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Giuseppe Galimberti. COLORI
06 Febbraio 2014
 

Esistono momenti nella vita che ti fanno partecipare all'eterno, è una sensazione difficile da spiegare, essa ti si posa sulle spalle senza nessun preavviso.

Sulla montagna dove abito le macchie bianche di neve ed i colori violenti del paesaggio, che l'acqua di pioggia esalta, si mostrano e spariscono di continuo con il sipario di nebbia usato dalla natura per stupire gli attenti che seguono la sua rappresentazione.

I rovi viola sui prati di un tempo sono fondale che ben si contrappone al giallo intenso dei fiori del nocciolo in primo piano: il sipario si chiude per mostrarmi l'altra scena che sta appena sopra.

Massi grigi dell'antica frana hanno fra loro anfratti scuri che io leggo come nero assoluto. Il verde smeraldo del muschio decora alcuni di loro, non so come mai la natura abbia scelto l'uno e non l'altro, la scienza lo sa spiegare: a me interessa maggiormente l'anima delle cose col loro profumo.

Cammino lento nel paesaggio privo di tempo, la roverella ha ancora la chioma di foglie secche che l'acqua colora di rosa salmone per ben spiccare sul bianco di neve.

La nebbia corre, rende palpabile la distanza di alberi scuri col suo velo che schiarisce il grigio di quelli che stan più lontani, l'inverno disegna lo spazio che sa d'infinito, ogni dosso di pietre e di pini ha una sua storia da raccontare, le orecchie devono essere ben allenate per sentire il canto di chi esiste senza lasciarsi vedere: è un piacere essere in grado di ascoltare la vita, nessun pacco di banconote la sa rendere vera.

L'odore secco di selvatico mi dice che la nebbia nasconde cervi veloci, mi fermo ed ascolto, è magnifico il silenzio di questo momento: esso dilata il tempo, sento il passato e l'aroma eccitante del futuro possibile. Un fruscio forte come un frastuono racconta il fuggire di animali stupendi che la nebbia rende più affascinanti.

Un salice domestico, detto salice da vigna, ha ancora sul capo l'esplosione giallo oro della stagione passata, sono rami leggeri che interpretano il fuoco d'artificio voluto per esaltare il chiaro di un giorno di nebbia che corre: due merli neri si inseguono in una danza d'amore, sono tanto veloci che sembra lascino una traccia scura nell'aria, righe orizzontali e bianche di cigli di muri raccontano l'economia dimenticata dall'oggi. Il sentiero su cui cammino è stato per anni cordone ombelicale con la città, ora questa l'ha tagliato di netto non essendo più madre del territorio: eppure essa è stata da lui partorita, strano gioco del divenire Mi siedo sul sasso verde che sta alla base di un grande castagno, è luogo di sosta che mi ha ospitato più volte nel corso della vita, è quadro magnifico di forza e leggerezza: la vitalba con i suoi semi volanti di lanuggine bianca decora i rami scuri della grande chioma invernale, tre castagni neri mi stanno davanti rivestiti d'edera fin sulla cima, colonne viventi che coprono la morte del legno che l'incuria ha seccato. Un'ora soltanto di cammino serve a valutare l'agire di questo moderno incapace di ascoltare quello che esiste al di là della materia, questa è semplice espressione di ciò che essa contiene, l'“uomo economico”, sacerdote fasullo del Dio dell'avere, distrugge la sostanza del piacere di vivere che la natura gli nega non considerandolo uomo. Compito della progettazione futura, di qualsiasi progetto si tratti, è tentativo di rendere innocua l'arroganza del possedere, la natura premia chi ritiene la vita tempo da usare per conoscere ciò che sta oltre il sipario di nebbia.

 

Giuseppe Galimberti


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