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“Fuoripista”. Ri-lettura dell’opera poetica di Renzo Nanni 
a cura di Maria Lanciotti
15 Settembre 2006
 
 

Cenni biobibliografici (tratto da Una vita quasi un secolo Caramanica Editore): Renzo Nanni (Livorno 1921-Aprilia 1 aprile 2004) è vissuto a Padova dal 1925 al 1938. Nell’immediato dopoguerra si è trasferito a Roma. La guerra lo ha visto con gli Alpini della “Julia” in Russia. Fu tra i pochi superstiti della tragica ritirata dal Don. Ha partecipato alla Resistenza nel Partito d’Azione. A Roma ha svolto, dal 1946, la sua attività di giornalista e di insegnante. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia: L’avvenire non è la guerra (1952), Terra da amare (1977), Braccia limitative e il mondo (1979), Minuscoli su pagina bianca (1982), Fasi di luna (1989), Fuoripista (1996), Una vita quasi un secolo (2003). Pubblicato postumo il volumetto Questo me stesso (2005) a cura di Domenico Adriano, Francesco De Nicola, Rodolfo Di Biasio, Giuliano Manacorda e dell’Editore Caramanica “per ricordare il poeta e l’amico”.

 

E per tratteggiare la figura di un uomo e di un poeta testimone diretto di una “storia sgangherata” e tuttavia umanissima e aperta alla speranza, ci affideremo a una ri-lettura della sua opera iniziando dalla sua ultima raccolta Una vita quasi un secolo, bilancio di una vita e fedele cronistoria di uno dei “meravigliosi ragazzi/ cresciuti fuori testo” su cui in particolare ci soffermeremo.

 

Cosa rimarrà

 

Cosa rimarrà

del trascorso secolo e di noi

dolorosamente – lietamente – forse

inutilmente sprecati, le storie

scandite ad attimi ripetitivi,

le pene ereditate con troppi

perché irrisolti e questi soli

che corrono a dissolvere

equilibri astrali. Cosa rimarrà di noi

testimoni forse di trapassi

clamorosi o sommessamente tragici.

 

Un mare lontano: “Ossessivi fragranti sapori/ voci odori inscatolati nel riccio, il corpo stellato/ succhiato con la goccia di limone”.

Cristalli di neve: “Rimarranno, di certo, i giorni di cristallo,/ le nevi dense strisciate di memorie/ infantili, poi dolorosamente adulte/ e i non sazi desideri/ di corse fuori pista”.

Richiamo militare: “Smorzato nel grigioverde/ il cuore di noi ragazzi – classe ’21–,/ storditi di presentattarm/ in attesa di tradotte ladre/ e fronti d’odio,/ virilmente patriotticamente/ finiti erranti/ tra casini e bettole”.

La partenza per la Russia: “…odori di giovinezza/ che fugge, la dissolvenza/ finale d’occhi che devono/ quanto di mondo puoi mettere/ nel tuo cuore tascapane…”.

Natale di guerra 1942: “…la neve russa mistica pausa/ – pareva – di quell’insensato esplodere/ di rabbie comandate”.

Ritirata dal Don: “‘Alpini dell’ostia’, a piangere/ a secco, visioni di casa come/ devote reliquie consunte”.

La tragedia dell’Armir: “L’Armir in sacca, nel vuoto/ fatto alle spalle della fuga tedesca/ e noi lasciati a intralciare le piste/ a tardare l’Armata Rossa/ noi fanti muli carri/ così utili rottami a coprire/ la programmata ‘ritirata strategica’”.

La via partigiana: “Lacera di bandiere, le stesse/ rotte scarpe di tante/ consumate guerre…”.

Roma-Ostia ’45: “Quei nostri recuperati ritorni/ di villeggiature povere,/ stipati su camionette/ abusive col cesto/ della pasta di casa e un limone/ per i frutti di mare,/ rastrellando telline con mani/ di lontane ghiotte infantili memorie.”

Fuori testo: “Così/ in terra ciociara - prima nomina - / e poi Roma, a tastare storia, raccogliere/ cronache in incontri, documenti, interviste/ - i cosiddetti lavori di gruppo – o anche/ soffrendo nelle piazze degli scioperi/ la pena d’altre guerre nell’aria”.

Terra da amare: “Qui nell’ ‘oasi’ senza numero civico/ seguito salvando pergoli/ di viti tinte di fragola, bordi/ di cicorie da campo…”.

Le mie sere: “…torna alfine – eterno magico enigma –/ l’angolo semibuio/ odoroso di libri stantii”.

La memoria: “…testimoni perenni/ di questo vagare d’uomini/ sulla scorza rugosa/ di un sasso tremendamente storico”.

Nel nuovo millennio: “… i miei versi segreti/ riposti in qualche cassetto/ non ricordo più, che potevano/ darmi fama: erano/ il mio folle prato/ a goccia a goccia/ seminando vivendo”.

Ritorni di guerra: “Dal sentiero delle cicorie,/ la fila di noi/ minuscoli su pagina bianca”.

Dare voce: “E tu poeta che macini/ il pubblico e il privato/ (…) tu/ non ce la fai/ comunque non ce la fai/ a tener dietro al mondo che va”.

 

Al limite:

 

Per ora vivo ridotto

solo a sette raccolte di poesie

altri canti nell’animo inespresso

altre voci remote ai bordi

dello spartianni segnato ottanta

altre attese su rive di monti

e olivi e ammiccanti lampare

navigando galassie impossibili.

 

Giro la biro: “Poi torno/ a ventate di grida di bandiere,/ le nostre antiche lotte consunte/ su tanto tarlato seguitare a illuderci/ nei nostri versi fragili di vento”.

Attesa: “Che truffa, ragazzi, farci credere/ già spalancato il tempo, l’eguaglianza/ perfetta dietro l’angolo,/ tutti presi nel sole venturo,/ ubriachi di luce. Pure/ persiste il sogno, seguita/ lo scavo vitale/ dei desideri impossibili”.

Messaggio: “Lo rifarei/ quel voto scomunicato e le caparbie/ marce di pace nell’accumulo/ di troppi me stesso rigati/ di filo spinato feriti/ d’ordini governativi”.

 

Nuove ceneri

 

E il mondo non volta pagina.

Oggi contemplo

rintanato tra carte inesauste

il vecchio cappello alpino appeso

a un chiodo della libreria

penna mozza memorie

calde di gelo e rabbie

da ridire nei turni

allucinati di questo

mio quasi secolo.

 

«I versi di Nanni non propongono soltanto un esempio di umana virtù ma anche il piacere di una poesia che, lontana da sperimentalismi non sempre gradevoli o giustificati, ripresenta con sicura virtù il senso classico di un verseggiare novecentesco libero nell’andamento quanto denso nella ricchezza delle parole e della loro costruzione. Nanni con questa pagine lascia alle spalle una “storia sgangherata” non certo per sue colpe, ma il messaggio dei suoi versi è anche un auspicio per un diverso futuro» (dalla introduzione di G. Manacorda).

 

Una vita quasi un secolo trova la sua compiutezza nell’aggancio con la prima silloge di Renzo Nanni: L’avvenire non è la guerra edita da Il Canzoniere 1° maggio 1952, direttore responsabile C. Vivaldi, condirettore E. F. Accrocca, tiratura 300 copie numerate e un disegno originale di Renato Guttuso, di cui un dettaglio in copertina, tratteggio di una maternità drammaticamente moderna.

Con la poesia l’Avvenire non è la guerra Renzo Nanni si classifica al primo posto tra i poeti italiani e secondo in campo internazionale nel Concorso che la Federazione Mondiale della Gioventù tenne a Berlino, con una Giuria composta da Pablo Neruda, Nazim Hikmet, Aragon, Amado ecc.

La poesia premiata entrò poi nel volumetto cui dette il titolo, affermatosi al Premio Viareggio Opera Prima del 1952, e le poesie della raccolta apparvero in Rinascita, L’Unità, L’Avanti!, Mondo Operaio, Pattuglia, Gioventù Nuova, Paese Sera, Momenti.

 

L’avvenire non è la guerra

 

A Napoli ieri notte

hanno sbarcato la guerra.

L’hanno ancorata nel Golfo senza canzoni

e la città della musica taceva

come un gran pugno chiuso minaccioso.

Nave nemica non arresterai l’avvenire

nave che non risplendi alla luce

del giorno, perché porti tenebre e ti muovi

a lumi spenti sopra un mare vuoto.

L’avvenire è il respiro del mondo

fatto dell’alito di milioni di uomini uniti.

Hanno sbarcato trecentonove tonnellate

di guerra a Napoli fra case

ancora diroccate dalla guerra.

Ma l’avvenire non si misura a tonnellate

è dentro il cuore gonfio delle madri

è nella cronaca dello sciopero generale

è sulle terre dei feudi dove

si muore seminando il grano.

 

Dopo un silenzio durato 25 anni, nel 1977 Renzo Nanni pubblica con NuovEdizioni Vallecchi Terra da amare, poesie che vanno dal 1956 al 1969.

Un inventario (dopo i fatti d’Ungheria): Un inventario/ per non fare naufragio./ Un conto amaro di date/ una fila di gesti silenzi voci.

Inventario meticoloso di un “poeta di cronaca”: linguaggio discorsivo, duro ironico impietoso. Se il mondo non volta pagina – sembra voler dire il poeta – sarò io a cambiare registro. Racconta Nanni le esperienze di quel periodo. Delle rapide trasformazioni che si attuano giorno per giorno e delle catastrofi seriali. E il suo aggrapparsi quasi disperato ai valori primari della vita: Valore del pane./ Valore del vino./ Valore delle mani/ secche di terra/ potando tra sciami/ d’api feconde”.

La terra da amare alla quale Nanni è approdato si trova a Velletri nella provincia di Roma. L’acquista con i proventi che gli derivano dalla pubblicazione di un lavoro di spessore: Letteratura italiana: materiale per un programma dalle origini all’umanesimo, Angelo Signorelli Editore. Quattro volumi alla cui stesura lavorò per diversi anni, tanto che – era solito dire – la materia gli era divenuta ostica. E fu forse per necessaria compensazione che s’improvvisò lavoratore della terra. Appassionato di viticoltura diventa socio dell'AIS (Associazione Italiana Sommelier) di Velletri. Cura la rubrica di enogastronomia “Il CittaVino” sul settimanale locale il Cittadino diretto da Guido Di Vito. Sulla stessa testata cura la rubrica mensile “Spazio poesia: testi, cronache, informazioni e dibattiti”. Sommelier di primordine esalta nel connubio vino/poesia l'armonia del vivere, il piacere della convivialità.

Si ritrovano nella sua casa in campagna sotto il pergolato o nel tinello gli amici contadini, poeti, enofili. Si discute, si brinda, si cantano alla fine i cori alpini.

Ideatore e fondatore de La vigna dei poeti – Associazione Culturale veliterna di amici della poesia nomina soci onorari poeti di chiara fama, come lui di “scuola romana”, tra cui Domenico Adriano, Renato Minore, Elena Clementelli, Ugo Reale, Alfonso Gatto, Giorgio Caproni. Membro di giuria al Premio Frascati – sezioni Seccareccia e Chiusano – fino alla 42ª edizione, nel 2003, l’ultimo anno cui vi partecipò. Del premio era stato anche vincitore nel 1983 con il poemetto Minuscoli su pagina bianca, ed. Forum.

Come presidente dell’Ass. La vigna dei poeti organizzava eventi che risaltavano nel panorama cittadino per qualità e competenza, fra cui “Brindisi con l’Autore” (che vide come ospite alla prima edizione Elio Filippo Accrocca) portato avanti anche dopo la sua scomparsa dal nuovo e degnissimo presidente Filippo Ferrara. Mentre a molti eventi Nanni era chiamato a partecipare in qualità di ospite, sempre di assoluto riguardo.

Terra da amare è ancora una “cronaca intessuta di grandi e piccoli eventi che hanno sempre l’uomo a protagonista”. Centrale la tematica del sud, quel sud carico di ingiustizie millenarie che Nanni aveva conosciuto – e combattuto – in terra ciociara, dove in passato aveva avuto la sua cattedra.

Una terra non mia: Di passaggio/ sembra sui miei giorni, ma solchi/ lascia, dentro, come una guerra.

Nanni guarda al progresso tecnologico con curiosità e apprensione. Riserva un settore del libro a Fantaliriche, un precipitare in dimensioni inesplorate, forse la propria irrisolta interiorità:

Lorelei dello spazio: Menzogna di luci, infinito che fugge:/ ecco rotolo/ l’astronave ecco forzo/ barriere magnetiche/ ecco ogni volta/ da secoli ogni volta/ precipito giù.

Punto e a capo: Riprenderemo/ a tessere cantilene infinite/ al principio delle cose del mondo.

Lo sguardo sempre voltato indietro, a recuperare volti, nomi, progetti:

 

Poeti di cronaca

(a Mario Socrate)

 

Ci dicevamo poeti di cronaca,

mentre per gli anni inseguivamo date

scandite come allegre canzoni

e cori di presenze umane,

coltivando la storia come

campo da semina, per giorni

di pane e di fraternità.

Questo il senso del martirio poetico

quando di cuore barattavamo

un endecasillabo classico per poche

voci di piazza

o per conti da fare alla calura

di latifondi di sassi,

nella pallida nebbia degli olivi.

 

Da principio (a Elio Filippo Accrocca): Scrivevi,/ partendo militare,/che verde/ come un albero volevi/ radici gettare nella vita/ e vivere senza fucili, vedevi/ fucili come ragnatele/ dimenticati nelle rastrelliere.

 

Braccia limitative e il mondo la nuova raccolta che Renzo Nanni pubblica con Fermenti nel 1979, introduzione di Silvana Folliero. Poesie che vanno dal 1977 al 1978. Scrive la Folliero nella sua introduzione: «Renzo Nanni, attraverso una semanticità levigata ed essenziale, osserva la realtà che lo circonda, con i suoi grandi occhi chiari di eterno ragazzo e le memorie” ineriscono quasi gioiosamente alla struttura del luogo, nella città in cui egli vive, “corposa Roma barocca” dei nostri giorni “vibrata di nuove paure”».

Parlando d’altro: Hai mai letto che ci sono borgate/ le conosci compagna le borgate/ annosi problemi rubare e fottere/ e chissenefrega? Grida e ride/ la miseria periferica,/ anche l’erba si droga di rifiuti.

Incomunicabilità: Così diversamente/ gettiamo le nostre radici./ Una corsa infinita di materia/ le nubi a galoppare/ verso la falsa pace anche la poesia/ veleggia i torbidi mari/ dell’inquinamento.

Cronaca: Ciascuno la sua frase/ interrotta. Perché si muore/ anche di una tarda rivelazione, si muore/ sommessi, clamorosi nelle piazze, a colpi/ di cielo, ferite di paghe/ sottratte, d’ordini speculativi,/ si muore anche/ per lo scoppio d’una fognatura.

Voglia di conforto: Senza più alcun dono riparatorio/ noi consacrati al culto tecnologico/ frivoli cuori molluschi/ messi in orbite senza approdi/ cercheremo impossibili compensi: sogni,/ dolcissime vigliacche difese.

 

Nanni a tutto questo non si rassegna. E arriva finalmente al cuore dello scavo. Nel 1982 pubblica Minuscoli su pagina bianca Forum/ Quinta Generazione, presentazione di Marcello Aurigemma. «Vorremmo che fosse, il libro di questo pensoso e sereno poeta, non solo stimolo per memorie alla generazione di quelli che furono protagonisti infelici e in qualche modo felici (se felicità fu vivere acutamente, capire e sperare) di un grande rivolgimento, ma lettura suggestiva e lezione di umanità per i giovani nati e vissuti in una pace che devono pur riempire costruttivamente». Forse mai la guerra fu raccontata così visivamente e crudelmente come in questo volumetto di sole quaranta pagine che consacrerà Renzo Nanni fra i Grandi del Novecento.

 

Sarà poi la volta di Fasi di Luna Piero Lacaita Editore 1989, una sorprendente poetica scanzonata e pungente che denota «la capacità sempre all’erta di accostare o amalgamare una visione ormai rasserenata dell’essere al mondo, e un’attenzione mai diminuita per le cose che vi accadono a costituire il segreto e la ricchezza di questi nuovi versi di Renzo Nanni» (G. Manacorda).

 

Dalla sezione “Canale zero”:

Conforto agli utenti: Non si sono messi d’accordo/ su cos’è l’infinito./ Lo faranno/ in diretta tivvù.

 

Mentre nella sezione “Colloqui con la montagna” si ritrovano tenerissimi, struggenti rimandi sempre riemergenti:

Cima Tucket: Potessi scalarmi/ accumulando ricami di vette/ e poi lungamente franare/ in polvere di conchiglie.

 

Segue nel 1996 Fuoripista, Armando Caramanica Editore, la sesta raccolta poetica che Renzo dedica a Maria, moglie, amica e critica severa per i cinquant'anni della nostra vita/ vissuti insieme (1946-1996). Giuliano Manacorda (1919 - 2010) critico letterario, fondatore e curatore di diverse collane editoriali, attentissimo alla produzione di poeti e narratori del secondo dopoguerra, scrivendo direttamente all’Autore di cui ha recensito e pubblicato gran parte dell’intera opera, commenta: «Mi domando quale storico o cronista possa oggi trasmettere ai posteri meglio e con più verità che cosa e come noi abbiamo vissuto i nostri anni: forse i veri testimoni sono gli scrittori, meglio i poeti».

Se nella prima parte del libro dominante è la neve, quella ossessiva della tragedia di Russia e quella delle amate vette da scalare “solo per gioco”, prevale poi la polemica e l’angoscia dell’oggi, inscindibilmente legata ad altra sofferenza:

Retrogusto: Spreco d’anni: labile/ tentativo d’essere? Riprovo/ ad attaccarmi a una nuvola,/ ma sempre rode il dubbio/ della sua composizione. […] Ma/ in questo convulso/ squallore d’anni datemi/ un’altra bandiera perdente.

Esplorazioni dalla finestra di casa: E scorgo/ il gioco delle bocce/ e voi chini, miei vecchi/ giovani morti, a lanciare/ lo “sboccio” del punto impossibile.

 

Taccuino minimo – 16:

 

Anch'io

 

Anch'io

confesso che ho vissuto.

O almeno

me l'hanno fatto credere.

 

E si arriva all’ultima pubblicazione, Una vita quasi un secolo – quasi un compendio dell’opera di Nanni – cui seguirà nel 2005 la silloge pubblicata postuma, con il titolo indicato a suo tempo dallo stesso autore: Questo me stesso. Versi scritti nell’estate, autunno, inverno 1943 e d'allora tenuti chiusi in un cassetto. «Liriche giovanili, remote, che attengono all’apprendistato del poeta, ma in esse già si possono cogliere i temi portanti dell’attività matura di Nanni, segno indubitabile di una autentica vocazione alla poesia».

La vigna dei poeti gli dedica l’antologia Omaggio a Renzo Nanni, Ve.La. Editrice 2005, che riporta anche le sue ultime liriche: Lamento del grappolo e Passi nel mistero.

 

Non sei poeta se non sai

scuoterti di dosso

l’indifferenza di scatto

valicare muto tra le brine

che attendono l’alba

levarsi dentro in piedi

sul mondo…

 

sia senza tempo la luce

che ci penetra in una

girandola di mondi infiniti.

 

Tra le massime affermazioni di Renzo Nanni vanno segnalate, oltre al “Viareggio opera prima”, quelle conseguite nei Premi Nazionali Chianciano, Tagliacozzo, Casa Hirta, Cilento, Penne, Frascati, Circe Sabaudia, Rabelais

 

Si sono occupati di Renzo Nanni – fra gli altri poeti, saggisti e studiosi di letteratura – Rolando Certa, Alberto Frattini, Enzo Giannelli, Luca Lamperini, Franco Manescalchi, Walter Mauro, Angelo Mele, Aldo Nardi, Raffaelle Pellecchia, Michele Rago, Sergio Turconi, Maria Ermellino, Silvana Folliero.


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