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Lidia Menapace. Industrialismo (parte seconda)
05 Febbraio 2014
 

Riprendendo più o meno il filo, torno alla priorità della fame nel mondo cui ho già altre volte accennato. Non mi dilungo, ma affermo che uno dei tratti della crisi strutturale capitalistica è proprio nel non poter nemmeno più accorgersi dei problemi e tornare semplicemente indietro alla ricerca di una affermazione di dominio, senza più egemonia. Lo si è visto nella “modernizzazione sindacale” alla Sacconi e nella politica industriale di Marchionne. Anche Noam Chomsky nell'intervista appena citata osserva che siamo alla distruzione dello stato sociale che ha caratterizzato il capitalismo europeo attraverso il confronto con la sociademocrazia. A mia volta avevo già detto che il capitalismo, anche il più affluente e compassionevole, non era in grado di sostenere a lungo lo stato sociale perché esso se diventava un diritto e una forma non reversibile dello stato avrebbe messo in crisi le spese militari: stato sociale e guerra sono incompatibili, come si vede dal capitalismo americano che se vuole continuare ad avere un primato egemonico nel mondo, non può reggere nemmeno un sistema sanitario pubblico.

D'altra parte il modo di produzione industriale capitalistico è tuttora insuperato e finora l'unica azione efficace nei suoi confronti è di definirne i limiti e contestarne l'abuso, il che si fa -ad esempio secondo me- sostenendo e definendo l'economia della riproduzione su cui non aggiungo nulla, dato che ne ho già scritto.

Ricapitolando, fa parte di una proposta/previsione rivoluzionaria sostenere l'economia della riproduzione biologica domestica e sociale, che porta e comporta anche la formazione di un diverso livello di coscienza e di una cultura nonviolenta ecc. Un altro limite della forma capitalistica di produzione industriale è che l'industria capitalistica è energivora e inquinante, e quindi i suoi limiti oggettivi sono nel consumo delle risorse energetiche e nel peggioramento delle condizioni di vita e di salute della popolazione, nei mutamenti climatici e insomma in tutta la problematica ecologica.

Da tutto quanto fin qui detto appare che un vero piano del lavoro in Italia non può prescinderne e che quindi deve essere pensato a partire dal ripopolamento delle zone produttive agricole collinari lungo l'arco alpino e agricolo silvicolo sulla dorsale appenninica, il che comporta una azione politica molteplice complessa e autogestita; la considerazione dei problemi del pianeta ecc. Insomma la costruzione di una cultura politica e di una etica non più capitalistiche, fondate sulla coscienza di classe, di genere e “planetaria”.

Serve anche una legge che specifici e fissi alcune caratteristiche dello stato liberale, cioè la democrazia rappresentativa (anche di genere) e la sovranità popolare sul territorio.

Su queste premesse si può lavorare, ho già indicato -via via che mi capitava di incontrarne traccia- vari esempi.

 

Lidia Menapace


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