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I magnifici quindici... 6. Gugliemo Felice Damiani: un letterato del primo Novecento
01 Febbraio 2009
 

Piergiuseppe Magoni

Guglielmo Felice Damiani

Un letterato del primo Novecento

(Con appendice documentaria)

Biblioteca Civica “Ezio Vanoni”, Comune di Morbegno 1994, pagg. 368


Con il sesto libro la nostra biblioteca di cultura locale entra, per la prima volta, nel gran mondo della letteratura. Ci accompagna magistralmente, novello Virgilio, Piergiuseppe Magoni, morbegnese, un allievo di Ezio Raimondi all’Ateneo bolognese nei primi anni Sessanta del secolo scorso. La scuola ha costituito il campo di lavoro di tutta la sua vita, dapprima come docente di filosofia, in seguito come preside nei licei. Un capo di istituto dalla profonda cultura umanistica, ben lontano dallo stereotipo del burocrate formalista. L’impegnativo lavoro quotidiano, intessuto di rapporti con docenti, con uffici della pubblica istruzione, con gli allievi e i loro parenti, non ha mai smorzato il suo entusiasmo e la sua profonda passione per la scrittura. Di tanto in tanto ha pubblicato saggi, articoli e anche poesie. In particolare ha studiato e fatto conoscere artisti legati alla realtà della nostra valle (tra gli altri, Giovanni Gavazzeni, Eliseo Fumagalli, Angelo Vaninetti e Mario Negri). Un suo lavoro, Considerazioni sulla pittura e scultura in Morbegno (pubblicato dalla Banca Piccolo credito valtellinese nel 1983) rivela una piena maturità di stile e di giudizio critico, mentre traccia una storia dell’arte locale, originale già nell’impianto: inizia dal Novecento e va a ritroso fino al Rinascimento. Come animatore culturale, poi, ha curato numerose mostre e rassegne dedicate ad artisti – soprattutto pittori – contemporanei. Ma è il volume dedicato alla figura e all’opera di Guglielmo Felice Damiani, che - a mio parere - rappresenta fino a questo momento l’apice della sua produzione intellettuale. Con quest’opera è riuscito a tratteggiare con pennellate sicure, sviluppate in una scrittura limpida ed elegante, il profilo di un letterato fin de siècle rimasto per troppo tempo, ingiustamente, nell’ombra.

*

Giovane poeta morto non come fiore in boccio ma come bello e grande albero dopo alcune splendide fiorite. Così Giovanni Pascoli, l’illustre cantore della cavallina storna (in una lettera scritta a Giovanni Bertacchi da Bologna il 30 maggio del 1906) riassumeva, celebrandola, la breve parabola terrena di Guglielmo Felice Damiani, l’intellettuale nato a Morbegno il 28 ottobre 1875 e morto a Napoli il 23 ottobre del 1904. Una vita che si è arrestata all’improvviso sulla soglia dei 29 anni, ma che ciononostante è riuscita a lasciare dietro di sé alcune tracce profonde e ancor oggi apprezzate nel mondo della cultura. Il giovane Damiani fu in grado di spaziare sempre in modo brillante dalla creazione poetica alla storia dell’arte, dalle ricerche di cultura locale all’approfondimento della civiltà greca e alla pubblicistica politico-sociale. Per non parlare dei progetti che la morte improvvisa troncò inesorabilmente. Temo, però, siano ormai sempre di meno coloro che ricordano, leggendone le opere, questo egregio figlio di Morbegno. Il tempo, ancora una volta, ha compiuto la sua azione spietata, erodendone in gran parte la memoria. Infatti, come può sopravvivere un poeta se non con la sua poesia? E, se non la si legge, se non la si recita, il nome stesso del poeta diventa piano piano un soffio, destinato infine a svanire nel nulla.

Per commemorare il Damiani, nel 1994, a novant’anni dalla repentina scomparsa, il Comune di Morbegno decise di dare alle stampe un volume che avrebbe dovuto segnare l’inizio del recupero della figura e dell’opera di quest’intellettuale. Affidò allora a Piergiuseppe Magoni, il massimo esperto del Damiani, l’incarico per la realizzazione di un testo che potesse fornire ai cittadini e agli studiosi la materia indispensabile per una riscoperta di questo importante figlio della Valtellina. Ricordo ancora che il Magoni, seguito e stimolato da Ezio Raimondi, noto italianista presso l’Università di Bologna, aveva presentato una ricca tesi di laurea dedicata a Guglielmo Felice Damiani, discussa nel 1963. Guglielmo Felice Damiani. Un letterato del primo Novecento: questo è il titolo che vide la luce alla fine di dicembre del 1994, come primo volume de “La spada e le chiavi”, collana di studi culturali del Comune di Morbegno. Mille furono le copie che oggi, dopo 15 anni, sono state tutte distribuite a cittadini, a studiosi, alle scuole, alle biblioteche. Controllando on line si potrà scoprire che alcune copie sono approdate anche alle due biblioteche nazionali centrali, quella di Roma e quella di Firenze. Damiani, inoltre, avrebbe di certo apprezzato il ritorno postumo nella sua Pavia. Infatti, il volume è oggi sia nel patrimonio della civica Bonetta che in quello della biblioteca dell’Università. In ogni caso questa operazione editoriale ha rappresentato un primo passo, indispensabile, per salvaguardare in modo duraturo la memoria di Guglielmo Felice Damiani. E forse non è azione inutile ricordarne, almeno a grandi linee, le tappe principali della breve vita.

È nella Morbegno dell’ultimo quarto del XIX secolo, allora borgo di poche migliaia di abitanti, che Guglielmo Felice Damiani frequenta le scuole elementari. Si palesa alunno di un’intelligenza brillante. Resta una composizione scritta in quarta elementare, che ancora stupisce per la maturità di concetti e la padronanza di stile. La sua famiglia non è di agiate condizione economiche, ma grazie all’aiuto indispensabile di alcune provvidenziali borse di studio, il Damiani può intraprendere il Grand Tour dei tanti studenti valtellinesi. Un Grand Tour compiuto per poter completare una solida formazione universitaria. Per lui le tappe obbligate furono Como e Pavia. Al Collegio “Gallio” di Como il Damiani frequenta il ginnasio e il liceo. Là conosce Giovanni Bertacchi. E risale a questo periodo la profonda stima e amicizia per il poeta della Valchiavenna, il quale – essendo nato nel 1869 – aveva sei anni più di lui. In seguito vince il concorso per entrare come alunno al prestigioso Collegio “Ghislieri” di Pavia. Nella stimolante città sul Ticino frequenta la facoltà di lettere, diventando l’allievo prediletto del filologo Vittorio Rossi, un seguace di Pio Rajna e del suo metodo storico. Si laurea con una tesi sul poeta Giovan Battista Marino. Un lavoro che dimostra la serietà della sua scrittura e del suo metodo di studio. Lasciata l’università, si dedica con passione all’insegnamento, dapprima a Celana (BG), poi a Mortara (PV). La grande svolta avviene, però, nel 1901, quando il ventiseienne Damiani si trasferisce a Napoli, allora una delle capitali culturali d’Italia e d’Europa. Qui insegna lettere nella Scuola normale femminile “Eleonora Fonseca Pimentel”. A Napoli vive solo per un pugno d’anni, quattro per la precisione. Anni che lo vedono tuffarsi con animo appassionato nel mondo della cultura. Vorrebbe una tranquillità economica, ma questo non è facile. Le sue lettere – numerose – esprimono costantemente la sua insoddisfazione di fondo. Si sente stremato dal durissimo impegno del lavoro intellettuale cui si sottopone. Un lavoro, allora come oggi, mal remunerato. Riesce comunque a farsi apprezzare, come studioso e come poeta, perfino da un ombroso maestro di pensiero come Benedetto Croce. Frequenta assiduamente i cenacoli letterari. Roberto Bracco, Matilde Serao e Sibilla Aleramo gli sono amici. Sibilla intreccia con lui una breve ma fremente passione erotico-letteraria. I suoi giorni su questa terra si concludono inaspettatamente il 23 ottobre 1904, cinque giorni prima di compiere il ventinovesimo anno d’età.

Ricco di erudizione e maestro scrupoloso, dedica i suoi studi più rilevanti alle cosiddette età della decadenza. Per la letteratura greca sceglie il poeta Nonno di Panopoli, mentre per il Seicento italiano affronta e scandaglia l’opera di Giovan Battista Marino, principe dei poeti barocchi, l’autore dell’Adone. Ma Guglielmo Felice Damiani si considera, nel profondo, poeta. E come tale ci lascia alcune opere. Una raccolta di idilli, Le due fontane (Sandron 1899); un sofferto racconto in versi, La casa paterna (Sandron 1903), e una serie di poesie che il Bertacchi – dopo la morte del Damiani – raccoglie, cerca di selezionare (ostacolato dalle pretese dei famigliari del Damiani) e cura con affetto e dedizione, pubblicandole in due volumi (1907 e 1912), da Zanichelli, con il titolo Lira spezzata. Oggi, in verità, gli studiosi della letteratura italiana, più che la sua produzione poetica considerano lo studio Sopra la poesia del cavalier Marino (Clausen 1899) la sua opera di maggior spessore. Gli interessi di Guglielmo Felice Damiani spaziano anche al di là della letteratura. Coltiva, ad esempio, una particolare passione per la pittura. Amico di Giovanni Gavazzeni, il pittore di Talamona, cerca di approfondire, insieme con lui, la storia delle arti figurative nella bassa Valtellina. Non possiamo dimenticare che proprio grazie al Damiani vengono riscoperti due monumenti fondamentali: San Pietro in Vallate (sec. XI) e la meravigliosa ancona lignea dell’Assunta a Morbegno (sec. XVI).

*

Un ingegno versatile, una figura poliedrica come quella del Damiani – che ha spaziato dalla poesia alla critica letteraria, al teatro, alla storia dell’arte, al giornalismo – richiedeva un’indagine critica che, sviscerandone tutta l’opera, ne mettesse in luce gli aspetti più significativi. Piergiuseppe Magoni se ne è assunto l’impegno, offrendoci – alla fine di un suo lavoro complesso e impegnativo – un eccellente risultato, raccolto in un volume di 350 pagine. Uno strumento che si può portare dappertutto. Un manuale, nel vero senso del termine, in brossura, con caratteri di stampa nitidi e grandi che permettono una facile leggibilità ovunque. Una veste semplice, con una copertina color di rosa. E il disegno della copertina è pensato come una sorta di imitazione/omaggio di una collana Adelphi. Il testo si articola in 7 capitoli (la vita, nella vita culturale del tempo, l’arte di Guglielmo Felice Damiani, i motivi poetici, antologia poetica, il teatro, il critico) completati da una interessante documentazione. Felice la scelta dell’inserimento, che prende ben settanta pagine, di un’antologia poetica. In questo modo il lettore ha a sua disposizione un vasto panorama della sua produzione lirica. Sappiamo che quanto conservato è solo una piccola parte delle sue poesie. Lo conferma senza mezzi termini il Magoni, quando scrive che i manoscritti del Damiani hanno subito una specie di barbarie letteraria e sono andati dispersi tra parenti, amici e frugatori occasionali o si son perduti per la negligenza di chi li avrebbe dovuti conservare. Volumi come questo sono, di solito, concepiti per una consultazione mirata, per potervi ritrovare un riferimento specifico o un brano particolare. In questo caso, invece, il libro vorrebbe una lettura completa, che – partendo dalla vita del personaggio – permetta di entrare nel mondo culturale della sua epoca e, infine, di affrontarne l’opera. Presentata qui, come ho appena scritto, senza avarizia. Dalle poesie alla critica letteraria, dagli studi di storia dell’arte al teatro, dalle lettere all’impegno politico. Al termine della lettura la figura e l’opera del Damiani si stagliano nette.

 

Renzo Fallati

(12 – segue)

 


Foto allegate

Insegna della via nella città natale del poeta (La 2ª parte svelerà l
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