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Vittorio Giorgini: Cultura e ambiente, occorre impegnarsi nella decrescita. Basta con la crescita
14 Dicembre 2008
 

Premessa

 

Oggi cominciamo a prendere coscienza di molte emergenze planetarie. Emergenza del clima, degli inquinamenti, dell’energia, dei rifiuti. Sono tutti effetti, conseguenze. Nessuno parla delle cause. Si parla degli effetti e non delle cause. Le cause sono una sola e sempre la stessa: la crescita esponenziale della popolazione.

 

 

Cultura e ambiente

occorre impegnarsi nella decrescita. basta con la crescita

 

In principio Dio creò il cielo e la terra… Il primo giorno Dio separò la luce dalle tenebre… Il secondo giorno fece il firmamento… Il terzo giorno, il mare e la terra… Il quarto giorno, il sole e la luna… Il quinto, gli animali che popolano le acque e i cieli… Il sesto, gli animali della terra e l’uomo, a sua immagine e somiglianza.1 Poi creò il Paradiso Terrestre, vi mise l’uomo e da questi creò la donna.2

 

E Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza, e abbia potere sui pesci del mare e sui volatili del cielo, sugli animali domestici, su tutte le fiere della terra e sopra tutti i rettili che strisciano sulla terra».

                          E Dio creò l’uomo a sua immagine.

A immagine di Dio lo creò.

Maschio e femmina li creò.

E Dio li benedì e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra, soggiogatela e abbiate potere sui pesci del mare, sui volatili del cielo e su ogni animale che striscia sulla terra».3

Ora il Signore disse ad Abram: «Vattene dalla tua terra, dal tuo parentado, dalla casa di tuo padre, verso la terra che ti mostrerò. Io farò di te una grande nazione, ti benedirò e renderò glorioso il tuo nome e sarai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò coloro che ti malediranno; in te saranno benedette tutte le famiglie della terra».4

 

E quando Dio apparve a Mosè nel roveto in fiamme, disse:

 

«Ho ben veduto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, ho udito il suo grido causato dai suoi aguzzini, ben conosco le sue sofferenze…»5

 

Sul monte Sinai si rivolse di nuovo a Mosè con queste parole:

 

«E ora, se davvero ascoltate la mia voce e osservate il mio patto, sarete per me un tesoro particolare fra tutti i popoli, poiché mia è tutta la terra. Sarete par me un regno di sacerdoti e una nazione santa. Queste sono le parole che dirai ai figli d’Israele…»6

 

La storia delle religioni subisce nei tempi grandi trasformazioni, ed è per questo che esistono tante religioni, perché con l’evoluzione dell’esperienza e quindi del pensiero le culture, lentamente, si trasformano.

La Bibbia, in questi ultimi due millenni circa, si è notevolmente trasformata subendo cancellature, aggiunte, cambiamenti. Quando, a metà del Novecento, la leggevo, si raccontava che Dio prese una costola di Adamo per creare Eva (questa “tecnica” appartiene alle superstizioni animiste). Nella Bibbia attuale, dalla quale è tratta la suddetta citazione, non si parla più della costola, data l’assurdità della storia. Ciò è avvenuto anche per Adamo: non si dice più che fu creato con l’argilla-creta, tecnica della scultura che data la genesi di Adamo già in tempi artigianali, post animasti, quindi. E questo procedimento avviene in molti altri passaggi del Libro. Si confida nel fatto che i popoli dimenticano.

 

La coscienza dei rapporti esistenti fra vita e ambiente è cosa antichissima. Ancora prima delle nostre civiltà, già gli insetti, come le api, se si trovavano in un territorio non più sufficiente alla loro sopravvivenza, sciamavano. Il concetto di “sciamare” è un sinonimo di quel sistema di ricerca-sopravvivenza che è stato chiamato nomadismo e che, pur trasformando le proprie caratteristiche, dura fino ai giorni nostri: dai movimenti di piccoli gruppi – branchi – alle grandi migrazioni di tribù e popoli, alle conquiste di Paesi che così s’ingrandivano divenendo imperi e nazioni, alla colonizzazione di territori e popolazioni limitrofe, alle esplorazioni e conquiste di terre lontane, quando la tecnica di navigazione migliorò consentendo viaggi più lunghi, e il perfezionarsi delle armi consentì ai pochi di soggiogare i molti, dall’uso del ferro a quello della polvere da sparo. Oggi ancora assistiamo a vaste migrazioni dalle zone più difficili del Pianeta a quelle più ricche e, oltretutto, per risolvere problemi del rapporto popolazione-pianeta, si pensa addirittura a possibili emigrazioni “extraterrestri” e quindi all’esplorazione e colonizzazione di altri pianeti.

Per quel che ne sappiamo dalle osservazioni e dai racconti degli antropologi, già le popolazioni primitive, del resto come molti altri organismi viventi, avevano coscienza del rapporto fra l’esistenza e i mezzi di sussistenza. È appurato che molti organismi manifestino un’attitudine di rispetto, di salvaguardia, nei confronti dei mezzi necessari per nutrire, dissetare e proteggersi, attitudine che ci è stata tramandata anche nel suo trasformarsi, ma con cui oggi abbiamo perso contatto. Non tutte le culture ebbero la coscienza dei rapporti fra ambiente e sostenibilità, come dimostra il caso degli abitanti dell’Isola di Pasqua, i quali, sviluppando un’autoritaria organizzazione di gerarchie religiose conseguenti alle fanatiche credenze superstiziose, consumarono energie e distrussero fino all’ultimo albero dell’isola al fine di erigere quei monoliti, moai, che probabilmente rappresentavano un culto verso gli antenati. Il costo umano di tale opera titanica ridusse allo stremo questa popolazione che probabilmente, se non fosse l’isola stata raggiunta dai primi navigatori, oggi non esisterebbe più. Questa storia ci pare avere molte affinità con ciò che oggi sta succedendo nel nostro Pianeta, isola sperduta nello spazio. Eppure non siamo riusciti a trarre profitto da questa e simili esperienze. Già ai tempi romani, per esempio, Cicerone ci parla del racconto di Catone il Vecchio su quell’anziano contadino al quale, dato che piantava un albero, fu chiesto perché si accingeva a tale fatica, essendo egli in età tanto avanzata: era implicito il fatto che non ne avrebbe beneficiato. Questi rispose che, avendo avuto nel suo sopravvivere profittato dei frutti lasciati dai padri, lui ora, padre, doveva provvedere ai propri figliuoli.7 Forte è il rispetto della natura nelle popolazioni antiche e ne abbiamo testimonianze fra le quali molte degli indiani delle Americhe. Conosciuto e divenuto punto di riferimento è il discorso che quel capo indiano chiamato Seattle fece al congresso degli Stati Uniti nel quale, fra l’altro, avendo saputo che si stava per vendere del terreno, disse: «Ma voi volete vendere la terra! Allora poi venderete anche l’aria, l’acqua, la luce, il calore…» e fu profeta perché tutto ciò che nel suo discorso paventava come cosa assurda è poi avvenuto.

Il prodursi delle tecniche dell’agricoltura e del concetto di proprietà consentono di immagazzinare oggetti e risorse distaccando sempre di più il significato del sostegno dalle condizioni ambientali; poi l’inurbamento ha tagliato di netto quel rapporto e quindi la coscienza fra la produzione e il consumo: mentre si spopolavano le campagne, si popolavano i centri urbani, e così facendo si perdeva contatto con la natura, che diveniva soltanto oggetto di profitto ludico e turistico. Si arriva fino al punto che gli abitanti della città non sanno più quale sia la provenienza di molti dei prodotti usati.

Pare che fino al XVII secolo la popolazione del Pianeta non superasse le 600.000 unità, ma già agli inizi del Novecento raggiunge il miliardo di abitanti; l’aumento è stato esponenziale, in questi ultimi due-tre millenni, rispetto ai quattro e più milioni di anni dell’evoluzione.

Il moltiplicarsi della popolazione coincide con il progredire delle scienze e delle tecniche e, conseguentemente, dell’industria: con l’invenzione dei motori, col progredire delle possibilità energetiche delle società, crescono anche i consumi e quindi la produzione. Dall’inizio del Novecento alla fine di quel secolo la popolazione si moltiplica fino a sei volte e mezzo - sette volte, e probabilmente supera i sette miliardi. In un secolo e mezzo si costruisce nove volte il volume che si era costruito dall’inizio dell’inurbamento fino alla fine dell’Ottocento, cioè in ben oltre venti secoli. Ciò è successo per l’aumento della popolazione, ma anche per l’aumento delle attività: i porti sono cresciuti, si sono aggiunte le ferrovie con le loro stazioni, gli aeroporti, gli autoparchi, le autostrade, le industrie, i magazzini, i grandi centri commerciali, scuole, ospedali, uffici, aziende di tutti i tipi, dighe, e tutti quei lavori di consolidamenti di argine, di murature di sostegno, gallerie e tante altre infrastrutture che una volta non esistevano. Tutto ciò avveniva senza programmazioni, senza ordine, senza logica, ma seguendo interessi locali, parziali e con egoismi di profitto assolutamente miopi.

Già nell’Ottocento, con tale progredire, alcuni studiosi, osservatori più attenti, avevano iniziato a rendersi conto che si produceva un degrado ambientale incluso l’inquinamento di aria e di acque. Ma a queste poche voci non venne data importanza. Nel 1967 Aurelio Peccei, industriale coinvolto appassionatamente nei problemi della crescita, fondò il Club di Roma per studiare e denunciare i problemi del Pianeta. Cominciò col commissionare una ricerca sui limiti dello sviluppo e dei consumi a tre scienziati del MIT (Massachusetcs Institute of Tecnology), Donella e Dennis Meadows e Jørgen Randers. Da questa ricerca fu tratto il libro I limiti dello sviluppo;8 questo e vari altri testi che seguirono, fra i quali vogliamo ricordare importanti lavori di Ivan Illich, passarono quasi inosservati e, anzi, da chi se ne occupò furono criticati e accusati di pessimismo, di disfattismo, di catastrofismo ecc.

 

Gli interessi dei poteri delle nostre società sono sempre stati miopi, dai tempi più antichi, e certamente egoistici. Tali atteggiamenti derivarono dalla mancante coscienza della relazione fra risorse e consumi (lo stesso errore fatto dagli abitanti dell’Isola di Pasqua) e da uno sviluppo culturale che, col cambiare delle società in organizzazioni di poteri imperialistici, stava trasformando le culture primitive in culture di potere.

È importante riconoscere la funzione che su queste trasformazioni hanno avuto le religioni, e in modo particolare l’insegnamento che nelle culture occidentali è derivato dalla cosiddetta “radice giudaico-cristiana” e, direi in modo particolare, da quella ebrea. Infatti è con l’ebraismo che si stabilisce la condizione superiore dell’uomo creato a immagine e somiglianza di un Dio, il Dio di Abramo. Questo pensiero o questa “narcisistica” presa di coscienza di essere scelti deriva dalla genesi delle Sacre Scritture bibliche che al momento opportuno hanno prodotto il Cristianesimo, subendo le influenze dei culti di Mytra, di Dionisio e di altri, poi anche per l’influenza del pensiero socratico, platonico e neoplatonico. Se prendiamo in esame queste scritture, vediamo che siamo stati scelti in due tempi diversi in quanto la creazione a immagine e somiglianza ha costruito il concetto che le persone fossero simili agli dei, sublimando l’idea dell’umano in quella del divino, e ciò era già avvenuto con l’Olimpo greco, che aveva trasformato divinità bestiali e composte in divinità a forma umana; è però con la Genesi che si stabilisce in maniera definitiva questa relazione. In seguito il concetto viene a precisarsi per cui il Dio che aveva creato l’individuo a sua somiglianza sceglie un popolo e lo elegge a suo popolo prediletto, trasferendo l’elezione dall’individuo al collettivo, ma un collettivo ben definito appunto in un popolo e nella sua discendenza. Col Cristianesimo, infine, viene umanizzata definitivamente la divinità, portata in terra e omologata alle genti. Ecco che la conseguenza del monoteismo occidentale nelle sue derivazioni, compresa la islamica, produce una società nella quale il rapporto con la natura viene annullato dalla presunzione del migliore e dei migliori e della loro supremazia sul Pianeta, cioè il concetto di teocentrismo, di geocentrismo, diventa anche concetto, che si fa convinzione e definizione, di androcentrismo.

I popoli che, con la scusa di seguire i dettati del loro Dio, iniziano la colonizzazione del Pianeta sono appunto i giudaico-cristiani, che creano poi le varie aristocrazie – il potere dei migliori – e con la giustificazione del soggiogare derubano le altre popolazioni non ancora monoteiste dei loro averi, delle loro vite e della loro libertà, trasformando i significati delle relazioni sociali e delle relazioni fra società e ambiente. Soltanto nel XX secolo si profila un seme di comprensione di tale disastro che è una impotente ribellione contestata, contrastata e soggiogata da interessi economici e dai conseguenti poteri. Il capitalismo nasce con la presa di potere delle Nazioni, alleate, assieme a organismi finanziari e religiosi, in politiche colonialiste di sfruttamento per la produzione di ricchezza; tale meccanismo economico si oppone a qualsiasi controllo dello sfruttamento senza limiti, con i suoi servi dell’economia, gli economisti appunto, che, anche condizionati da consuetudini culturali, continuano a promuovere la “necessità” della crescita.

È ovvio, anche se incomprensibile, come le “religioni del Libro” continuino a obbedire a quei comandamenti che ordinano di crescere e moltiplicarsi e di soggiogare: queste sono divenute vere e proprie “multinazionali di sfruttamento”, così come tutte quelle organizzazioni che fanno parte di questo pensiero religioso e hanno prodotto il capitalismo, che si basa sui mercati di massa, e sui conseguenti consumi che aumentano la produzione e con questa il potere economico e che, così facendo, tagliano il ramo su cui sono seduti. È logico che grandi finanziarie, multinazionali, gerarchie religiose e della politica possono facilmente salvaguardare i propri interessi, grazie ai mezzi forniti dalle enormi ricchezze accumulate, a scapito delle genti schiavizzate, sfruttate, così come sono stati sfruttati i beni del Pianeta.

Mentre le specie vanno estinguendosi, sia le viventi che le vegetali, così come i beni inorganici vanno scomparendo e avvelenandosi, ancora si combattono coloro che con mezzi limitati lanciano grida di allarme. Ultimo fra queste, l’importante libro del 2006 di Serge Latouche, La scommessa della decrescita, edito da Feltrinelli, che si aggiunge autoritariamente ad altre voci e porta un ulteriore importante contributo sottolineando le regole dell’economia attuale, che impongono l’assurdità di una crescita continua. Riusciranno queste voci a vincere gli egoismi ottusi e miopi dei religiosi e dei finanzieri? Si comincia a paventare che la situazione del Pianeta sia già arrivata a un punto di non ritorno e dubbio è che la mente degli egoisti del potere si apra, anche se qualche segnale sta arrivando. È del settembre 2007 un intervento del pontefice Ratzinger il quale per la prima volta per un papa fa riferimento ai problemi ambientali in maniera un po’ più chiara di quanto non sia mai stato fatto (non è mai troppo tardi!), ma riuscirà il Vaticano, e con questo gli altri poteri, a iniziare un movimento serio di trasformazione del modo di relazionarsi fra le genti e le cose? Abbiamo paura di no, perché troppo traumatico dovrebbe essere il cambiamento culturale e quindi di attitudine e delle conseguenti trasformazioni.

 

Gli antropologi e gli storici ci dicono come i mutamenti delle società sono avvenuti in tempi prima lentissimi, accelerando gradualmente, fino a divenire sempre più veloci nell’arco degli ultimi due, tre millenni. Dall’australopiteco ai primi ominidi sono passati oltre due milioni di anni: in quei tempi le genti erano molto simili a tutti gli altri organismi viventi, le comunicazioni erano rozze e il pensiero praticamente inesistente, solo parte dell’istinto di conservazione. Gli ominidi pure erano uguali agli altri organismi viventi, anche se iniziavano a sviluppare paure e probabilmente domande rozze. Il terzo milione di anni ci porta all’homo faber ma per i sapiens occorre l’ultimo milione e sembra sia fra gli ottocento e i cinquecento mila anni l’inizio dei linguaggi: prima si trattava solo di suoni gutturali, di mimiche, segni e disegni, ma con la parola (cioè la capacità di produrre nel luogo e nel presente una cosa che non c’è, nominandola) e poi con il verbo (potendo raccontare un’azione anche quando questa è avvenuta altrove) si ha la divisione fra reale e irreale. Reale è ciò che si vede, ciò che succede, irreale diventa ciò che si può nominare, non essendoci, o che si può raccontare, non avvenendo. Ecco il determinarsi della fantasia, dell’immaginario e con questo della magia, immagine-immaginabile. Col perfezionarsi di ciò si sviluppa la prima coscienza della differenza fra profano (“prima della fania”, l’apparizione) e sacro (ciò che deve apparire, ierofania). Reale-profano. Irreale-sacro (immaginario). Si forma una casta di individui che sono i raccontatori di miti e leggende, coloro che reificano l’immaginario. Poi i magi, gli stregoni, gli sciamani e, infine, i sacerdoti, che hanno la funzione di intermediari.

Le culture stanno letteralmente trasformandosi, ha inizio quel rapporto fra il reale e l’irreale (il profano e il sacro) i cui intermediari producono quella che chiamo “la sindrome del portiere o del poliziotto”, autoritario coi deboli, servile coi potenti, la caratteristica dei sacerdoti, durante tutta la storia delle religioni antiche, fino ai monoteismi attuali. Il servo era sempre sottoposto e per ottenere i benefici della potenza occorreva allearsi coi poliziotti-sacerdoti. Forse oggi, se non è troppo tardi, cominciamo ad assistere a un’ulteriore trasformazione che dovrebbe essere quella di avere una coscienza più reale del nostro rapporto, appunto, col reale e mettere nei musei come testimonianza culturale tutto il nostro rapporto con il “costruito sul non-conosciuto”. Quando si parla di teologia – lo studio del dio – parliamo dello studio di una cosa immaginaria, da noi stessi costruita, idem la teosofia – la conoscenza del dio –; due termini questi che mi fanno pensare a quella moltitudine di discussioni e di scritti per rispondere alla domanda di quale fosse il sesso degli angeli: in tutti questi studi non si trovano mai dubbi sul fatto stesso che gli angeli esistano, tale esistenza è data per scontata. È necessario quindi cercare di scoprire i misteri della natura così come ha fatto la scienza, senza produrre quelle ideologie, credenze e fedi che tanto danno hanno fatto all’intelligenza umana.

La prima parola d’ordine che segue è “no alla crescita sì alla decrescita”, per salvare il Pianeta dai nostri egoismi e dalla nostra ignoranza e ingordigia. L’aumento della popolazione oltre al disastro ecologico produce guerre, genocidi, fame e malattia.

 

Vittorio Giorgini

 

 

1 La Bibbia concordata, “I Meridiani”, Arnoldo Mondatori Editore, 1982 Milano. Gn 1, 1-31.

2 Ivi, Gn 2, 1-25.

3 Ivi, 1, 26-28. I corsivi sono dell’autore.

4 Ivi, 12, 1-3.

5 Ivi, Es 3, 7.

6 Ivi, 19, 5-6.

7 M.T. Cicerone, Catone il vecchio. La vecchiaia, dove egli commenta questa osservazione di Catone. Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli 2007, Milano.

8 Studio che fu pubblicato in D.H. Meadows, D.L. Meadows, J. Randers, W.W. Behrens III, I limiti dello sviluppo, Mondadori 1972, Milano, oggi aggiornato ed edito col titolo I nuovi limiti dello sviluppo.


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