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La Pasqua di Faust 
di Gabriella Rovagnati
29 Marzo 2013
 

La tragedia di Faust, come tutte le grandi opere della letteratura a partire dalla Bibbia, è la tragedia della conoscenza; l’avventura di Faust prende le mosse, come quella di Ulisse, dall’insoddisfazione della limitatezza, dalla coscienza di quella imperfezione che spinge l’uomo a tentare di essere simile a Dio, a cogliere il frutto dell’albero proibito nell’Eden, a peccare di tracotanza, rifiutando di accettare la propria dimensione di creatura fragile ed effimera, per andare sempre “oltre” i limiti, in una sorta di delirio d’onnipotenza; Faust, insomma, è in un certo senso un’anticipazione dello Übermensch, dello Ultrauomo di Friedrich Nietzsche.

Scrittore proficuo e longevo, Goethe ci ha lasciato un’opera immensa e multiforme, ma la stesura di Faust occupò la sua vita intera, per cui quest’opera ne riflette, nello stile e nei contenuti, l’evoluzione umana, estetica e spirituale. Goethe vi lavorò dalla giovinezza fino alla fine dei suoi giorni, tanto che la tragedia, che consta di due parti assai diverse fra loro, nella sua forma completa fu pubblicata soltanto postuma.

La prima parte dell’opera – suddivisa in scene – si apre con una dedica, alla quale seguono due prologhi; il primo, il prologo in teatro, è una sorta di riflessione di Goethe sulla propria poetica e sulle ambivalenze del processo creativo; nel secondo preambolo, il prologo in cielo, ai cori degli angeli si alterna un dialogo fra Dio e Mefistofele, in cui è contenuto in nuce tutto il senso della tragedia, assai lontana sul piano religioso dall’etica cristiana tradizionale. Il male sta nel peccato di un’incoercibile irrequietezza, mentre il bene si identifica con quell’anelito indomito, quello Streben, che è una sorta di potenziamento della volontà e della spinta al sapere. Già in questa premessa è insito il destino di Faust, perché è evidente che egli incarna un’idea di uomo non visto come una creatura limitata e peccatrice, e quindi bisognosa di redenzione, ma come un essere che diventa degno di redenzione grazie alla sua implacabile sete di conoscenza.

 

Quando entra in scena, dopo i due prologhi, Faust è in preda alla disperazione e – in un monologo in rime baciate di sapore popolare – esprime tutta la propria insoddisfazione per l’insufficienza del proprio sapere:

 

FAUST.

Habe nun, ach! Philosophie,

Juristerei und Medizin

Und leider auch Theologie

Durchaus studiert, mit heißem Bemühn.

Da steh ich nun, ich armer Tor,

Und bin so klug als wie zuvor!

Heiße Magister, heiße Doktor gar

Und ziehe schon an die zehen Jahr

Herauf, herab und quer und krumm

Meine Schüler an der Nase herum –

Und sehe, daß wir nichts wissen können!

Das will mir schier das Herz verbrennen.

Zwar bin ich gescheiter als alle die Laffen,

Doktoren, Magister, Schreiber und Pfaffen;

Mich plagen keine Skrupel noch Zweifel,

Fürchte mich weder vor Hölle noch Teufel –

Dafür ist mir auch alle Freud entrissen,

Bilde mir nicht ein, was Rechts zu wissen,

Bilde mir nicht ein, ich könnte was lehren,

Die Menschen zu bessern und zu bekehren.

Auch hab ich weder Gut noch Geld,

Noch Ehr und Herrlichkeit der Welt:

Es möchte kein Hund so länger leben!

Drum hab ich mich der Magie ergeben,

Ob mir durch Geistes Kraft und Mund

Nicht manch Geheimnis würde kund,

Daß ich nicht mehr mit sauerm Schweiß

Zu sagen brauche, was ich nicht weiß,

Daß ich erkenne, was die Welt

Im Innersten zusammenhält,

Schau alle Wirkenskraft und Samen

Und tu nicht mehr in Worten kramen.

(vv, 354-385)

 

***

 

FAUST.

Ho studiato ahimè filosofia,

E a fondo diritto e medicina

E purtroppo per me anche teologia

Con enorme dispendio d’energia.

Eccomi qui folle miserando

Quanto a saper sempre allo stesso punto!

Maestro mi chiamano, dottore,

Da un decennio ormai, che orrore,

Con dotto cipiglio in ogni caso

I miei allievi prendo per il naso –

E vedo che nulla apprendere possiamo!

Cosa che il cuor mi rode e mi consuma.

Son sì più colto di tanti stolti,

Dottori, maestri, scribi e pretastri;

Né dubbio né scrupolo conosco –

Non temo né inferno né diavolo.

Per questo d’ogni gioia son privato,

Non m’illudo d’aver molto imparato,

D’aver alcunché da insegnare,

Onde poter la gente migliorare.

Né posseggo denaro in abbondanza

Né del mondo gloria e rinomanza:

Neppur a un cane modello d’esistenza!

Per questo alla magia ho fatto appello,

Forse che col potere e per bocca dello spirito

Mi si riveli qualche segreto,

Sì da non dover più con sudore

Dire quello che so di non so sapere,

Sino a scoprire che cos’è in fondo

A tenere insieme l’intero mondo,

Vedere ogni energia e seme vitale

E cessare di frugar fra le parole.

 

Nessuna delle scienze tradizionali è in grado, nella sua aridità, di soddisfare la sua smania di conoscenza. Perciò Faust passa alla magia, ma a tutta prima non evoca le potenze sataniche, le forze della magia nera, bensì lo spirito della terra, l’energia vitale della natura; con il suo aiuto confida di poter pervenire a un’esperienza conoscitiva totalizzante, capace di superare ogni impedimento e ogni veto. Ma lo spirito della terra da lui evocato, nella sua concretezza, deride le sue ambizioni universalistiche, e a quel punto Faust sembra non vedere altra via di scampo alla propria insoddisfazione se non nel suicidio. Sta per portarsi alla bocca la coppa con il veleno, quando nel suo studio giunge il suono delle campane di Pasqua, che con la loro dolcezza lo trattengono dal compiere il gesto estremo, evocando il lui il mondo dell’infanzia:

 

FAUST.

Was sucht ihr, mächtig und gelind,

Ihr Himmelstöne, mich am Staube?

Klingt dort umher, wo weiche Menschen sind.

Die Botschaft hör ich wohl, allein mir fehlt der Glaube;

Das Wunder ist des Glaubens liebstes Kind.

Zu jenen Sphären wag ich nicht zu streben,

Woher die holde Nachricht tönt;

Und doch, an diesen Klang von Jugend auf gewöhnt,

Ruft er auch jetzt zurück mich in das Leben.

Sonst stürzte sich der Himmelsliebe Kuß

Auf mich herab in ernster Sabbatstille;

Da klang so ahnungsvoll des Glockentones Fülle,

Und ein Gebet war brünstiger Genuß;

Ein unbegreiflich holdes Sehnen

Trieb mich, durch Wald und Wiesen hinzugehn,

Und unter tausend heißen Tränen

Fühlt ich mir eine Welt entstehn.

Dies Lieb verkündete der Jugend muntre Spiele,

Der Frühlingsfeier freies Glück;

Erinnrung hält mich nun, mit kindlichem Gefühle,

Vom letzten, ernsten Schritt zurück.

O tönet fort, ihr süßen Himmelslieder!

Die Träne quillt, die Erde hat mich wieder!

(vv. 762-784).

 

FAUST.

Perché, robusti e soavi cercate

Voi, suoni celesti, me nella polvere?

Inviate i vostri rintocchi dov’è men dura gente.

Il messaggio mi è chiaro, è la fede che mi manca;

Il miracolo è il parto più amato della fede.

A quelle sfere io non oso avvicinarmi,

Da cui la dolce novella risuona;

Eppur, questo suono che fin da giovane m’è noto,

Anche ora alla vita mi richiama.

Allora il bacio della carità celeste

Scendeva su di me nella quiete del sabato;

Suonava allora sì presago quel fitto scampanio,

E una prece era un piacere ardente;

Un’incomprensibile dolce brama

Mi spingeva ad uscir per boschi e prati,

E fra mille calde lacrime

Sentivo nascere in me un mondo.

Quell’amore annunciava vivi giochi di giovinezza,

La libera allegria delle feste di primavera;

Quel ricordo or mi trattiene, coi sentimenti del fanciullo,

Dall’estremo, greve passo.

O continuate a echeggiare, dolci canti celesti!

Lacrime sgorgano, la terra di nuovo mi possiede!

 

La festa di Pasqua segna per Faust una resurrezione che non ha nulla di trascendente, ma è comunque il superamento di un nichilismo senza vie d’uscita.

Ma il ritorno al paradiso dell’innocenza infantile è per Faust di breve effetto. Durante una passeggiata fuori porta insieme al suo discepolo Wagner nel giorno di Pasqua, Faust osserva la gioia senza pretese della gente semplice in festa; ma il suo compiaciuto accontentarsi di un mondo fatto di piccole cose non fa che aumentare il suo disagio e il suo sconforto di fronte alla limitatezza dell’umana esistenza e alla contraddittorietà del suo stile di vita che lo isola da ogni concreto godimento. Sta infatti ormai per farsi avanti, in forma di can barbone, Mefistofele, il diavolo, che lo accompagnerà nella sua avventura, introducendolo prima nel microcosmo di Gretchen [Margherita] e poi nel “grande mondo” della seconda parte della tragedia.


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