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Giorgio Bonacini, Quattro metafore ingenue. Lettura di Tiziano Salari.
Manni, Lecce 2005, pagg. 80, Euro 10,00
Manni, Lecce 2005, pagg. 80, Euro 10,00 
21 Luglio 2006
 

Partiamo dalla complessa struttura di organizzazione del testo, in parti e sotto parti, a partire dall’epigrafe di Wallace Stevens, che è un invito a ritrovare, di ogni cosa, la parola originaria. Getta via definizioni e luci/ e di ciò che tu vedi nel buio/ dì che è questo o che è quello/ ma non usare i nomi guasti. Al complesso del libro Bonacini appone il titolo di uno dei suoi capitoli più interni e meno assertori, Quattro metafore ingenue, incastonato com’è tra Apertura, Pensiero iniziale, Brevissima storia del mondo sensibile in dodici piccole poesie, Pensiero di mezzo, e seguito da altrettanti capitoli, fino a un Pensiero finale e a una Chiusura che tuttavia non ancora sigilla la raccolta poetica, lasciando all’ultima pagina il compito di riaprire a una nuova esperienza con Tre momenti isolati di meditazione extra territoriale. Quali sono le quattro metafore ingenue e a che cosa intendono rapportarsi?

Variazioni di un corso d’acqua preso nei suoi aspetti più riduttivi: Rigagnolo, Ruscelletto,Torrentello, Fiumiciattolo. Che cosa li differenzia? Rigagnolo: Dovunque si vede/ che spinge/ che oppone uno sforzo/ un attacco/ un contatto per dire/ che ciò che trattiene/ il suo corpo/ è materia di sogno (…). Dalla faticosa nascita del rigagnolo siamo rinviati all’incipit del volume, da titolo emblematico di Apertura. Dove si apre il varco nel compatto mondo del reale, della Necessità? Da dove s’insinua nelle nostre vite la saggezza, così profondamente diversa da ogni concezione corrente di saggezza? Nel sogno, ci dice Bonacini, i sogni rappresentano questa apertura, l’apertura per eccellenza. Nel sonno/ la perdita è tutto/ la dissipazione/ stupenda/ lo squilibrio abissale. Il sonno ci toglie dal mondo, ci cancella, ci sprofonda in un’altra dimensione. Ma il rigagnolo stenta a nascere, vuole trattenersi alla sorgente, rinviare l’inizio di un viaggio nella follia delle cose e delle parole. Anche il ruscelletto si divincola all’inizio cercando di mantenersi estraneo (dissimile in tutto) dal mondo che lo accoglie. E anche il torrentello e il fiumiciattolo hanno una vita difficile nella tendenza a desiderare altro da ciò che sono costretti a essere. Sono allora quattro metafore ingenue della poesia così come viene più chiaramente ribadito nella sezione intitolata Autonomia della vita interiore. La poesia è più insicura -/ di tutto non si può dire appare/ Qualcosa ci attraversa/ e ci separa – il vetro è silenzioso/ il paesaggio muto.

La poesia è insicura e separata dalla vita come nei loro letti il rigagnolo, il ruscelletto, il torrentello e il fiumiciattolo. La poesia è distanza dalle cose ma rivelatrice della loro nascosta verità. Ha dunque una scienza il suo cuore/ una parte di scena nel buio/ o su un sasso- un’artistica nebbia/ in un corpo perplesso. La poesia è sempre mancanza, insieme un esempio di luce di vuoto, di sillabe acute – un’ombra/ nell’ombra, un mistero nel mistero dell’essere.

La struttura del libro è scandita da tre pensieri, Pensiero iniziale, Pensiero di mezzo, Pensiero finale. Come le Quattro metafore ingenue sono meditazioni sulla poesia, sono anch’essi pensieri rivolti alla poesia. Il Pensiero iniziale riguarda la nascita del poema, il suo muoversi (come le metafore del rigagnolo, del ruscelletto, del torrentello e del fiumiciattolo) da una privazione iniziale (un principio insoddisfatto) fino alla percezione delle cose più semplici come estranee, e quindi come poetiche, o rivissute nel sogno più accurato. Il Pensiero di mezzo riguarda l’arenarsi delle parole (Eppure sento che una mitologia si sfalda/ che ciò che si possiede arriva al limite) di fronte agli oggetti, come in una rivisitazione dissimulata di Ein Brief di Lord Chandos, in cui, al logorarsi delle parole, segue lo stupore nella contemplazione delle cose. Gli oggetti descrivono un’umanità smagliante/ la sua forma adolescente nella simbologia/ di un pulviscolo che vola e intanto la ricopre./ In ciò il rivestimento- in ciò naturalmente lo stupore. In Lord Chandos: «Un innaffiatoio, un erpice abbandonato su un campo, un cane al sole, un povero cimitero, uno storpio, una piccola casa di contadini, in tutto ciò mi si può palesare la rivelazione» (Hugo von Hofmannsthal, Ein Brief). E il Pensiero finale arriva, per così dire, alla sintesi (in cui si erano interrotti gli smagriti corsi d’acqua delle metafore ingenue), quasi a una dichiarazione filosofica, se, come recita, La cura del poema guida a una perplessità/ immanente – privando l’esistenza/ delle stesse ragioni che mutano la danza/ in passi semplici e cruciali/ un linguaggio serve/ ad ammassare foglie/ a toglierle dal lato della strada/ e ritrovarle gelide/ spaesate. La perplessità immanente è quella che si apre tra mondo e poesia, tra mondo e sogno, che il poema si assume il compito (la cura) di approfondire, per portare alla luce l’idea fondamentale di un conflitto irrisolvibile. E il Pensiero finale si affida, per uscire dall’impasse, agli Appunti per uno sguardo invisibile in cui il poeta cerca di penetrare oltre la superficie delle cose, la scorza sensibile dell’essere. Come dice splendidamente nella 4 poesia della sezione, Ma l’idea che nella mente/ si frantumi il domicilio delle cose/ forse è il tramite che porta/ nell’azzurro, forse è ciò che non si vede/ ma ugualmente si conosce. Nella poesia è quindi riposta la possibilità di una conoscenza alternativa, di una conoscenza che ha attinenza col sogno (la saggezza dei sogni in Apertura), con lo spaesamento assoluto.

E tuttavia Bonacini non fa proclami, e come le sue metafore ingenue conosce le difficoltà di una diversa visione del mondo che riesca a vincere le resistenze della ferrea logica che governa le cose. Si isola una prima conoscenza/ nella dimestichezza delle gocce naturali/ e appare la durezza della pietra.(6). E il conflitto tra mondo e poesia resta perennemente (e questo è il titolo della penultima sezione del libro) Una guerra sospesa. Una guerra da cui la poesia non intende arretrare, arrendersi alle ragioni del mondo, anche se la sua sopravvivenza resta precaria. Dopo il disincantamento del mondo (Non ho più natura né testa, né oggetti/ invisibili forse- una volta qualcosa si apriva/ una volta era l’alba, il confronto…), lo stato della poesia non può essere che la resistenza e l’abbandono, attraverso l’estraniamento, ai segni effimeri di una possibile rinascita. Da dove ripartire? La penultima poesia del libro s’intitola Chiusura e rinvia a una nuova apertura. Un segno -un piccolo/ preciso, indelebile segno/ È da qui che dovremmo/ partire – e qui ritornare. E qualche verso dopo: Un salto e un ricordo -/ un cespuglio di segni. La natura non è più la foresta di simboli di Baudelaire che guardano l’uomo avec des regards familiers, ma un cespuglio di segni dall’incerta decifrazione.

In questo libro, Bonacini ci dona, senza proclami o lamenti, una tra le più acute e precise diagnosi sulla condizione attuale della poesia, e sappiamo che nella poesia è racchiuso lo stesso senso della vita, del nostro essere al mondo. La riflessione sulla poesia diventa essa stessa testimonianza di una contemporaneità dissociata dai suoi fondamenti e senza illusioni, se non l’illusione ultima di una riappropriazione di se stessi e del senso dell’essere. E i Tre momenti isolati che concludono il libro (ma che in realtà lo riaprono spezzando la sua apparente rigidità strutturale), ci guidano alla ricerca di un luogo fuori dalla natura e dalla storia che forse solo la poesia può salvaguardare riportando ogni discorso ad uno sforzo senza posa.

 

Tiziano Salari

(Dalla rivista CAPOVERSO, n.11, Gennaio-Giugno 2006)


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