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Gli abeti di Rilke nel tempo dell’Avvento 
di Gabriella Rovagnati
Rainer Maria Rilke (1875-1926)
Rainer Maria Rilke (1875-1926) 
12 Dicembre 2010
 

Entrambi i genitori contribuirono a fare di Rilke un’anima fragile e vulnerabile. Sua madre lo battezzò con il nome di René (ossia in francese “rinato”), perché non era riuscita a elaborare il lutto per la perdita della figlia primogenita (nata nel 1874), vissuta soltanto una settimana. La capricciosa signora, discendente da una famiglia di abbienti industriali praghesi, cercò così di far rivivere la bimba morta nel secondogenito, venuto al mondo l’anno seguente, nel 1875, lasciandogli crescere i capelli lunghi, facendogli indossare nei primi anni di vita abitini femminili e rendendogli non certo facile l’individuazione della propria identità. Nel figlio cercò inoltre una compensazione all’infelice matrimonio (conclusosi con il divorzio nel 1884), che aveva contratto con un uomo che, non essendo riuscito a far carriera nell’esercito, era diventato funzionario ferroviario con introiti insufficienti a concedere all’ambiziosa signora le agiatezze su cui aveva creduto di poter contare.

Il padre di Rilke, per parte sua, decise invece che il figlio dovesse neutralizzare la sua personale frustrazione e tentare la carriera militare, per cui, quando ebbe dieci anni, lo sottrasse alle mollezze effeminate a cui l’aveva abituato sua moglie e lo affidò a una scuola di cadetti di St. Pölten, dove vigevano una disciplina e un rigore improntati a una ferrea virilità e del tutto inadeguati a quel bambino esile e delicato. Il giovane Rilke non sopportò infatti a lungo quell’ambiente, tanto che già nel 1891 – a sedici anni – una malattia pose fine al sogno paterno di fare del figlio un alto ufficiale. Dopo un soggiorno a Linz, in cui tentò senza successo di inserirsi nel mondo del commercio, Rilke tornò a Praga e si preparò da privatista alla maturità che ottenne nel 1895, iscrivendosi prima a Lettere e poi a Giurisprudenza all’Univeristà di Praga e trasferendosi quindi a Monaco per proseguire gli studi.

L’incontro a Monaco con Lou Andreas-Salomé, sposata e maggiore d’età, per lui insieme musa e madre, come ebbe a dire Sigmund Freud, segnò una svolta determinante nella sua vita affettiva e intellettuale. Dopo l’iniziale travolgente innamoramento, la relazione si trasformò in un’amicizia profonda che permise loro di rimanere legati fino alla morte del poeta, nel 1926.

Con Lou(ise), Rilke fece esperienze di viaggio e incontri (a Berlino, in Italia e più volte in Russia) che contribuirono in maniera decisiva alla sua maturazione umana e poetica. Dal 1900, dopo che Lou aveva deciso di separarsi da lui, Rilke si unì alla comunità artistica di Worpswede nei pressi di Brema, dove incontrò la scultrice Clara Westhoff, che ben presto divenne sua moglie e dalla quale, nel 1901 ebbe la figlia Ruth. Ma Rilke non era nato per una vita da piccolo borghese, per cui, pur rimanendo legato a moglie e figlia fino alla morte, si svincolò ben presto dal ruolo di marito e padre presente, per percorrere vie indipendenti e lasciarsi travolgere da altri e diversi amori. Con il torno di secolo e il trasferimento a Parigi1 ebbe inizio la fase creativa mediana di Rilke, che lo vide autore di una monografia sulla scultura di Auguste Rodin (di cui per otto mesi fu anche segretario), della raccolta delle Nuove poesie (1907-08) e soprattutto del suo unico romanzo, concluso nel 1910, I Quaderni di Malte Laurids Brigge, al quale seguì un lungo periodo di crisi creativa, resa ancor più profonda dall’esperienza per lui traumatica della Prima Guerra Mondiale.

La Svizzera divenne per Rilke, desideroso di solitudine e di tranquillità dopo il turbine angoscioso del periodo bellico, il paese d’elezione a partire dal 1919. Qui il poeta riuscì a riprendere e portare a termine nel 1922 le Elegie Duinesi, iniziate già dieci anni prima nel Castello di Duino presso Trieste, dov’era stato ospite della Principessa Marie von Thurn und Taxis. Fra le località in cui lo schivo poeta cercò rifugio da un mondo smargiasso, teso solo al profitto e disinteressato alle esigenze dello spirito, va ricordato anche Soglio, il villaggio alpino che confina con la Val Chiavenna e che rappresentava ai suoi occhi la soglia verso il paradiso. Ma l’ultimo alloggio del poeta in Svizzera fu il Castello di Muzot, un massiccio edificio sopra Sierre nel Vallese, dove, grazie a un mecenate, potè vivere gli ultimi anni della sua non lunga vita senza l’onere di un affitto. Qui Rilke compose il capolavoro della maturità, i Sonetti a Orfeo, considerati l’apice della sua produzione lirica, che conta anche un cospicuo corpus di poesie scritte in francese.

Il talento linguistico del poeta, capace di creazioni originali d’incredibile fascino evocativo, tanto da indurre una serie di noti musicisti (fra cui Alban Berg, Arnold Schönberg, Paul Hindemith) a trasporre in musica le sue composizioni, si rivela tuttavia anche nelle prime raccolte di versi, scritte a poco più di vent’anni. Fra queste, data la consonanza con il calendario, propongo qui una traduzione italiana di Avvento, pubblicata nel 1987.2 Si tratta di due quartine, nell’originale a rima alterna con esito avvicendato piano e tronco, dove il tempo dell’attesa del Natale è vissuto attraverso la disponibilità di un gruppo di abeti “eletti”, destinati cioè a diventare i segni della Redenzione nella Notte Santa:

 

 

Avvento

 

Spinge il vento nel bosco invernale

come un pastore il gregge dei fiocchi

e più di un abete intuisce che tosto

devoto diverrà e sacro di lumi;

 

e resta in ascolto. Verso i bianchi sentieri

allunga i suoi rami – pronto

e al vento resiste e svetta incontro

a quell’unica notte di splendore.

 

 

Si sente in questa poesia l’influenza della madre di Rilke, cattolica devota fino alla bigotteria, che inculcò nel figlio una religione, fatta soprattutto di riti e di simboli, che nel poeta, con il passare degli anni, si sganciò via via sempre più da un credo di trascendenza in termini cristiani, per diventare veicolo di un culto secolarizzato in cui si accetta l’avvicendarsi di vita e morte, cantate entrambe in toni mistici e intimistici, dei quali si fanno portavoce una serie di angeli. Già questa lirica giovanile sull’Avvento, tuttavia, pur ancora lontana dai tratti evanescenti dell’ultima produzione, presenta immagini che esulano dall’iconografia tradizionale, e per cantare l’attesa intrepida di un portento, di quell’unica notte di magnificenza nel quale Cristo si fa uomo, delega a un gruppo di alberi la vocazione alla “resistenza”, che sola concede di diventare depositari di un “annuncio” che sa andar oltre la concretezza di un mondo tarlato dal materialismo.

 

 

1 Cfr. Gabriella Rovagnati, Ripulsa e possessione: la Parigi di Rainer Maria Rilke, qui.

2 Advent // Es treibt der Wind im Winterwalde / die Flockenherde wie ein Hirt / und manche Tanne ahnt wie balde / sie fromm und lichterheilig wird; // und lauscht hinaus. Den weißen Wegen / streckt sie die Zweige hin – bereit / und wehrt dem Wind und wächst entgegen / der einen Nacht der Herrlichkeit.


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