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Francesca Merlo. Radicali, scuola e caso Italia
26 Ottobre 2008
 

Mai si è parlato di scuola come in questi ultimi due mesi in Italia. Ne scrivono i quotidiani, quasi ogni giorno e non sempre per fare informazione; ne parlano politici, avvocati, sindacalisti, medici e tuttologi vari. Tutti parlano di scuola ma non i diretti interessati: studenti, genitori, insegnanti.

Insegnante e genitore, radicale dagli anni di “Liberazione” allegato a Lotta Continua, vorrei dire perché ritengo che i radicali debbano finalmente affrontare essi stessi l’argomento e come possano farlo con cognizione di causa. Marco Pannella ha dichiarato più volte di non intendersene, ma poi, in una conversazione con Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale, ha fatto riferimento alla Montessori, che i più conoscono solo per essere stata l’icona delle 1.000 lire, ma che ha rivoluzionato la pedagogia italiana, fondando un tipo di scuola poi diffusasi in tutto il mondo.

Un legame, un’affinità tra la politica radicale e la Montessori a mio avviso c’è, eccome! Sì, perché la sua grande intuizione è stata proprio quella di ribaltare il punto di vista dell’educazione, mettendo il bambino al centro delle sue riflessioni e del suo fare scuola. E cosa hanno fatto in tutti questi anni Pannella e i radicali, se non (mettere al centro delle loro azioni politiche le persone, i cittadini), muovere dai bisogni dei cittadini, [dalla loro esigenza di] cercando di assicurare a questo Paese un po’ di giustizia, informazione, legalità in ogni ambito del vivere sociale?

Basta dunque ai radicali tenere fede alla loro abituale impostazione e mettere al centro del dibattito sulla scuola il cittadino, l’utente, il soggetto del processo educativo che nella scuola si svolge (o si dovrebbe svolgere) per orientarsi nella ridda di dichiarazioni, spesso solo pubblicitarie. Il soggetto è il bambino o, più avanti, l’adolescente: è a lui che si deve guardare se si vuole parlare di scuola con credibilità.

 

Allora proviamo a “leggere” la situazione della scuola italiana con le lenti radicali. La scuola italiana, in particolare la secondaria superiore, non funziona: troppi alunni con “debiti formativi”, alto tasso di abbandono e risultati ai test internazionali (PISA) tra i più bassi. Pare tuttavia, a leggere gli articoli di questo periodo e le dichiarazioni di politici e ministri, che la responsabilità di questa situazione sia prevalentemente dei ragazzi che non studiano, non si impegnano, copiano… Ma ci rendiamo conto? È come se, parlando di sanità che non funziona, si volesse attribuire la responsabilità ai malati che non guariscono!

Si parla di maggiore rigore, 5 in condotta, bocciature o docenti fannulloni. Slogan. Affermazioni non argomentate alle quali si risponde con soluzioni “pubblicitarie”: la divisa, l’obbligo di alzarsi quando entra l’insegnante… Come se il rispetto si potesse far scaturire da atti puramente formali! Certo, a volte questi aiutano ed è evidente, ad esempio, che a scuola non si può andare vestiti come se si andasse in spiaggia; ma da soli questi provvedimenti non sortiranno alcun effetto reale. Perché i ragazzi non sono stupidi e non si può dare credibilità alla scuola imbiancando la facciata.

I mali della nostra scuola sono ben più profondi: si chiamano inefficienza, mancanza di una strategia a lungo termine, “riforme” frammentarie non sostanziali e mai portate a termine o affossate da sindacati e docenti, scarsa preparazione dei docenti non tanto per quanto riguarda la conoscenza della propria materia, quanto rispetto alle competenze didattico-relazionali, in un’epoca e in un ambito in cui la relazione è ciò che fa la differenza.

La scuola, è il luogo in cui si formano i futuri cittadini. È lì che si educano i furbi o gli onesti, coloro che evaderanno le tasse o le pagheranno, coloro che si faranno raccomandare o che conteranno sulle proprie competenze e capacità, coloro che osserveranno le leggi, le contesteranno, le trasgrediranno assumendosene la responsabilità, come nella migliore tradizione nonviolenta, oppure trasgrediranno di nascosto, con l’appoggio di amici, politici, con il silenzio dei superiori e dei colleghi.

Nella scuola si impara tutto questo… E a scuola si dovrebbe imparare cos’è la Costituzione, come si conduce un’assemblea, come si rispettano le minoranze ma anche come si garantisce il governo. Insomma a scuola si dovrebbe imparare a vivere da cittadini… e invece si insegna ad essere sudditi.

 

Ecco, allora, che tutto si fa chiaro: la scuola è parte di quel caso Italia che da anni i radicali denunciano; ambito della vita sociale nella quale esistono regole che le gristituzioni per prime non rispettano; sistema che garantisce sé stesso piuttosto che gli utenti che dovrebbe servire.

 

Francesca Merlo

(da Notizie radicali, 24 ottobre 2008)


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