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Maria Lanciotti. Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai 
Alla ricerca della spiritualità – 2
15 Maggio 2017
 

Iniziò con la mia fuga dal confessionale, con il volto in fiamme e l’animo in tumulto, la radicale revisione della formazione cattolica che mi era stata imposta fin dalla nascita e da sempre in conflitto col mio senso religioso.

Nel prato nei pressi del santuario dov’ero corsa piangendo le pecore brucavano paciose, gli agnellini belavano e i cani vegliavano, mentre io vacillavo sotto il peso di peccati non assolti e di mancate penitenze. Iniziò in quel momento, con un primo ricordo, il percorso a ritroso verso l’autenticità del mio essere.

 

Perché domenica non sei venuta a messa? – mi chiese madre Rosa con tono duro sul cancello della scuola elementare.

Non potevo camminare per i geloni, mamma ci aveva messo la pomata e me li aveva fasciati e le scarpe non mi entravano.

Non è una buona scusa, potevi venire ugualmente e offrire la tua piccola sofferenza al Signore.

Con le scarpe o senza le scarpe? Mi andavo chiedendo trotterellando dietro la veste nera svolazzante della mia maestra, che quasi mi avesse letto nel pensiero disse: – Gesù salì scalzo sul Calvario, e sotto il peso della croce.

Mi feci più piccola di quanto già non fossi, e zoppicando m’infilai in aula nel mio banchetto, nascondendo i piedi gonfi e pieni di vesciche avvoltolati nelle bende e calzati in un paio di vecchie pantofole, piangendo per il prurito e la vergogna.

Gesù ti perdona, non piangere. – Le parole di madre Rosa e la sua carezza distratta anziché consolarmi mi punsero come vespe assetate ronzandomi nella testa: che male avevo fatto per essere perdonata?

 

Mi mettevano il fazzolettino sulla testa quando ancora mi portavano in braccio. Io cercavo di strapparmelo o ci giocavo a cucù. I grandi mi sgridavano e io ridevo.

Non si ride in chiesa – mi dicevano, ed io ridevo più forte pensando fosse uno scherzo. Allora mi davano gli schiaffetti sulle mani, poi me le facevano giungere per dire la preghierina: “Scusami Gesù, non lo faccio più”.

Più tardi mi resi conto che tutte le donne avevano il capo coperto, mentre gli uomini si toglievano il cappello entrando in chiesa.

Perché? – chiedevo, e mi rispondevano dicendo che in chiesa non si parla, si prega. E perché tutti cantavano? – Anche i canti sono preghiere.

Poi c’era la predica, e non capivo perché quel signore vestito da donna si arrampicasse sulla casetta di legno per parlare dall’alto a tutta quella gente rivolta a lui con gli occhi lucidi. Ed era sempre arrabbiato, guai se qualcuno fiatava, non si poteva nemmeno tossire. Io ci provavo a tossire, mi sforzavo, ma una mano subito mi tappava la bocca e mi veniva sussurrato all’orecchio che Gesù piange quando i bambini fanno i cattivi. – Ma io sono una bambina buona! – mi difendevo, subito troncata da un’occhiataccia che m’inceneriva.

 

La cenere. Mi piaceva tanto il Carnevale. Mamma faceva le frappe e le castagnole col miele, tutto il pomeriggio a friggere nel padellone di ferro queste squisitezze da una volta l’anno, il martedì grasso, con i miei fratelli che le ronzavano attorno allungando continuamente le mani sulla grossa insalatiera che non si riempiva mai. Io mi mascheravo con la tendina a fiori del lavandino di cucina per gonnella, la mantella nera di nonna, le scarpe di mamma col tacchetto e il cappello di papà, un po’ di rosso con la carta crespa sulla bocca e le guance, e con le mie amichette anche loro mascherate alla buona si faceva il giro delle case rimediando dolcetti e lirette, divertendosi un mondo. Ma il giorno dopo, il mercoledì delle ceneri, digiuno e penitenza e le ceneri sparse sul capo con le parole: “ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai”. Un monito che faceva paura come quando ci sentivamo dire, alla minima marachella: “Adesso arrivano i carabinieri!”

 

La stazione dei carabinieri si trovava in un quartiere dall’altra parte del paese. Ma i carabinieri si trovavano ovunque, giravano a piedi per tutte le strade, sempre in due, e non si lasciavano sfuggire nulla. Ma peggio dei carabinieri c’era l’occhio di Dio sempre puntato su ognuno di noi, che leggeva nel pensiero e registrava tutto per fare i conti alla fine, se del giorno o della vita non mi era chiaro. E c’era l’angelo custode appollaiato sulle nostre spallucce che non dormiva mai e ci controllava giorno e notte, arrivando a bloccare anche i sogni sul più bello. Poi c’era la famiglia che per principio non mostrava alcuna fiducia nei figlioletti, e il vicinato tutto che vegliava e sorvegliava ogni mossa e ogni intenzione di noi ragazzini, con l’implicito diritto/dovere di pronto intervento anche con qualche affettuoso scappellotto. Se poi chi le buscava non aveva combinato niente di male, e poteva provarlo, la faccenda veniva così liquidata: “Va per quando le meritavi e non l’hai prese”.

Noi bambini eravamo onesti, e onestamente agivamo, sia perché sempre sotto osservazione e sia per quel malessere che ti strizzava lo stomaco se solo un pensiero furbetto ti attraversava la mente, ed era la peggiore delle penitenze.

 

La parola penitenza faceva parte del lessico quotidiano, la vita stessa era penitenza. Anche nei giochi erano previste penitenze che noi eseguivamo scrupolosamente. “Io vado a Gerusalemme senza ridere e senza piangere” era la mia penitenza preferita, immaginavo Gesù a cavallo del somarello passare tra la folla che agitava rami d’ulivo e gridava “Osanna!”, come ci avevano raccontato le suore per la festa delle Palme e come avevo visto raffigurato su un santino. Gerusalemme nessuno sapeva cosa fosse o dove si trovasse, ma ‘andare a Gerusalemme’ era come fare un viaggio nell’ignoto, oltre i confini degli orti e dei prati che si perdevano all’orizzonte.

 

Dopo la domenica delle Palme ci si preparava alla Santa Pasqua. Le case venivano rivoltate sottosopra, i materassi di lana sventrati e rifatti in mezzo al polverone pruriginoso, le tende stese ad asciugare, pentole e stoviglie rilucenti al sole, mura rinfrescate e infissi riverniciati. E si arrivava alla Settimana Santa. Si portavano in chiesa le ciotole con i germogli di grano, lenticchie e ceci per i Santi Sepolcri, una specie di veglia che durava tre giorni, con le campane che venivano legate e poi sciolte il Sabato Santo; mentre il Venerdì Santo si partecipava alla Via Crucis, quattordici stazioni dolorose e la quindicesima in cui si contempla con gaudio la Resurrezione di Gesù. Tutto era santo in quella settimana, e quando il Giovedì Santo finiva la Quaresima e iniziava il Triduo, tutti i forni della zona entravano in funzione, profumando l’aria di sarmenti bruciati e di vaniglia, con il via vai delle donne che si faceva frenetico mentre infornavano e sfornavano teglie.

Quando veniva il prete per la benedizione della casa, tutto doveva essere pulito e ordinato, anche i bambini dovevano farsi trovare composti e ben vestiti; nell’attesa, che poteva durare giorni, era vietato giocare sulla strada per non sporcarsi e si rimaneva sul cancello ad aspettare il prete, pronti a dare l’annuncio. Il prete era sempre accompagnato da un paio di chierichetti, che dopo la benedizione raccoglievano le offerte in una cesta, dove si mescolavano soldi e uova fresche, dolci e liquori fatti in casa. La benedizione durava tutto l’anno, come i rametti d’ulivo benedetto che venivano appesi soprattutto a capo letto insieme a qualche immagine sacra.

Poi arrivava la domenica di Pasqua. E si andava tutti alla santa messa, fra rintocchi di campane e profumo di rose e di viole. All’Eucarestia si formava la fila per ricevere il corpo risorto del Signore, ed io che non avevo ancora fatto la Prima Comunione mi sentivo struggere dal desiderio di partecipare alla mensa. Mi confortavo pensando alla colazione speciale che ci aspettava al rientro a casa.

 

Quel giorno si rimettevano in pari il digiuno e l’astinenza prescritti in tempo quaresimale e si dava fondo alle più succulente libagioni con il massimo gusto, sapendo di aver rispettato in precedenza, più o meno severamente, obblighi e divieti imposti dalla religione e dalla tradizione.

Un riposino sotto il pergolato, fra chiacchiere allegre e silenzi meditativi, e si ripartiva a passo lento verso la chiesa per la funzione serale.

Poi arrivava il Lunedì dell’Angelo, ed era l’apoteosi. Il giorno di Pasquetta si partiva presto diretti al più vicino santuario, a piedi e in bicicletta, carichi di vettovaglie e di una religiosità incontenibile che si esprimeva in canti e preghiere e invocazioni: “Madonna mia, grazia!”.

Il polverone si alzava nella spianata chiudendo in un sipario giallo la rappresentazione di una salda fede popolare, non disgiunta da un sano spirito festaiolo.

Sbrigate le faccende dell’anima, si pensava alle necessità del corpo.

E via tutti a rotolarsi nella campagna brulla pullulante di greggi, mentre si allestiva la colazione al sacco su cui tutti si buttavano come cavallette. Era appena passata la guerra, la devozione per il cibo era pari a quella riservata alle cose sacre.

Già da piccolina quel santuario m’incuteva terrore, con tutti quegli oggetti che riempivano le pareti e il soffitto: centinaia o forse migliaia di cuori d’argento, trecce di capelli e ciocche racchiuse in cornice, stampelle e gambali che pendevano dal soffitto, abitini e scarpine di neonati sottovetro, strumenti chirurgici raccapriccianti. La mente si sconnetteva, presenze lamentose m’invadevano e la vita scappava via mentre venivo spinta dalla folla che premeva nel giro di quelle mura che sembravano urlare, sotto lo sguardo vacuo di una Madre incoronata e coperta di ori.

Il giro terminava dinanzi all’altare, dove prosternati si doveva baciare il quadro con l’immagine della Madonna. Ed era questo il momento più difficile da superare, cercando di vincere la nausea. Il quadro era retto da un chierichetto che con uno straccetto vi passava sopra dopo ogni bacio dei devoti, e ad accostarsi mandava un odore dolciastro e repellente, irrespirabile.

Ma c’era ancora un passaggio obbligatorio da compiersi, ed era la visita ad una grotta profonda e buia, cui si accedeva per una ripida gradinata ricavata nel tufo. Nel fondo ardevano lampade ad olio e lumini rossi, rischiarando l’immagine di una madonnina ricoperta di fiori di carta e di poveri doni, accerchiata dalle donne imploranti e piangenti, che battevano la fronte sulle pareti che grondavano acqua. Risalire da quel pozzo di lacrime era il solo desiderio che mi animava e allontanava l’orrore di quel sentore tombale. Ricercavo allora l’odore della camomilla e della finocchiella selvatica, lontano dal santuario e dalle bancarelle chiassose, riprendendo pian piano colore e respiro a contatto con la terra accaldata.

 

Maria Lanciotti

 

 

Alla ricerca della spiritualità

2 (segue)


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