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Brueghel. Capolavori dell’arte fiamminga
27 Ottobre 2015
   

Margherite Yourcenar, la grande scrittrice fiamminga, nel suo romanzo L’opera al nero, resuscita, con la potenza di una visione, il secolo crudele nel quale visse Pieter Brueghel, e precisamente gli anni tra il 1510 e il 1570. Anni nei quali «si sono verificati alcuni avvenimenti storici la cui influenza dura tuttora: la scissione… dell’antica cristianità medievale in due parti…; il fallimento della Riforma, divenuta Protestantesimo, il parallelo scacco del Cattolicesimo…; le grandi esplorazioni, trasformate in mera spartizione del mondo; il balzo in avanti dell’economia capitalistica…» Secolo terribile che un grande storico olandese, Jan Huizinga, chiamò “L’autunno del Medioevo”, a significare la tenace persistenza del vecchio e la lenta, e dolorosa, gestazione del nuovo che esemplarmente si affiancano, ora in armonia, ora in duro contrasto, nell’opera di Pieter Brueghel, erede di Hieronymus Bosch ma nel quale «ciò che era in Bosch sconvolta espressione dei turbamenti spirituali del suo tempo, delle correnti mistico-eretiche, mondo tutto particolare… di ermafroditi, di ibride congiunture di ogni specie di animali e vegetali, diventa un orrore concretizzato e in un certo senso chiarificato e con ciò mezzo efficace alla raffigurazione pittorica».

Arthemisia Group ha inaugurato nelle sale di Palazzo Albergati a Bologna la mostra Brueghel. Capolavori dell’arte fiamminga” fino al 28 febbraio 2016 (catalogo Skira), a cura di Sergio Gaddi e Andrea Wandschneider.

L’esposizione vuole essere un viaggio appassionato nell’epoca d’oro della pittura fiamminga del Seicento alla ricerca del genio visionario di ben cinque generazioni di artisti in grado di incarnare coralmente – come mai nessuno né prima né dopo di loro – lo stile e le tendenze di oltre un secolo di storia dell’arte.

Mentre il Rinascimento italiano concentra l’attenzione sull’ideale nobile e virtuoso della figura umana e attraverso l’esperienza di Michelangelo, Leonardo e Tiziano ne esalta la grandezza e le virtù, nelle Fiandre la prospettiva cambia radicalmente.

Concretizzato e chiarificato” proprio dalla cultura nuova, positiva e umanistica, di Brueghel, che guarda e descrive con occhio aperto gli orrori e le miserie del mondo, ma nel contesto più grande della Natura intesa in senso rinascimentale, la Natura che è spazio, paesaggio, cosmico contenitore che vive tuttavia in un tempo reale, fatto di stagioni, di lavoro di umanità, una sorta di brand dell’articolata famiglia che a partire dalla metà del Cinquecento sarà attiva per oltre due secoli.

In mostra anche un’importante selezione di artisti – da Frans de Momper a Frans Francken, da Hendrick van Balen a Joos de Momper, e molti altri che hanno collaborato a dar vita a una delle pagine della storia dell’arte più ricche, articolate e affascinanti – insieme ai membri della famiglia Brueghel, i veri maestri del dettaglio e specialisti nella pittura di animali, di fiori, di oggetti.

 

La mostra si divide in sette sezioni tematiche.

Il percorso parte dalle Fiandre della metà del Cinquecento per sottolineare il dialogo tra la fantasia morale e visionario de I Sette peccati capitali di Hieronymus Bosch (1500 circa) e la pittura di Pieter Brueghel il Vecchio, capostipite della famiglia presente in mostra con La Resurrezione del 1563.

Lo sguardo di Brueghel si posa su un’umanità semplice, libera ma al tempo stesso schiava dei bisogni, in continuo movimento tra le tendenze spirituali alla virtù e le seduzioni carnali del vizio.

La rivoluzione copernicana della pittura fiamminga non considera l’uomo quale centro dell’universo ma lo porta a essere parte di un mondo più forte e complesso. Anche per gli effetti della Riforma protestante e delle teorie calviniste, l’attenzione dell’arte si sposta verso il primato della natura, che soprattutto Jan Brueghel il Vecchio detto dei Velluti, dipinge con una meticolosa attenzione nel Riposo durante la fuga in Egitto (1645-1650 circa) e nel Paesaggio boschivo con la Vergine, il Bambino, san Giovannino e l’angelo (1645-1650) di Jan Brueghel il Giovane ne è un esempio emblematico nella seconda sezione.

Trappola per uccelli (1601) è una delle scene più celebri della pittura fiamminga che Pieter Brueghel il Giovane propone con maestria sulla base della prima versione paterna. In una sublime atmosfera invernale, i cacciatori aspettano che gli animali cadano in trappola, mentre uomini, donne e bambini pattinano sul fiume gelato, noncuranti del pericolo. L’idea della caducità della vita è resa in modo magistrale, e questa terza sezione della mostra racconta gli aspetti più crudi e realistici della quotidianità. Un tema analogo è tratto da Marten van Clove con il Paesaggio invernale con la strage degli innocenti (1570 circa).

La città di Anversa nel Cinquecento è il fulcro dei commerci, delle spedizioni, dei grandi viaggi. Qui nasce e si consolida una nuova classe borghese, che sfida le imprevedibili rotte commerciali del mare in cerca di ricchezza. La pittura celebra le gesta e le avventure di viaggiatori e mercanti, le loro storie diventano spunto per quadri sempre più apprezzati e diffusi, destinati ad abbellire le case di una committenza colta e attenta alle nuove dinamiche di un mercato nascente. Riscuotono particolare successo le incisioni come Incontro tra viaggiatori di Jan Brueghel il Giovane del 1630 circa, presentata nella quarta sezione.

Se è vero che i fiori sono simbolo dell’armonia e della ricchezza, è anche vero che nascondono sempre l’idea della vanitas, di ciò che non dura perché ogni cosa bella è destinata a perire. E anche nelle grandi nature morte in realtà si percepisce lo scorrere della vita silente, che esiste con discrezione. Il messaggio morale dell’inesorabile scorrere del tempo è evidenziato da dettagli come un frutto più maturo, o foglia morta. Piccoli segnali di vanità del vivere come se il tempo non ci fosse. I Fiori in un cesto e in un vaso d’argilla (1645-1650) di Ambrosius Brueghel completano la quinta sezione.

I Brueghel sono narratori di fatti e di storie. Nelle loro opere c’è il racconto della vita vera, ci sono contadini piegati dalla fatica del vivere, ubriachi, mendicanti, personaggi dipinti di spalle e figure anonime che percorrono il loro tratto di esistenza ignari e indifferenti all’osservatore esterno che guarda il quadro. La Danza nuziale all’aperto del 1610 e la Sposa di Pentecoste di Pieter Brueghel il Giovane (1620-1623) sono opere emblematiche. Ma insieme alle passioni più umili, c’è la varietà della vita, l’esplosione dell’allegria e della festa, il gioco del corteggiamento, i riti matrimoniali e le tradizioni contadine tramandate da generazioni davanti al fuoco durante un banchetto, come nella serie Matrimoni di Contadini composta da sei tavole dipinte a olio su rame su tavola di Marten van Cleve, che conclude la settima sezione.

 

Maria Paola Forlani


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