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Alberto Figliolia. San Vittore quartiere della città 
Fotografie di Margherita Lazzati; interviste biografiche coordinate da Laura Gaggini
04 Luglio 2021
 

I gradini consunti, consumati dall’uso di migliaia e migliaia e migliaia di passi dolenti nel corso dei decenni. Gradini e passi; ogni passo un pezzo di storia: drammatica, feroce forse e nel contempo di nostalgia per ciò che poteva essere e non è stato, di rabbia, rimpianto e rimorso (un tragico rimbalzo di r). Con una prospettiva dall’alto, straniante: una persona di spalle e un volto, di fronte, sfumato. Una porta a sbarre – rettangoli di duro silenzio – separa i due esseri umani; oltre, un’altra porta su cui campeggia la scritta DOCCIA. Siamo all’interno della Casa circondariale di San Vittore.

L’immagine è quella della locandina della mostraSan Vittore quartiere della città” (in collaborazione con Galleria L’Affiche di Milano), fotografie di Margherita Lazzati e interviste biografiche coordinate da Laura Gaggini. La mostra sarà ospitata dalla storica Società Umanitaria, nel Chiostro dei Glicini (ingresso da via San Barnaba 48, Milano), dal 5 al 10 luglio (orario 8:30-20).

Il carcere a Milano è San Vittore. Lo capisci solo quando ci metti i piedi dentro”, è un’affermazione di Giacinto Siciliano, attuale suo direttore nonché già reggente della Casa di reclusione di Opera.

Fra le altre fotografie: l’atrio, vuoto di presenze, che pare abbia un’aura spirituale, con i riflessi della luce a piovere sulle piastrelle, un anelito quasi empatico a lenire la sofferenza e la pena del luogo; una piccola cella (uno scatto a colori), arredata come un piccolo monolocale, e l’esiguità dello spazio non riesce a celare la cura con cui si tenta di riallestire una parvenza di domesticità familiare, con la saggezza del riciclo e lo sfruttamento di ogni possibilità permessa dal pur angusto ambiente (non compaiono persone, ma la suggestione è forte); il lungo corridoio con le celle aperte (un piccolo grande segnale di speranza?); il cortile, con elementi della imponente struttura architettonica, costruita nella logica del panopticon.

Il progetto «Il carcere: quartiere della città» ha incontrato e ascoltato le storie delle persone che abitano questo particolare quartiere della città, che lo frequentano per lavoro o per passione civile e spirituale, per poche o per tante ore al giorno e alla settimana. Un gruppo di biografi formati alla LUA – Libera Università dell’Autobiografia e coordinati da Laura Gaggini ha raccolto più di cinquanta interviste che sono state registrate, sbobinate e successivamente sottoposte ai protagonisti per eventuali correzioni. Queste storie di vita fanno da cornice a una mostra fotografica realizzata da Margherita Lazzati, che ha raccolto immagini dei luoghi del Carcere di San Vittore”, recita il comunicato stampa.

Margherita Lazzati, volontaria da una decina di anni nel Laboratorio di lettura e scrittura creativa nel Carcere di Opera fondato oltre cinque lustri or sono dalla poetessa Silvana Ceruti, si muove con rarissima sensibilità umana ed estetica all’interno di un ambiente quale il carcere, con il suo carico esistenziale così arduo da affrontare e da capire. I suoi scatti sanno raccontare quel tessuto invisibile, quell’intreccio inestricabile di varia umanità, e lo fanno con una potente e naturale pietas e con una resa formale mai forzata, bensì perfetta nella sua spontaneità sentimentale. Una costruzione, nel segno dell’oggettività, che è documento sociale e, insieme, effetto d’arte, processo intellettuale.

Nel Carcere di San Vittore, con l’autorizzazione del Direttore Giacinto Siciliano e il costante accompagnamento della Dottoressa Elisabetta Palù, ho fotografato celle, gallerie, cortili, mura e orizzonti ristretti. Al centro della città, luoghi che alla città sono inconsapevolmente sconosciuti. A differenza delle fotografie che ho presentato fino a oggi, qui non si vedono quasi mai persone. È una mostra che inevitabilmente parla degli spazi fisici, obbligati, che le persone vivono. Detenuti, polizia penitenziaria, operatori, volontari… non compaiono, ma sono i veri protagonisti di questi luoghi”, felicemente sintetizza la Lazzati.

Il filo che tiene insieme questo progetto è l’idea che davvero il carcere sia un quartiere della città dove uomini e donne si sono trovati a vivere gli uni accanto agli altri per passione, per scelta, per errore o per imprevedibili circostanze della vita. E l’obiettivo è quello di collocare questo quartiere ricco di umanità nel cuore della città esterna”, la chiosa di Carla Chiappini dell’Associazione Verso Itaca APS.

Una mostra da vedere, per comprendere, per andare oltre i muri: quelli fisici e quelli del pregiudizio. Sotto il cielo siamo tutti fratelli, con le nostre disparate (e anche disperate) storie, e temporanei ospiti del pianeta che rotola nello spazio. Che sia anche questa una prigionia non saputa? O, al contrario, è una metafora, un’idea della libertà cosmica, altrove, del riscatto attraverso il cuore e il pensiero? Ciò che è possibile anche all’interno di un carcere, mentre fuori la vita continua a scorrere, pronta sempre a riprenderti nel suo generoso grembo.

Per organizzare visite accompagnate è possibile rivolgersi a: Laura Gaggini, cell. 3314435314, o a Galleria l’Affiche, tel. 0286450124.

 

Alberto Figliolia


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