicini ed acceda al “forum” ne ha solo di che scappare a gambe levate, e a ragione. Dobbiamo trovare, recuperare, garantire degli spazi di quotidiana riflessione, spazi che siano insieme liberi ma al tempo stesso non si venga aggrediti da sberleffi, insulti, rappresentazioni caricaturali. Dobbiamo riuscire a coinvolgere molte più persone. Non è possibile che lo spazio di discussione (si fa per dire) sia limitato a poche decine di “abbonati”. La stessa Notizie Radicali non può continuare nei termini in cui viene oggi assicurata. Deve diventare davvero un utensile a disposizione dei compagni: che devono usarla, impadronirsene, farla diventare anch’essa uno strumento per l’iniziativa politica e non solo di conoscenza e informazione.
 
3) Abbiamo bisogno, c’è necessità urgente, di elaborare una riflessione su parole d’ordine che devono tradursi in iniziativa politica: per responsabilità di tutti e di nessuno in particolare, scontiamo un deficit sul fronte legalità, informazione, diritto. “Vita del diritto, diritto alla vita” è una felicissima sintesi di tutto quello che abbiamo fatto, ma che ancor più dobbiamo fare. Il fatto che noi si sia conquistata una postazione parlamentare, che si sia presenti nel Governo e in commissioni importanti, nulla toglie all’esattezza di quello che intendiamo quando parliamo di “fascismo democratico”, “peste italiana”, “caso Italia”. E possiamo, senza timore di esagerazione, aggiungere un quarto segmento: il “caso Pannella”. È un caso, il nostro caso. È letteralmente indecente la caricaturizzazione che viene fatta del suo dire e del suo fare; la “sopportazione” cui viene fatto oggetto; lo svilimento del patrimonio che costituisce: per la “cosa” radicale, ma per l’intero paese. Indecente e terrificante: un qualcosa che rivela appieno il volto protervo di quello che definiamo “regime”. Dobbiamo acquisirne ulteriore  consapevolezza e maturazione.
 
4) Marco Pannella, in un’inserzione non ricordo più se sul Riformista o sul Foglio ha proposto di allargare alla triade Blair-Fortuna-Zapatero il nome di Al Gore, legando questa proposta all’impegno ambientalista che da tempo vede l’ex vice-presidente degli Stati Uniti. Molti sono intervenuti, e anche chi si mostra contrario o perplesso ha molti buoni argomenti. Tuttavia non sono tali da far cadere la proposta.
La questione ambientale è diventata tremendamente seria, e chi se ne occupa politicamente in Italia, al contrario, serio, molto spesso, non è. La questione ambientale è come la “questione pace”. Ha ragione ancora una volta Pannella, quando ci esorta a recuperare lo stesso termine: a non lasciarlo appannaggio di quanti sono i nipotini, legittimi eredi, dei partigiani degli anni 50, e figli di quel pacifume che protestava, orbo da un occhio, contro i Pershing e i Cruise 2 che non c’erano e non aveva fiatato contro gli SS-20 che erano già puntati sulla nostra testa.
Dobbiamo recuperare la “pace”, e dunque diventa un momento fondamentale l’organizzazione del Satyagraha mondiale; e dobbiamo recuperare la questione ambientale strappandola ai Pecoraro Scanio e ai Cento, che non a caso sono poi anche militanti di quel pacifume del senza “se” e senza “ma”. Non è questione di essere allarmisti, e neppure di catastrofismo a buon mercato. Però non possiamo e non dobbiamo avere le fette di salame sugli occhi. Esistono molte questioni che bisogna diventino almeno momento di riflessione collettiva, oltre che individuale.
La questione petrolifera ed energetica esiste. Non tanto nei termini di “aiuto, il petrolio finirà, e torneremo alle candele”. Su questo tipo di ragionamenti non m’imbarco, non ho competenza e scienza. Però anche i miei occhi di profano se si posano su una cartina geografica, vedono che per una sorta di beffa, i paesi ricchi di petrolio, sono anche quelli a basso o nessun tasso democratico. Siamo schiavi dell’Iran di ayatollah che sostengono il terrorismo islamico e predicano la distruzione di Israele. Siamo schiavi dell’Arabia Saudita, della Russia, dell’Algeria, della Libia. Si troveranno certamente preziosi e vasti giacimenti, nel golfo del Messico o in Alaska, ma questo non sposta di un ette il problema: siamo dipendenti e prigionieri di paesi dove si ammazzano giornaliste perché ostili al governo, dove comandano individui che fanno coincidere reato a peccato; di caudillos come Hugo Chavez. Il nesso: democrazia-fonti energetiche è o no un problema?
Poi c’è la questione più generale della devastazione del pianeta, dell’iper sfruttamento delle sue risorse, di come si depredano. Sono ben consapevole che le uniche certezze a questo mondo sono la morte e le tasse (più le tasse, forse). Un fascinoso archeologo, John Bierhorst, autore del corposo The Mythology of South America, a un certo punto racconta di un antichissimo mito relativo al “Grande freddo”: «Quando la terra è piena di gente deve cambiare. La popolazione deve essere ridotta per la salvezza del mondo… Nel caso della lunga oscurità, accadde semplicemente che il sole sparì e la popolazione morì di fame. Quando rimasero senza cibo, e cominciarono a mangiare i propri figli. Alla fine morirono tutti…». Un “rientro” nient’affatto dolce, insomma; una sorta di Apocalisse, ed è un mito comune a tante antiche civiltà. Nella Terra del Fuoco si credeva che il sole e la luna fossero caduti giù dal cielo; in Cina che “i pianeti alterarono il proprio corso, il sole e la luna e le stelle cambiarono il loro corso”. Gli Incas credevano che le Ande si fossero rotte e che il cielo muovesse guerra alla terra. Si possono fare mille congetture su questi miti, questa sorta di “antica cultura” comune a tanti popoli. Può darsi che il genere umano abbia rasentato molte volte l’estinzione totale durante gli sconvolgimenti che i miti trasfigurano; sconvolgimenti che nulla hanno a che fare con l’effetto serra, l’ozono, e quant’altro; e può essere che tutto ciò faccia parte della continua evoluzione di cui noi siamo una infinitesima particella. Tutto questo ammesso e concesso, in cosa contraddice e nega la situazione dell’oggi?
«Troppe spesso la saggezza è la prudenza più stagnante». Confesso che per qualche curiosa associazione m’è venuto in mente questo brano di canzone di Lucio Battisti, nel leggere le sennate obiezioni di quanti esortano a non essere catastrofisti. Ai prudenti “stagnanti” offro la fresca lettura di quanto emerge da uno studio del WWF, che di tutta la galassia ambientalista mi par sia quella più “per bene” e meno tentata da visioni apocalittiche.
«La presenza dell'uomo sulla Terra è sempre più ingombrante e la sua “impronta” sta lasciando un segno che rischia di essere indelebile. Un pianeta non basta: nel 2050 ce ne vorranno “due”, se continua l'attuale ritmo di consumo di acqua, suolo fertile, risorse forestali, specie animali tra cui le risorse ittiche: gli ecosistemi naturali si stanno degradando ad un ritmo impressionate, senza precedenti nella storia della specie umana». È quanto si legge in Living Planet Report 2006, il rapporto del WWF giunto alla sua sesta edizione, diffuso proprio da uno dei paesi a più rapido sviluppo, la Cina. Negli oltre trent'anni presi in considerazione, le specie terrestri si sono ridotte del 31%, quelle di acqua dolce del 2 % e quelle marine del 27%. Il secondo indice, l'Impronta Ecologica, misura la domanda in termini di consumo di risorse naturali da parte dell'umanità. Il «peso dell'impatto-umano» sulla Terra è più che triplicato nel periodo tra il 1961 e il 2003: la nostra impronta ha già superato del 25%, nel 2003, la capacità bioproduttiva dei sistemi naturali che utilizziamo per il nostro sostentamento. Nel rapporto precedente (quello pubblicato nel 2004 e basato sui dati del 2001) era del 21%. In particolare, l'Impronta relativa al CO2, derivante dall'uso di combustibili fossili, è stata quella con il maggiore ritmo di crescita dell'intera Impronta globale: il nostro «contributo di CO2 in atmosfera è cresciuto di nove volte dal 1961 al 2003. L'Italia ha un'impronta ecologica (sui dati 2003) di 4.2 ettari globali pro capite, con una biocapacità di 1 ettaro globale pro capite, mostrando quindi un deficit ecologico di 3.1 ettari globali pro capite. I paesi con oltre un milione di abitanti con l'Impronta ecologica più “vasta”, calcolata su un ettaro globale a persona, sono gli Emirati Arabi, gli Stati Uniti, la Finlandia, il Canada, il Kuwait, l’Australia, l’Estonia, la Svezia, la Nuova Zelanda e la Norvegia. La Cina si pone a metà nella classifica mondiale, al 69esimo posto, ma la sua crescita economica (che nel 2005 è stata del 10,2) e il rapido sviluppo economico che la caratterizza giocheranno un ruolo chiave nell'uso sostenibile delle risorse del pianeta nel futuro. Questo è uno dei motivi per cui Living Planet Report quest'anno è stato lanciato proprio in Cina. Il WWF crede che sia vitale per il pianeta che la Cina e gli altri paesi di nuova industrializzazione (che globalmente raggiungono oltre il miliardo di abitanti e che stanno raggiungendo un livello di consumo paragonabile ai paesi dell'area OCSE) non segua i modelli di sviluppo dell'Occidente, ma persegua il proprio sviluppo in una chiave di sostenibilità. La popolazione umana entro il 2050 raggiungerà un ritmo di consumo pari a due volte la capacità del pianeta Terra» - si legge nel documento. «Siamo in un debito ecologico estremamente preoccupante, considerato che i calcoli dell'impronta ecologica sono per difetto. Consumiamo le risorse più velocemente di quanto la Terra sia capace di rigenerarle e di quanto la Terra sia capace di “metabolizzare” i nostri scarti. E questo porta a conseguenze estreme ed anche molto imprevedibili».
 
Chiedo scusa: ma è questione che almeno merita di essere dibattuta, approfondita, studiata?
 
Valter Vecellio
(da Notizie radicali, 25 ottobre 2006)
 
 
Valter Vecellio, nato a Tripoli ha diretto per tre anni l’agenzia Notizie radicali. È stato direttore responsabile del settimanale satirico Il Male. Attualmente è giornalista del Tg2, cura servizi dall'Italia e dall'estero, e saggista.

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