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Archeologia editoriale. Beppe Costa: Romanzo siciliano (Pellicanolibri, 1984) 3
Beppe Costa con Alejandro Jodorowsky, a Taormina
Beppe Costa con Alejandro Jodorowsky, a Taormina 
22 Gennaio 2010
   

PARTE PRIMA (seguito)

 

 

3

 

Fra poco è natale poi, come si dice, si ricomin­cia: anno nuovo vita nuova. Cambiare vita però costa più che cambiare auto e Marco non può neppure cambiare la rete del letto dalle molle rotte.

Gli scrivono dal nord: qui è un’altra cosa, vieni e ti sistemi.

Gli scrivono dal centro: vieni, qui è diverso. Pensa un po’ a te.

Marco ci pensava sempre, un po’, anche due anche tre. Pensa sempre: vado torno rivedo rivado ritorno ritento rispondo ritonto.

È tutto uguale, ci sono le 500, le 127, le 131, le Uno, le pande, le biemmevvù, dovrebbe invece stare in giardino, ma non ce la fa per troppo tempo, si annoia, sarà per le radici. Dovrebbe insistere, cercare appoggi. Supplicare o pretendere. Siste­marsi come tutti nell’ideale vita borghese: cantanti, poeti, stregoni, medici imbianchini, artisti. A squadre.

 

Sono finite le proteste. Tutti sono stati raccomandati. Prendono posto prima timidamente, poi, dopo aver dato una occhiata in giro, i più scattano. Ricominciano le raccomandazioni, avanzano di grado, di stipendio, si fanno la ‘posizione’. Quindi raccomandano amici, parenti e conoscenti, amici di parenti, conoscenti di amici, parenti di conoscenti, amici degli amici: Mafia! E che è?

È che le intelligenze sono fottute, cercatele nei sottoscala sociali, troverete le migliori. Migliori perché non sanno come si fa, o rifiutano di farlo. Si moltiplicano anche loro. Che c’entra la Mafia? E poi questo succede ovunque. Sì, è vero: si tratta della più estesa, immensa, potente malattia infettiva. Incurabile. E anziché trovare l’antidoto il ‘medico’ preferisce ignorarla. E le ricerche costano...

 

La rabbia, il dolore la fame spinge tutti verso l’onorevole amico o invero l’amico onorevole. Chi non ce l’ha o non può arrivarci è finito. Fottuto. Quello che chiamano l’emarginato. Ma chi non ce l’ha? Attraverso molteplici giri (almeno in Sicilia) ci si arriva sempre. D’altronde se non ci si arriva è anche inutile tentare di fare lo scopacessi con tre lauree. Giornalisti medici scrittori ingegneri state facendo un buco sulla palla del mondo! Il vostro è il peggiore cataclisma che abbia colpito la terra!

Spinge tutti. Il macellaio fa l’ortopedico, il muratore il botanico, il farmacista il dirigente d’azienda, il professore l’industriale, il regista il proprietario d’alberghi, l’ottico il cantante.

Marco invece per fortuna non sa fare niente e non può fare nient’altro diverso da quello che non sa fare. Perciò non vi critica, né giudica, ride o si dispera, ma il più delle volte ride forte sulle vostre facce rasate in bilama, nuovamente puliti e ordinati e vestiti di festa per andare a ‘funeralare’ il prossimo. Basta con le rivoluzioni! Abbiamo tutti un posto. Basta accondiscendere, mai accondisalire.

Facciamo solo il cambio moda, come il cambio valuta, così siamo contenti:

Oggi rock domani blues

Oggi casual’s la settimana prossima smoking

Oggi calcio domani ancora e dopodomani pure

Oggi la settimana corta domani ponte lungo

Oggi lino banfi domani minà

Oggi pippo baudo ma anche fra un secolo

Oggi il papa domani un altro

Oggi pasqua domani ognissanti

Oggi tu (se sei bravo) domani io (che ci sto da sempre)

 

La disfatta.

Però è tardi, per lui che sente, vede e non ha più lacrime negli occhi. Bisogna faccia in fretta. Non si possono più riparare i danni. Chi rimane è senza il mezzo fondamentale di difesa, non ha alcuna speranza di cambiare nulla.

Siamo irrimediabilmente sconfitti, per questa vita almeno e senza aldilà o al di là.

 

Eppure c’erano giorni migliori, quelli che iniziavano incrociando un volto di bimbo. Dei raggi del sole non frega più niente a nessuno. C’è l’aria condizionata: E Marco rimane nel suo triangolo che porta verso il cesso. Cercava di guardare l’unico angolo della situazione, retto. Cerca ancora di ricordare: dove si è fatto, come si è fatto, da cosa scaturiva? Avéva cominciato così bene, con l’occhio attento: l’ha consumato in fretta come un giorno festivo.  

 

 

4

 

Nel tempo poco prima della sua estrema decisione e probabile morte Marco aveva deciso di arrabbiarsi sul serio, non come aveva tentato di fare fin troppe volte, che nessuno più gli dava credito. Stavolta basta! si era detto, è inutile continuare a sfruttarci reciprocamente (anche se in cuor suo credeva d’esserlo più degli amici, parenti e conoscenti).

Siamo talmente bambini malcresciuti. Non avevano, si diceva, quelli nati dopo l’ultima guerra (quella che ci ha riguardato, diciamo, più da vicino) nessuna protesta veramente efficace da portare avanti, come altri che stimavano o invidiavano; qui non si trattava neppure di pensiero, ma solamente di stupide voglie, sul e del momento, di cui pentirsi per poi entrare in ‘crisi’, parlando di solitudine o peggio dl politica. Sfruttati, oppressi, in troppi

 

Nella rabbia che lo avvolgeva giorno e notte, non riusciva ancora a convincersi che non era una questione di intelligenza ma solo di fisico, o, per dirla meglio, come si vuole nel moderno racconto, di cazzo. Fresco, giovane, appetibile e sensibile ad ogni fremito e magari con l’orgasmo lungo come hanno scritto, lasciando in sbieco molti maschietti, Reich e Masters. Guai a dirlo però, come si può pensare d’essere accettati solo per il cazzo? Il dialogo, le idee, il pensiero profondo e Marco, malgrado tutto, ancora ci credeva, così come a 13, 20, 32, 41,48, 56 anni e anche in quelli intermedi, perché Marco era ‘illuso’, idealista, e senza soldi, ci credeva sempre. Non raddrizzava subito il suo cazzo appena vedeva o stringeva una mano o sentiva il respiro affannoso del desiderio della donna. Altra educazione! Tu sì, dicevano a Marco alcune amiche, tu tratti le persone come persone non come oggetti. Che strano modo, e ancora Marco non riusciva a inghiottire. Vuoi vedere che era sempre stato così, come dire, candido, senza voglie, rispettoso, solo per non essere come gli altri maschi?

Essere diverso non serviva più in quegli ultimi anni, prima della sua estrema decisione, c’erano anche quelli che dicevano alla donna: “Ti ammiro per come sei e per ciò che fai, non ti disturberò nei tuoi interessi, non mi incazzerò quando starai fuori di notte, anche per tutta la notte. Devi rimanere. libera perché così mi piaci”. Un rapporto libero, diverso e senza noia! Aricazzo! Questi discorsi per Marco risalivano a due o tre generazioni prima; tornavano di moda ogni cinque sei anni e ancora lo mettevano in crisi, si trasformavano così veloce­mente da costringerlo ad essere sempre fuori mo­da

Non parliamo poi dell’identità! Non voleva es­sere confuso. Tentò per qualche settimana di cer­carla questa sua identità. Furono le peggiori. Si incazzarono. Ognuno stava cercando la propria. E in questo Marco diventava anche lui persona non disponibile. Non fece in tempo a lasciar perdere di si ritrovò solo. Colpa del privato, si disse, che già da qualche settimana incalzava pubblicizzato da radio, cinema, giornali e tivvù.

Finiti i gruppi, le serate con gli amici.. Tutti a casa io ti ricucino, tu mi scopi, poi ci annoieremo sperando che arrivi qualcosa di nuovo a tirarci fuori di casa, a salvarci.


Per Marco le speranze erano andate calando erano a poco, un matrimonio impossibile bruciato in pochi giorni l’aveva lasciato con l’odio feroce ogni forma di coabitazione. Ricordava che si era impantofolato e ci stava pure comodo, mangia­ bene e coi contorni, la domenica baudo. Come in carcere o in collegio. Finché non era scoppiato. Ma adesso? Stette col vomito in gola non riuscendo più a respirare. Voleva ridere e non riusciva e si rideva perfino di neutrone!

Solo un anno prima gli era parso di riscoprire la vita. D’ogni cosa aveva ripreso a parlare con entusiasmo, con sentimento (grazie ad Alberoni, Barthes, ecc. si poteva di nuovo), le sue giornate piene di incontri e le notti di nuove idee da realizzare. Ma non realizzava mai completamente nessuna delle sue idee. Le esponeva. E così moriva. Forse perché qualcuno dei suoi amici diceva che l’idea genera potere, il potere violenza e così ne parlava soltanto.

   

Ogni scrittore si sforza di inventare il proprio Romanzo, di nasconderne Un’autobiografia, specie nel primo, con immagini, fatti e tragedie. Qui no. Sinora almeno. Adesso questa, oh lettore, è la pagina della verità. Quella che, come dire, sputtana l’autore. L’autore sono io e se avete dimenticato il nome è opportuno guardare in copertina. È assolutamente inaudito leggere le storie di uno di cui non si conosce neppure il nome! Ecco. Quello sono io che per arrivare al successo ho dato tutto. Ho accettato ogni raccomandazione, ho spedito migliaia di raccomandate con ricevuta di ritorno a intellettuali e giornalisti di tutta Italia, finché (prima o poi doveva accadere) all’età di sessantasette anni (come l’autore di Mandingo) sono riuscito a pubblicare questo mio romanzo.

Dunque è questa la pagina dove l’autore si confessa, anche senza volerlo (perché a volte non ha proprio nulla da confessare) usando il protagonista Marco, visto che sin qui abbiamo scritto inutilità che nulla hanno a vedere con la vera verità, che vale.

Dove si trova l’infanzia tormentata del protagonista, dove si narra della sua nonna e della polpetta (ogni cosa in forma rotonda a Marco rammentava la polpetta della nonna) al sugo. Ormai un tesoro perduto, non saprai più cosa c’è dentro. La nonna infatti per ogni cento grammi di tritato, metteva un chilo di mollica, talché divenivano di piombo, proiettili che in questo paese dato il costo avrebbero potuto avere enorme successo. Poi c’era il fratello di Marco, bravo, intelligente, ben pettinato e vestito, sempre pulito, ligio al dovere, risparmiatore: un angelo!

“Tuo fratello è un angelo!” gli sparavano addosso le sorelle, i nonni, i padri e le madri. Tutti lì a dire che era perfetto. Come i gianduiotti. Che cazzo di autonomia avrebbe avuta il nostro protagonista se, come volevano loro, l’avesse imitato, cazzo di diversificazione ci sarebbe stata in quella troiata di situazione? Poi c’erano le cugine, per la verità e quasi tutte brutte che, non avendo con chi iniziare i loro giochi erotici, come si fa in Sicilia (Ercole Patti insegna) venivano a turbare i sogni del giovinetto Marco con quegli stupidi giochini come ‘le belle statuine’, ‘il medico e l’ammalata’, che servivano solo a toccare cazzi in erba e ombre di primo pelo.

Ad una di loro non poté rifiutare il primo sperma, tanto stropicciava l’uccello che prima o dopo doveva venire. Lei per tutta la vita si sentì come una mamma per Marco, le comprava le caramelle, i cioccolatini, i dischi e, infine, i libri. Quell’umido nella sua mano aveva avuto l’effetto di una maternità precoce. Ce n’era una invece che non veniva mai, la più grande, la migliore e che a lui piaceva molto. Già da piccola con l’aria da intellettuale portava gli occhiali tanto che la chiamavano ‘la guercia’ e Marco la amò teneramente per molti anni, inutilmente.

La insultava, poi la riempiva di complimenti, la rincorreva, tentava di. picchiarla, gli piangeva sopra. Niente, lei non voleva giocare, fino a quando, cresciuta cominciò a darsi a tutti. Era passato ormai il tempo della grazia, dell’innocenza. Aveva già trentasei anni suonati quando Marco la dimenticò. Quella non era più musica ascoltabile. E aveva inciso per troppo tempo nella sua vita.

 

Solo un anno prima del suo insano gesto s’era sentito ringiovanire, sempre quel fatto di ‘riscoprire’ la vita. Vecchio si stava innamorando. Un amore sarebbe bastato? A cosa poteva servire. E a quell’età. L’amore ti lega, ti costringe, ti afferra ad orari. All’inizio la pena, il desiderio sfrenato per ottenere. Ti pare di scoppiare dentro, poi, dopo l’accordo cominci ad annoiarti di nuovo e il desiderio della libertà riprende. Però l’amore ti fa dimenticare Khomeinhi, il costo della benzina, la faccia di Arafat, il Cile e la rabbia.

La rabbia per ciò che ti circonda e fai una confusione continua fra il tuo essere e gli altri. Chi sono quegli altri così sempre accettati che invidi tanto?

Fortuna forse che torna di moda l’innamoramento, l’amore a brevi tappe, l’amore ‘non stop’, l’amore dei momenti di più momenti e di più persone a ogni momento. È così completo! Ma tu uno schedario non ce l’hai. Da dividere in sezioni. Da poter chiamare chi vuoi e quando vuoi. Da potere essere chi sei, come sei e quando lo sei. L’amore con l’aiuto dell’elaboratore. Ma come? L’amore, l’unica cosa non sconfitta in questo bordello che è il mondo, arreca pene, infelicità?

Ma va!

Fai l’amore Marco.

Si, ma con chi?

Hai smesso di leggerli i libri, i giornali. Volevi smettere di pensare. Non pensi, non sogni. Cos’erano tutti gli interessi di gioventù? Perché uccidersi con il lavoro? E poi non muori. La morte non è la peggiore che possa capitare (dicono i vivi). C’è la vita Questo continuo stare male, da impazzire, è terribile, no? Dove sono gli interessi: cultura, controcultura, anticultura, kultura, sottocultura? Ciarpame’ Quale percorso non consumato ancora e chi nuovo consumatore?

 

 

5

 

Questa terra è la mia terra, diceva sempre fra sé Marco (Woodie Ghutrie Io disse molto più tardi, l’autore della frase infatti è, e deve restare, siciliano: I Grandi nel mondo!) ogni volta che la voglia d’andare via lo agitava almeno sino alla stazione centrale dove lo squallore miserrimo lo spingeva ad allontanarsi di corsa e reagire contro la partenza: in questa terra doveva morire o riuscire a diventare ‘qualcuno’ (diamo per scontata la morte, non scommettiamo su altro), voleva insomma essere il ‘profeta in patria’, almeno questa rarità!

Come Sciascia, fra Racalmuto, Palermo, Roma, Parigi, New York, come la coca-cola o la Lufthansa.

La sua ‘sede naturale’ doveva essere quella: Catania (Sicilia). Il mare, gli scogli, i fichidindia, la zagara, tutti quei luoghi comuni e ameni, appunto perché comuni avevano attratto la sensibilità di tanti scrittori, dovevano circondare lui che comune non era, figurarsi ameno, poi.

 

No.

Sì! Sarebbe tornato a Roma, come sempre. Lì cerano i ministri e i ministeri teleguidati dalle grandi menti isolane, ogni tanto qualcuno era romagnolo o veneto, ma solo per confondere le trac­ce e non destare sospetti. La Sicilia era ‘fortemen­te’ rappresentata a Roma, almeno questo, nella Roma capitale politica e radiotelevisiva. Chi si osti­nava a voler fare il muratore o il cameriere poteva invece trasferirsi a Torino, Milano o in Svizzera, capitale del Capitale. A Roma e a Milano ci vivono poi gli intellettuali: poeti, scrittori, pittori, registi con le loro vite disordinate che Marco aveva sempre sognato da giovane. Disordinati e scapestrati, tutti, tranne qualcuno che doveva per forza di cose programmarsi la giornata:

 

dalle 9 alle 10 infilare il pigiama,

poi sino alle 10 e 15 sorbire il caffellatte,

dalle 10 e 15 alle 10 e 25 dettare la pagina per

 

l’Espresso il lunedì, per Playmen il martedì (tranne il primo di ogni mese che doveva scrivere per Penthouse), il mercoledì per Sorrisi e canzoni, il giovedì per Sette giorni a maggio, il venerdì ne scriveva una per la figlia che l’aiutava pure nei programmi televisivi della RAI, di Retequattro, Canale 5, Antenna 10, Video Uno, ecc. Sabato e domenica riposo, e dire che era anche malato di cuore.

Poi dalle 10 e 26 alle 10 e 31 tirava un colpo di sigaretta mentre dodici inviati speciali lo fotografavano,

alle 10 e 32 andava a far pipì sino alle 11 e 15 ora in cui iniziava a dettare la pagina del suo romanzo autobiografico ‘Ditelo coi figli’ uscito in primavera, in estate, fino alle 12 e 25 quando dettava invece la pagina del suo romanzo moralista a puntate che usciva sul quotidiano ‘Repubblica’, durante l’inverno,

alle 13 esatte iniziava il pranzo fino alle 16, non che mangiasse molto, dato il cuore, ma era lento, almeno a qualcosa bisognava dedicarsi seriamente,

alle 16 e 01 pisolino per sette minuti e alle 16 e 08 pipì nuovamente sino alle 17,05, quando dettava le pagine delle, interviste in difesa di Enzo Tortora,

alle 18 visita. Solo alcuni intimi venivano ammessi. I suoi computer che elaboravano soprattutto gli articoli sui fatti del giorno erano segretissimi,

19 e 30 cacca, bagno, barba, peli superflui, visita medica, letto.

Che vita è mai questa!

Marco no. Non voleva per niente vivere così. Lui preferiva l’isolamento come faceva Ignazio. Starsene in Sicilia oltretutto aiuta il turismo, solo che pochi ci riescono. Anche Buttita però lavorava molto, dando tutto se stesso: si levava di buon mattino e, dopo avere infilato i calzoni con l’aiuto della gentilissima moglie, usciva sul terrazzo della villa rustica di Bagheria, dava uno sguardo allo splendido paesaggio (ripulito nella notte dalla mag­gior parte dei cadaveri che, altrimenti, con il clima mite, avrebbero puzzato) incantevole, per ispirarsi e, a larghi tratti su di un foglio enorme, con grande caratteri scriveva la sua poesia giornaliera.

Gli costava molta fatica, ma entro le dieci doveva esser pronto per i visitatori-turisti o i turisti-visitatori. Non avendo altro da visitare, data la distruzione verificatasi in Sicilia e i saccheggi ef­fettuati negli ultimi duemila anni, le guide turisti­che segnalavano casa-Buttitta con quattro stellet­te.

Chiedeva poi a tutti: – I liggisturu i me’ libbra ­«Tutti?». Poi aggiungeva: – Haiu vinnutu seicentomila libbra! – Cazzo; pensavi: seicentomila? Se ti vedeva attonito o imbarazzato capiva subito che nel tuo bagaglio culturale mancava una vali­gia. Provvedeva allora urlando alla moglie (sempre dietro l’angolo, ecco cosa c’è dietro l’angolo: quasi sempre la moglie fedele di un genio):

– Pigghimi ‘a pagghia bruciata’, aaahhh, magari l’antologia di l’amici poeti ca ci fici l’introduzioni.

E ti scaricava addosso alcuni dei suoi volumi, poi riprendeva lesto e tu, pensando che forse li voleva pagati, facevi l’atto di prendere i soldi, ma no, non era questo: i siciliani sono generosi (e ospitali):

– La dedica. – Apriva il volume, schiacciava for­te sul dorso la copertina e penna in mano tremante guardandoti negli occhi faceva:

– Come ti chiami?

Avevi sempre un bel nome, in ogni caso aveva pronta una storiella per ciascuno. E ti pare di vedergli scrivere dei numeri, tale era la stranezza .della sua scrittura: metteva prima tutti i segni ver­ticali, poi tracciava quelli orizzontali e... miracolo, la tua dedica personalizzata di Ignazio era lì e la portavi via commosso e pensavi: ‘li avrà venduti o regalati i seicentomila?’

Infine veniva il momento della foto. Il fotogra­fo, evidentemente aveva un turno stabile, racco­glieva il gruppo attorno al ‘poeta’, quindi scattava. Ed era fatta, la tua visiti economica con regalo era completa: un uomo eccezionale!

 

In queste occasioni a Marco veniva voglia di crivellarsi di colpi, di mitragliarsi tutto il corpo. Non certo perché non amasse il Poeta! Ma si può? si chiedeva. Sì, si può in questa terra di uomini generosi, di uomini rari, di uomini generosamente rari o raramente generosi? No, non avrebbe mai lasciata l’Isola, l’Etna, la via Etnea e la sua casa a triangolo.

Avrebbe sopportato questi luoghi senza gior­nali come ‘Panorama’, ‘Repubblica’ o ‘Il Messagge­ro’, avrebbe resistito in quella terra dove la cultura era il professore universitario raccomandato, l’in­formazione il giornale locale con i suoi giornalisti che scrivevano storie di briganti, di Sant’Agata, di quartieri, di mafia e fiabe.

Il giornale viveva di pubblicità: tutto e tutti, se volevano, pagando, apparivano sulle sue pagine. Ecco perché, oltre al fatto della rarità, le manife­stazioni culturali, quando c’erano passavano inos­servate. Nell’ultimo anno addirittura perfino i de­litti, gli assassini e i rapinatori, venivano descritti o segnalati solo se pagavano la pubblicità. Niente cultura. Neppure in estate.

Ma la situazione non era sempre così, come dire, stagnante, era anche peggio. Ma come andarsene via... Marco ne veniva attratto e stimolato, forse se ne compiaceva, trovava fonte di ispirazio­ne e motivo suicida. Era fatto così con la sua rabbia impotente, una maniera di esprimersi, forse pro­prio per questo. Di che ridere sennò? O era la morte. Due proiettili in gola ogni mattina prima di colazione per punirsi o fortificarsi. E la morte in mezzo a cadaveri è forse meno orrenda, più sconta­ta, vedi le zone in guerra.

Ed era lì nei giornali e giornaletti e poi nelle tivvù private che Marco aveva visto molti dei suoi ex compagni sistemarsi. Avevano prima portata la spesa, poi avevano galoppato (o galoppinato?) al fianco dei padroni, infine si erano introdotti, poi, peggio di peggio, iniziavano anche loro a introdur­re parenti, amici e conoscenti come avevano ap­preso, anche se disprezzato, per molti anni in quel­le zone profondamente democratiche (cristiane).

Ebbe anche un’esperienza in un giornale con grandi attrezzature, intrallazzi e tantissimi padroni: il tutto per la vendita di 300 copie (per fortuna!) Eppure le oltre 100 persone che ci lavoravano in un modo o nell’altro si credevano potentissime, si azzannavano a vicenda per quell’osso di plastica in cerca della sistemazione e della sicurezza che li avrebte fatti diventare grandi giornalisti o capitani d’industria, o, chissà, in cerca dell’alternativa. Lì Marco perse quasi tutti gli amici che gli erano rimasti sino a quel periodo.


Poi ci fu il grande delitto: la Mafia colpisce ancora. E colpiva la città che, sgomenta, credeva la Mafia un’industria palermitana. Il ‘funeralato’ stavolta non era un grande inquisitore, non era né politico, né poliziotto, soltanto un onesto emargina­to della cultura (ma già s’è detto che in questa città si vive di solo pane). Eppure ai funerali, ai conve­gni, ai pianti e ai discorsi, tutti, dico tutti, centinaia di migliaia di persone dissero di amarlo, di cono­scerlo bene, a fondo, che lo avevano sempre aiuta­to, che avevano anche comprata la sua rivista e Marco non si spiegava allora come mai lui e il suo giornale erano già morti prima ancora del delitto.

Questi i contorni della città dove Marco era nato, da dove era fuggito più d’una volta, dove il sentimento e la retorica di esso forse lo avevano fatto ritornare o la necessità economica, o perché non si era mai integrato nelle altre città. O forse ancora perché qui, se non altro, vivevano le 20 persone che amava. Questa la città descritta, per più curiosi, in 282 volumi di un noto scrittore storico catanese (altro genio locale), la città sempreterna, popolo di gloriosi, onesti e con spirito d iniziativa...

Basta darvi un’occhiata. Le guide turistiche in genere consigliano una sosta di mezza giornata tanto basta per farsi scippare, segare il collo, esser avvelenati e rapinati persino nelle cabine telefoniche, dove vai per chiamare ‘aiuto’.

Marco si muove tanto. Ha o avrebbe tutte le carte in regola ma è la morale che lo blocca, lo fa star male. Ma qui di morale non è rimasto nulla tranne il tuo che precipita sempre più giù.

Torna a Palermo, di mattina presto, trova l’uomo, fa telefonare e arrivi da pippo baudo che poi è di Militello (Catania, Sicilia), ma anche lui viaggia fra Roma, Milano, i suoi alberghi: ‘Che bravo ragazzo!’ fa la massaia. Solo che in Italia ci sono 48.000.000 milioni di massaie e non può più cambiare niente da baudo a fanfani finché morte non ci separi.

No, non sarà mica uno scherzo, tu ti uccidi davvero, non puoi contentarti di quel misero obolo costituito da dieci lettori se scrivi, da tredici spettatori se fai teatro o da venti se organizzi un concerto. Non puoi. Uno sparo in bocca. Ecco cosa ci vuole. Dato bene in modo che il proiettile entri in gola dal buco naturale, togliendoti anche l’ennesima infezione. Rompa una corda, ne rompa due che importa? Tanto bisogna smetterla di urlare. Qui con la scusa del terrorismo non si può più fare niente, non ci si incontra neppure, non c’è l’alter­nativa, c’è solo la ‘fermezza’. La fermezza di stam­po socialdemocratico, come i formaggini, come i film che andiamo a vedere, inaccettabili fino al ‘75, leggiamo inutili stronzate scritte da falsi predicato­ri della rivoluzione sociale del ‘68. E i giornali che ‘scooppano’ sempre solo per vendere, il falso.

Bisogna scoprire il sesso, non riscoprire perché già troppe volte è stato riscoperto. No, è proprio che bisogna scoprirlo, infilarcisi dentro con tutta la carne e le ossa, ubriacarsi sino a soffocare.

 

Beppe Costa

Romanzo siciliano, 1984

 

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