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Alberto Figliolia. L'ultima missione di Olivier Marchal
26 Aprile 2008
 

Un noir crudele, come crudele – e sovente inspiegabile – sa essere la vita. Una discesa agli inferi, brutale e notturna. Senza risalita né ritorno, salvo al ciclico tormento di quotidianità all'abbandono. Derive esistenziali. Vite macchiate di sangue e dolore, sin dallo sboccio, e nel loro necessario evolversi: verso quale fine? Gelidi inverni dell'anima. Inferni. E la pietà che forme riveste, abita ancora le vie del mondo battuto dai venti del non so?

È un film bellissimo L'ultima missione (MR 73) sceneggiato e diretto da Olivier Marchal (prima di divenire attore e regista, lavorava in polizia – era ispettore –, precisamente nella Brigade criminelle de Versailles), coproduzione italo-francese, con uno strepitoso Daniel Auteuil, francese nato ad Algeri cinquantotto anni fa, una filmografia fantastica quale cursus honorum, perfetto nel disegnare la figura del poliziotto Louis Schneider, della Squadra Omicidi di Marsiglia, alcolizzato, all'ultima spiaggia.

Un serial killer inafferrabile, sadico e spietato. Una giovane donna i cui genitori sono stati barbaramente trucidati (la madre anche selvaggiamente seviziata e, nel mentre della sua agonia, l'assassino si preparava il pranzo osservando la scena), il dolore resuscitato dall'imminente scarcerazione, per buona (e ipocrita) condotta e ragioni d'età, dell'antico aguzzino, la cui anima è ancora malata e nera. Il poliziotto la cui famiglia è andata distrutta. Marsiglia, con i suoi vicoli e cieli, il mare evocato nell'assenza. L'uomo quale animale estraneo alla natura stessa: essere opportunista e strumentalizzatore, e gli animali come icone di fedeltà e lealtà. Una pellicola senza peraltro alcuna indulgenza voyeuristica e neppur morbosità. Secca, definitiva, anche nel dubbio che travaglia. Oblio, redenzione, erranza e speranza. Quali sono le possibilità che si offrono per continuare a vivere? Vivere, nonostante.

«MR 73» parla il regista «è il terzo capitolo di una trilogia (dopo Gangsters e 36, Quai des Orfèvres, nda) sulla solitudine, la disperazione e la perdita dei propri riferimenti. Un'ode a quei domani che non saranno gloriosi, a quelle vite che non portano da nessuna parte. Schneider è un mix di tutti i poliziotti che sono accomunati dal senso di colpa. Un giorno ha superato i limiti e da allora, ogni mattina, quando si alza dal letto, sente la necessità di chiedere perdono, e alla fine si guadagna il diritto a una morte onorevole».

Un film commovente e di “compassione”, intesa proprio nella sua qualità di partecipazione empatica: «Un uomo suscita il mio interesse solo se si trova ad operare in un ambiente a lui ostile e per me la città e la società urbana sono l'ambiente ideale per creare la tensione che anima quest'epoca così crudele».

Su se stesso: «Sono un po' come Schneider: per me il cinema è l'unica maniera per andare avanti nella vita, l'unica cosa che mi permette di farcela. Il cinema è il mezzo che mi serve per restare a galla».

Bellissima e bravissima Olivia Bonamy nel ruolo di Justine, è indubitabile che Daniel Auteuil abbia fabbricato e posto l'ennesimo tassello della sua splendida carriera. La barba lunga nell'ultimo ruolo interpretato, gli occhiali da sole a nascondersi dal mondo, sofferente ma professionale, onesto e incorruttibile, morto dentro e pur stranamente vivissimo, il suo naso rotto e l'imperfezione del volto sono ormai nell'immaginario collettivo. Louis Schneider è, a detta di Auteuil, «un sopravvissuto. Un personaggio che appartiene alla tragedia. Ha un'immagine nebulosa, è una presenza spettrale e l'effetto è accentuato anche dalla regia, dalle luci e dalle inquadrature».

Tornando a Olivier Marchal: «Per raccontare la via crucis di un uomo come tanti ho pensato immediatamente a Daniel Auteuil. Ha un qualcosa dell'anti-eroe che è perfetto per il personaggio di Schneider. La sicurezza e il lavoro di Daniel mi hanno permesso di spingermi oltre nell'intensità della recitazione. Per dodici settimane si è calato nel suo ruolo senza cedere neanche per un istante, ispirato e confortato dalla prima e unica preoccupazione che ha caratterizzato quest'avventura, l'emozione».

Marchal, che, come detto, in polizia ci ha lavorato davvero, sin dall'infanzia si è nutrito di atmosfere poliziesche, di libri gialli e opere noir. Facile, con lui, giocare al gioco dei richiami e delle citazioni letterarie e cinematografiche, da Dashiell Hammett a Raymond Chandler e Georges Simenon, da Sergio Leone a John Huston, sino a René Clement e al Marcel Carné di Alba tragica (Le jour se lève). Anche se a questo punto è opportuno operare una distinzione, come del resto è stato ben detto e scritto da Francesco Ruggeri: «Attenzione a non confondere noir e poliziesco. Le differenze non sono poche. Quelle che le riassume tutte è senza dubbio legata alla polarizzazione. Nel poliziesco esistono ancora i buoni e i cattivi. Nel noir le distinzioni sono scadute. E dominano le terre di mezzo. Addio happy end. Nel poliziesco si arriva quasi sempre a una chiusura del cerchio. E a un colpevole. La dinamica è precisa, cartesiana, scientifica», anche consolatoria in qualche maniera. «Nel noir prevale l'andamento a zonzo. E a dominare la prospettiva è la dannata imperfezione dell'uomo. I suoi limiti, le sue debolezze, i suoi vizi. Il noir droga ogni sicurezza. E affonda i suoi protagonisti nel cuore nero dell'indecisione e dell'anomalia investigativa. Al centro di tutto, lo scacco dell'intelligenza. E quello della verità». Magnifica analisi.

Da ciò la nascita, poi, del polar: policier + noir. Così è Marchal, con il suo dolente e invincibile umanismo.


Alberto Figliolia

(per 'l Gazetin maggio 2008)


 
 
 
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