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La bibliotecaria poetessa: Christine Busta 
di Gabriella Rovagnati
18 Dicembre 2010
 

Era scoppiata da pochi mesi la prima guerra mondiale che, contro le febbrili illusioni degli interventisti, avrebbe trascinato nella catastrofe l’imperial-regia monarchia danubiana, quando Christine Busta venne al mondo a Vienna nell’aprile del 1915. Alle generali difficoltà di essere nata in un momento storico di particolare complessità, si aggiunse per lei il fatto che era figlia di una giovane ragazza madre senza alcuna formazione professionale, per cui la sua infanzia, oltre che priva della figura paterna, fu segnata da un’estrema povertà:

 

In strettezze e nel bisogno son cresciuta,

ma avevo a sufficienza per stupirmi,

prima che m’insegnassero ad avere da ridire;

ancor oggi di questo mi nutro per sopravvivere.1

 

Con questa sobria quartina si apre la poesia Kurzbiographie [Breve biografia] con cui Busta, oggi considerata una delle voci liriche più significative della poesia femminile austriaca del secondo Novecento, descrive in versi privi di autocommiserazione la propria condizione di bambina. Si tratta di un componimento in versi in cui la poetessa fa un bilancio onesto e modesto della propria avventura umana e intellettuale. Dopo aver menzionato la sua disposizione infantile e innata allo stupor che, nonostante tutto, le aveva sempre permesso di scorgere ovunque il colore della coperta che copriva il suo lettino di bimba, il verde della speranza, Busta descrive con analoga lealtà, nella strofa centrale del testo, gli ostacoli incontrati nel corso dell’adolescenza e della giovinezza. Sua madre, infatti, che sbarcava il lunario prima come donna di servizio e poi come commessa, nel 1929 perse il lavoro e s’ammalò, per cui la figlia, che frequentava il liceo, dovette contribuire con lezioni private al dissestato bilancio familiare fin dall’età di quattordici anni. Nonostante gli estremi disagi, Christine riuscì a ottenere la maturità nel 1933 e a iscriversi all’università di Vienna, dove iniziò a studiare Letteratura Tedesca e Inglese, salvo poi dover rinunciare al sogno della laurea per motivi di salute e penuria di denaro. Così descrive quest’esperienza nell’autobiografia poetica:

 

Per gli anni di sonno, che mi dovetti rubare
per legger libri, per studiare e scrivere,
sono invecchiata prima di altri
e rimasta più giovane coi capelli bianchi. 

Anch’io mi sono indignata contro i torti –
causandone io stessa fin troppi.
Quando cominciai a rendermene conto,
avrei quasi disimparato a ridere,
se non avessero continuato ad esserci bimbi e gatti. 

Ho amato con profitto e perdita
e sempre solo calcolato molto bene

se c’era ancora abbastanza per l’alloggio e il pane.
(Per mendicare mi mancava l’umiltà.) 

A volte mi sarebbe piaciuto esser abile

per render tutto più facile agli amici,
ed essere anche un poco fiera di me stessa,
purtroppo non è andata così.
Alcuni mi restan tuttavia fedeli. 

Nel complesso sono stata grata di
vivere, anche se questo m’ha tanto sfinita,
che spesso vi avrei voluto rinunciare.

 

Non c’è alcuna voluptas dolendi in questi versi che tra l’altro evocano, benché solo per allusioni, la crisi nervosa che l’indusse a lasciare l’Università e l’esperienza amara del matrimonio; Busta sposò infatti a venticinque il musicista Maximilian Dimt, che, chiamato alle armi due anni dopo, nel 1942, risultò disperso dal 1944. Nel dopoguerra la donna lavorò dapprima come interprete per le forze d’occupazione inglesi e dal 1950 riuscì finalmente a trovare un introito stabile come bibliotecaria di una Biblioteca Civica di Vienna, dove rimase in servizio per oltre un quarto di secolo, affiancando all’attività impiegatizia un’intensa produzione di poesie, di fiabe, di leggende. Morì a Vienna il 3 dicembre 1987. Con la terza e ultima strofa della sua vita in versi, Busta conclude così il proprio schietto rendiconto:

 

Parecchie cose ho assaporato fino in fondo

Fino all’amara china della colpa.
Ma questa m’ha tenuta vigile –
anche per gli istanti della grazia. 

Talvolta, se sulla pelle cieca ancora

la luce del giorno sento come evento,
sono di nuovo il primo essere umano. 

 

Il testo, di una semplicità quasi prosaica, fa parte di una delle ultime raccolte di Busta, Wenn du das Wappen der Liebe malst [Se dipingi lo stemma dell’amore], pubblicato del 1981, quando ormai la lirica della poetessa, che pure si innesta sulla grande tradizione asburgica di Rilke e di Trakl, era passata dai toni iniziali, più melodiosi e barocchi, a ritmi più liberi e scabri, che tuttavia restavano fedeli a una poetica che sostanzialmente non smentì mai se stessa e che Busta, nella sua proverbiale essenzialità, riassunse in questa asserzione: “Il mio tema principale è la metamorfosi del terrore, dell’orrore e della colpa in gioia, amore e redenzione.” C’è quindi, nei suoi versi, che pure parlano di sofferenza e d’ingiustizia, di fame e di incertezza, la ricerca costante di uno spiraglio, lo sforzo di individuare quello spazio in cui, anche a dispetto dell’evidenza, s’insinua alla fine un raggio di luce che riesce a trionfare sulla negatività.

La poesia di Busta trae ispirazione da due fonti principali, il mito e la religione cristiana, riprese tuttavia in maniera singolare, per nulla dogmatica, da una donna che vuol comunicare l’esperienza della croce (dei deboli, degli umili, dei bistrattati, degli innocenti), ma rimanere anche, con una parte del proprio essere, “una devota pagana”, capace di trarre dagli esempi eroici e tragici dell’antichità il coraggio di scoprire e riscoprire la gratuità dell’amore, che solo può dare senso alla vita.

Per questo, nei suoi versi, uno dei motivi principali è il respiro, antidoto alla distruzione e alla morte; che si tratti del pneuma divino o soltanto di un lieve soffio umido che sfiora il prossimo, esso è sempre depositario di una fiducia che anela a vincere la negatività. E poiché in tutti gli eventi umani il momento dell’attesa è assai più carico di tensioni e aspettative che non quello liberatorio del compimento, Busta dedica anche al tempo dell’Avvento cristiano versi carichi di simbolica abnegazione, rivolgendosi a un tu indeterminato, ch è insieme l’intera comunità degli uomini:

 

Quel che per l’Avvento vorrei donarti:2

 

Un suono d’organo contro il buio mattino,
il mio alito contro il gelido vento del giorno,
fiocchi di neve come promessa di stelle la sera
e un lume guida per l’angelo creduto perduto,
che a noi nel pieno della notte la rinascita

dell’amore annuncia.

 

O ancora:

 

Neve in Avvento3

 

Più piano nulla è annunciato:

così parlano quegli amanti di notte,

che dormono l’un dall’altro lontani

e di mattina ritrovano l’ignota

terra come un nido

ricolmo di lanugine celeste.

 

La gioia sta nella scoperta della condivisione, che si rinnova benché annunciata in assoluta sordina, benché, almeno in apparenza, improbabile, e che si rivela sempre sorprendente nei risultati, proprio come ogni dono spontaneo e come la vera poesia:

 

Madrelingua4

 

Non quel che la mamma dice
quieta e consola i bimbi.
A tutta prima neanche lo capiscono.

 

Come lo dice,
il timbro, il ritmo,
la monotonia dell’amore
nei suoi mutevoli suoni
schiude i sensi al senso delle parole,
introduce alla linguamadre.

 

Un che d’analogo

avviene anche
con la poesia.

 

 

 

1 In Enge und Not bin ich aufgewachsen, / aber ich hatte genug zum Staunen, / ehe man mir das Kritteln beibrachte; / ich zehr davon heut noch fürs Überleben. // Um die Schlafjahre, die ich mir abstehlen musste / zum Bücherlesen, zum Lernen und Schreiben, / bin ich früher gealtert als andre / und jünger geblieben mit grauem Haar. / Auch ich hab mich gegen das Unrecht empört – / und viel zu viel selber angerichtet. / Als ich das einzusehen begann, / hätt ich beinahe das Lachen verlernt, / gäb es nicht immer noch Kinder und Katzen. / Ich hab mit Gewinn und Verlust geliebt / und immer nur sehr genau kalkuliert, / ob es für Obdach und Brot noch langte. / (Zum Betteln hat’s mir an Demut gefehlt.) / Manchmal wär ich gern tüchtig gewesen, / um es den Freunden zu erleichtern, / auf mich auch ein bißchen stolz zu sein, / leider ist daraus nichts geworden. / Einige blieben mir trotzdem treu. / Alles in allem hab ich dankbar / gelebt, auch wenn es mich so erschöpft hat, / daß ich oft schon aufgeben wollte. // Einiges hab ich ausgekostet / bis zur bitteren Neige der Schuld. / Aber sie hat mich wach gehalten – / auch für die Augenblicke der Gnade. / Manchmal, wenn ich auf blinder Haut noch / das tägliche Licht als Ereignis spüre, / bin ich wieder der erste Mensch.

2 Was ich dir zum Advent schenken möchte: // Einen Orgelton wider den finsteren Morgen, / meinen Atem gegen den Eiswind des Tags, / Schneeflocken als Sternverheißung am Abend / und ein Weglicht für den verloren geglaubten Engel, / der uns inmitten der Nacht die Wiedergeburt / der Liebe verkündet.

3 Schnee im Advent // Leiser wird nichts verkündigt: / so reden Liebende nachts, / die fern voneinander schlafen, / und finden am Morgen die fremde / Erde wieder als Nest / voll von himmlischem Flaum.

4 Muttersprache // Nicht, was die Mutter sagt, / beruhigt und tröstet die Kinder. / Sie verstehen’s zunächst noch gar nicht. // Wie sie es sagt, / der Tonfall, der Rhythmus, / die Monotonie der Liebe / in den wechselnden Lauten / öffnet die Sinne dem Sinn der Worte, / bringt uns ein in die Muttersprache. // Ein Gleiches / geschieht auch / im Gedicht.


 
 
 
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