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Gianfranco Cercone. “Il diritto di opporsi” di Destin Daniel Cretton
12 Febbraio 2020
 

La cinematografia che forse più di ogni altra difende, ribadisce il valore, quasi la sacralità, del Diritto, della Legge, è la cinematografia americana: con una tale convinzione che, sebbene innumerevoli film siano stati incentrati su questo tema, riesce ancora a convincerci e a emozionarci, come se al cinema ne sentissimo parlare per la prima volta.

Il film che nell'edizione italiana si intitola: Il diritto di opporsi racconta un caso di discriminazione razziale nello Stato dell'Alabama degli anni Ottanta: un nero, sospettato di avere ucciso una ragazza bianca, in assenza di prove viene arrestato e condannato a morte, sulla base di una falsa testimonianza estorta a un bianco, al quale chi conduce le indagini ventila la minaccia che, se non avesse reso quel favore, sarebbe stato condannato a morte anche lui.

È un'ingiustizia così patente, così grave, senza nemmeno le attenuanti della buona fede (uno degli inquirenti aveva detto all'indagato che, se anche lui fosse stato innocente, il colpevole era certamente un altro nero, e lui avrebbe pagato per quel suo confratello), ecco: è una tale ingiustizia che, a immedesimarsi anche soltanto un poco nella vicenda, può far ribollire il sangue, invocare una rivolta o una vendetta, anche cruenta. (Mentre il condannato, la sua famiglia, e la comunità dei neri intorno a loro, sembra in fondo rassegnata, certo per un senso di impotenza, perché il caso appare tutt'altro che isolato: il braccio della morte, riferisce il film, era popolato di neri abbandonati all'ingiustizia dai loro noncuranti avvocati d'ufficio).

Ma quando ritorna in Alabama un giovane avvocato nero, appena laureato ad Harvard, il quale, piuttosto che intraprendere la remunerativa carriera che la sua laurea gli permetterebbe, decide di aprire un'associazione a sostegno delle vittime di errori giudiziari, e si imbatte nel caso di questo nero ingiustamente condannato a morte, poiché è una ferita del diritto all'origine della disgrazia del condannato, è attraverso un'applicazione scrupolosa del diritto che intende riabilitarlo.

Il racconto è di una lunghezza che può risultare esasperante. Ma non è dovuta a prolissità. Esprime quanto siano difficili, impervie, le vie della giustizia quando devono contrastare la forza dei pregiudizi, del razzismo; e la difesa dei privilegi – anche quello di non ricredersi, di non essere smentiti – da parte di un gruppo dominante in questo caso tutto composto di bianchi. Quando l'avvocato, dopo mille difficoltà, ottiene che il testimone ritratti in aula la propria falsa testimonianza, si potrebbe credere che ce l'abbia fatta, che abbia vinto la sua causa. E invece la sua lotta si dimostra ancora a metà strada. Ed egli riuscirà a non mollare, grazie al sostegno della comunità dei neri, e a un'incrollabile speranza: perché, viene detto, la disperazione è alleata dell'ingiustizia.

Il film ha qualche difetto, Per esempio, i rapporti tra i detenuti nel braccio della morte soffrono di un certo sentimentalismo. La figura dell'avvocato – ispirata a una persona reale, l'autore del libro autobiografico da cui il film è tratto, Bryan Stevenson – può apparire edificante, perché incarna un'idea del Bene.

E tuttavia l'interpretazione che ne offre l'attore Michael B. Jordan è così sottile e sfumata, ne coglie via via l'ostinazione, l'amarezza, lo sgomento di fronte all'ingiustizia (un'esecuzione capitare è raccontata soprattutto attraverso il suo sguardo), e poi una devozione al diritto che è simile a una fede religiosa: è una tale interpretazione che riesce a umanizzare quella figura e a farci leggere la vicenda raccontata dal film attraverso le sue emozioni, il suo duttile punto di vista.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale l’8 febbraio 2020
»»
QUI la scheda audio)


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