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Alberto Figliolia. Sbirri. Con Raoul Bova
14 Aprile 2009
 

Un po' film un po' documentario. Docufiction o realmovie. Sbirri del bravo Roberto Burchielli, con la prima figura di Raoul Bova, si muove su due binari che s'intersecano e infine sovrappongono. Il bel Raoul interpreta Matteo Gatti, un giornalista d'assalto, reporter senza macchia e senza paura, capace d'investigare nei più sordidi mondi umani, ma incapace di prevenire la tragedia che lo colpisce strappando alla vita il figlio sedicenne: una mortale pasticca in un viaggio che doveva essere di gioia e piacere a Milano da Roma con gli amici. Uno strazio indicibile, una famiglia spaccata (la moglie è incinta). Il giornalista famoso è impotente, preda di ogni senso di colpa. Decide perciò di partire alla volta della capitale lombarda per un'inchiesta sulla droga. O per trovare i colpevoli della morte di suo figlio. O per fare i conti con se stesso. Inizia un viaggio negli inferi, alla scoperta di un universo marcio e sofferente, fra spacciatori improvvisati o professionisti, fra vittime inconsapevoli, fra disperazioni, abbandoni e solitudini nella grande città di luci e movimento.

Infiltrato, con il consenso delle autorità nella pattuglia antidroga, Matteo-Raoul partecipa alle operazioni di polizia, alle indagini, alle irruzioni, ai fermi, osserva gli interrogatori intrecciando al dramma privato ed esistenziale ogni interrogativo sull'umanità che lo circonda e di cui viene a conoscenza. Gli Sbirri sono quei poliziotti della Squadra Speciale che combatte lo spaccio di droga: “eroi normali” che rischiano la vita per 1.400 euro al mese, intrisi di idealismo nel duro e pericoloso svolgimento della propria professione. Di fatto tutte le operazioni della squadra inserite nel film sono vere e Raoul Bova, con l'autorizzazione del Ministero dell'Interno, si è davvero camuffato per potervi partecipare vivendo per un intero mese con questo nucleo speciale: la squadra antidroga dell'Unità Operativa Criminalità Diffusa di Milano. Una presa diretta che spesso è un pugno nello stomaco, una realtà terribile, vieppiù amplificata dalle riprese effettuate nelle maniere più disparate, con immagini sovente mosse, naturali, vertiginose.

«L’obiettivo primario del film» è stato scritto «quello di far conoscere le avvincenti vicende umane di persone straordinarie: poliziotti e poliziotte che si mettono in gioco ogni giorno e si distinguono per competenza, intelligenza, umanità e integrità. Lo scopo di Sbirri far diventare questi eroi un nuovo e costruttivo esempio per i giovani, ma è anche quello di aiutare i genitori a entrare nel mondo oscuro e confuso che i loro figli possono sfiorare, guardare, ma nel quale anche drammaticamente perdersi. Sbirri propone un nuovo linguaggio filmico, di grande impatto visivo ed emotivo, che conferma come la realtà sia mille volte più potente della finzione».

«Girare Sbirri», è il regista a parlare, «ha richiesto l’utilizzo d’attrezzature di ultima generazione che ci hanno permesso di lavorare con agilità in azioni ad alto rischio. Tutto è stato girato in alta definizione, con camere speciali ad altissima risoluzione, anche a chilometri di distanza e in qualsiasi situazione di luce. Per l’audio sono stati usati microfoni direzionali in dotazione ai servizi segreti. È stato fatto tutto il possibile per dare allo spettatore la sensazione di essere sempre al fianco dei nostri personaggi, vivendo in pieno tutte le loro emozioni. Volevamo raccontare una storia d’attualità in modo vero. Doveva essere un film in tutto e per tutto, ma con l’autorevolezza e la credibilità che di solito solo i documentari riescono ad avere. Così abbiamo deciso di portare tutti gli spettatori dentro la realtà. Altri film hanno raccontato il mondo dello spaccio degli stupefacenti, noi lo facciamo vivere in prima persona. La sfida più grande: un attore che si misura con la realtà creando il proprio personaggio secondo dopo secondo, respiro dopo respiro; una troupe cinematografica che si è annullata completamente, diventando una presenza impalpabile, con l’intento di registrare fedelmente tutti gli accadimenti senza alterarli. Posso assicurare che tutto ciò che vivrà lo spettatore noi l’abbiamo vissuto in prima persona».

«Un’altra sfida» prosegue «è stata quella di far convivere parti di finzione con la realtà. Così abbiamo deciso con tutto il cast di lavorare sull’improvvisazione. Ogni attore ha scavato nel profondo della sua anima per trovare le stesse emozioni vissute dal suo personaggio. È stato un lavoro duro, a volte doloroso, un’esperienza che ci ha avvicinato».

Raoul Bova, il protagonista della pellicola, è anche produttore di Sbirri. Sentiamo che cosa dice a proposito di questi poliziotti: «Sono persone tranquillissime e umane, e lo vedi anche da come trattano quelli che alla fine arrestano, con grande rispetto, grande umanità e sensibilità. Per loro questo lavoro è una passione, una missione, al di là di tutto. Angelo è un artista e dipinge benissimo, Paolo faceva lo chef e Simone è istruttore di boxe. Il titolo Sbirri è una piccola provocazione, è ironico proprio perché comunque sottolinea la concezione comune, tra virgolette, che i poliziotti siano degli “sbirri” soprattutto tra le giovani generazioni». Grazie a Dio, sulla faccia della Terra non si muovono solo poliziotti da G8.

«Sapevamo», riprende il suo racconto Raoul, «che dovevamo partire da un punto e arrivare ad un altro; le singole scene, i singoli dialoghi e parte delle situazioni sono nate mentre giravamo, poiché erano tutte situazioni reali e bisognava essere pronti all’improvvisazione. Ero molto nervoso all’inizio, temevo molto il giudizio dei poliziotti, tipo l’attore che arriva, vuole fare il film, che chissà chi si crede di essere… Quindi tutta quella situazione mi metteva un po’ di agitazione. Nel momento in cui però ci siamo guardati negli occhi, come gli animali che si riconoscono al primo istante, c’è stato veramente un grandissimo feeling, fatto di fiducia, di verità di sincerità. Io non giudicavo loro e loro non giudicavano me, e questa è stata anche la forza del film perché c’è stata una tale naturalezza, come se la macchina da presa non ci fosse. Insomma questa è stata veramente la cosa bella, forte del film: la verità e l’immergersi nella realtà».

Quando nel film, subito dopo l'arresto di uno spacciatore, Matteo vomita, in realtà era lo stesso Raoul a vomitare... «è stato ripreso anche questo, sì. Dopo ore e ore di appostamento siamo arrivati là. Io guardavo da un monitor quello che succedeva sul campo d’azione, e a un certo punto abbiamo incominciato a correre… abbiamo raggiunto lo spacciatore in un attimo, ho visto le manette, ho visto la faccia del ragazzo... immobilizzato… l’adrenalina è impazzita, è stato un violento colpo allo stomaco».

«Non avevo mai abbinato delle facce a questo mondo», la chiusa di Raoul, «allo spacciatore, al compratore, ma, quando te li trovi di fronte, ti rendi conto che è una realtà completamente diversa. La cosa che ti fa riflettere, su cui ti soffermi ancora di più è proprio il fatto che tutto ciò è una normalità, sta diventando una consuetudine quella di sballarsi. È soltanto colpa dei ragazzi che comunque sono dei “testa vuota” che non sanno dove andare e cosa fare oppure c’è anche una responsabilità nostra? Come genitori siamo sicuri di dare delle alternative, i giusti esempi, gli stimoli adeguati? Forse non si propone niente di meglio e quindi forse un po’ di responsabilità ce l’abbiamo tutti».

Continua Chiara Giordano, story editor e a sua volta produttrice esecutiva, nonché moglie di Bova: «La cosa che mi ha impressionata è vedere per la prima volta effettivamente le droghe anche come sono fatte, come sono “confezionate”, dove si possono nascondere, come si presentano, perché oggi forse le madri non sanno nemmeno cosa e dove cercare. In poche parole, credo che Sbirri parli da sé, ti faccia capire una serie di cose, ti porti a un pensiero critico senza banali e melense frasi di condanna, tipo “drogarsi è sbagliato”; vale più di mille parole vedere, tra l’altro, dei ragazzi che durante un fermo, un arresto, vengono decisamente messi in difficoltà e soprattutto messi davanti a loro stessi».

Un film che, se non può fregiarsi del marchio del capolavoro (il finale non convince granché: un happy end che stona un po'), ha tuttavia l'immenso merito di provare con coraggio e civiltà a fare luce e informazione su un fenomeno assai drammatico, un'autentica emergenza sociale. Didascalico e didattico a tratti, con talvolta qualche segno superfluo di abilità tecnologica, ma altamente emotivo ed emozionante. Si può uscire dalla sala sconvolti. Del resto l'impedirsi di voler scorgere o andare in cerca della verità e l'inerzia stessa sarebbero un peccato mortale.


Alberto Figliolia


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 32755 LABOS Editrice
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