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In libreria/ Marisa Cecchetti. “L’ultimo bagliore” di Dante Pastorelli
06 Maggio 2017
 

È un ritmo avvolgente e melodioso quello delle liriche di Dante Pastorelli, classe ’39, un verso libero che ha l’eco di classico, la preziosità di figure retoriche tali da conferire ricercatezza e spessore, insieme al disvelamento di una ampia cultura letteraria. Dante Pastorelli, nato a Manduria ma residente in Toscana fin dalla giovinezza, pluripremiato, incoraggiato a scrivere, ai suoi inizi, da Piero Bargellini e Carlo Betocchi, nella raccolta L’ultimo bagliore ci fa partecipi di un percorso nell’anima, che lui realizza calandosi in mezzo a immagini concrete della campagna, del lavoro, attraverso una ricchezza di suoni, di richiami, di odori.

Gli elementi naturali, le piante, gli animali, assurgono a simboli, prendendo su di sé la sofferenza, umanizzati: «Ci guardiamo, ed i cretti si ramificano/ intricati e nocchiuti come il fico/ a cui l’edera in proditori amplessi/ sugge la linfa e nel trionfo strangola/ le ultime foglie verdi senza frutto». Nei suoi versi appare frequente il prunaio, con la forza di soffocare erba e tralci, e così il falchetto che arriva anticipatamente «in un meriggio di solare beatitudine», e la lama sganciata che taglia la testa china dei girasoli secchi, ed «il riccio assediato dai tacchini pronti all’ultimo attacco».

Su tutto scorre il tempo implacabile e una malinconica nostalgia di vita, il cui arco si accorcia sempre più, in un percorso pur segnato da momenti di faticoso dolore: «Il mio canto s’è spento con il grano/ tagliato a mezza estate senza gioia/ molti anni fa e non più riseminato,/ con le lucciole rare che s’impigliano/ smarrite dentro i pruni e che, trafitte,/ lanciano al cielo l’ultimo bagliore».

Rimane il bisogno di indagare sul senso della vita: «Soltanto ti dissesta questa stasi: non essere è condanna più dell’essere?» E di continuare ad apprezzarne il miracolo e il mistero, perché, anche se non richiesta, la vita è preziosa, e l’azzurro che compare oltre le nubi, oltre le case, lo attira, e ancora lo turba Aprile: «Eppure, Aprile, ancora non desisti/ d’inocularmi i tuoi trasalimenti/ e m’istighi di nuovo a riattaccare/ i vecchi e i nuovi cocci». Del resto, come si legge nei versi di Nazim Hihmet. «Devi vivere con tanta dignità/ da potere a settant’anni/ piantare un ulivo/ non perché/ un giorno sia dei nipoti/ ma perché avendo paura di morire/ tu non credi nella Morte/ perché la vita trabocca».

Concreto e vigile davanti a tutto ciò che lo circonda, è altrettanto vigile nel suo rapporto con la fede, in una religiosità pura che è accettazione e fiducia in Dio, «una fede ancorata più profonda/ che non oscilla mai al fortunale». La fine della vita non è vista tragicamente, è qualcosa di leggero, un disperdersi lieve tra le nuvole «che si fanno e disfanno in chiaro cielo» come nei versi di Saba. Scrive Pastorelli: «Ma se un bimbo, che guarda il cielo, il rapido/ mio bianco volo crederà cometa,/ sarà premio l’esilio».

C’è tuttavia un contrasto costante tra la forza della Natura che scoppia di nuovo ad ogni primavera, e la primavera che all’uomo non è concessa una seconda volta; un contrasto tra le fantasie lucenti del passato e il drammatico presente, ora che i muri delle case racchiudono tanto dolore ed il mondo sanguina: «le campagne minate a piè dei tronchi,/ ammorbate d’uranio e gas nervini,/ tentai d’arare con le mani nude».

Le immagini così concrete, pur nel loro valore simbolico che rimanda spesso alla curva finale di un percorso, finiscono per prevalere sul messaggio già racchiuso nel titolo, sono quasi tangibili, e rimangono a suggellare il rapporto uomo Natura, con la forza che scaturisce dalla Natura stessa, che è bellezza e vita: «Il profumo di fieno secco e resina/ dopo la pioggia ogni angolo pervade/ della mia casa, aperta come a maggio/ L’aspettavo. Vibravano gli annunci/ nella nebbia adagiata sulle acacie/ incurante dei moniti del sole,/ nel vento che imboccava innanzi tempo,/ deciso, la vallata…/ Ma già questo profumo che ritorna,/ secondo la promessa, è assoluzione/ che ogni verdetto d’uomo o dio vanifica».

 

Marisa Cecchetti

 

 

Dante Pastorelli, L’ultimo bagliore

Magi, 2017, pp. 74, € 15,00


 
 
 
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