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Asmae Dachan. La vita da incubo di una giovane in una tendopoli siriana
07 Gennaio 2014
 

Danya è un’infermiera siriana di 23 anni. L’ho conosciuta la scorsa estate durante la mia visita alla tendopoli di Qah, nella periferia di Idlib, nel nord della Siria. Mi aveva mostrato con fierezza il “centro” che gestiva: un capannone all’ingresso del campo d’accoglienza adibito a scuola per i bambini nelle ore mattutine, in cui lei stessa insegnava insieme ad altre tre ragazze e a scuola d’infermieristica nel pomeriggio. Avevano dipinto le pareti per renderlo accogliente e provvedevano loro stesse a pulirlo. Quel centro era diventato un riferimento per i bambini e le donne che da oltre due anni abitano quella tendopoli: i primi vi imparavano a leggere e scrivere, le altre apprendevano l’abc del mestiere d’infermiera. «In questa struttura stiamo costruendo la Siria di domani», mi aveva detto: pur sempre in un campo, lontano dalle loro città ormai rase al suolo, stavano cercando di dare un senso alle loro vite e di pensare al futuro.

In Danya ho visto tutta la dignità e il coraggio delle donne siriane. Ci siamo scambiate i numeri, promettendo di rimanere in contatto. Così è stato. Ogni 3-4 settimane, quando riesce a ricaricare il telefono e la batteria, ci sentiamo o ci scambiamo messaggi su what’s up. Ogni volta mi racconta delle piccole conquiste «oggi ci hanno portato aghi e bende per le esercitazioni pratiche», «oggi i bambini hanno ricevuto colori e quaderni», e quando le chiedo come stanno, come vivono l’inverno, dice sempre «alhamdulillah aishin», ringraziamo Dio, noi siamo vivi. Non si è mai lamentata, proiettando lo sguardo lontano da quel campo – mi aveva pregato di non chiamarlo campo profughi, ma solo campo, perché «nessuno è profugo nella sua stessa patria». Si è sempre mostrata forte. Verso la fine di novembre le cose hanno iniziato a cambiare. «Vogliono sbarrarci le porte del futuro. Qualcuno si lamenta dicendo che per il capannone vengono spesi troppi soldi, che sono cose inutili mentre fuori ci sono persone che non hanno neppure una coperta». Nei messaggi successivi leggo sempre più sconforto. «Oggi ci hanno avvisato che forse il centro verrà chiuso. Ci sono sempre più sfollati e hanno bisogno di tutte le strutture possibili per accoglierli». A inizio dicembre la situazione peggiora: «Hanno chiuso il centro. Sono arrivate decine di famiglie con bambini piccolissimi e hanno assegnato loro il capannone. Ci siamo rimaste molto male, abbiamo pianto, volevamo barricarci dentro, ma quando abbiamo visto arrivare quelle persone, con indosso solo i loro abiti, stremate, spaventate, sofferenti, ci siamo ricordate la condizione in cui siamo arrivate noi al campo e ci siamo quasi sentite in colpa. In fondo si può vivere anche senza leggere o saper fare iniezioni…».

Danya e le altre giovani donne non hanno più la loro finestra sul mondo, il loro biglietto per il futuro. La nostra ultima conversazione ha un tono diverso. La donna che mi parla non è più la persona che guarda fuori, Danya mi racconta per la prima volta quello che accade nella sua vita privata, dentro la segretezza della sua tenda. «Non ho nessuno con cui parlare. Non ti ho mai detto nulla perché non amo lamentarmi, ma non ce la faccio più. Ora che ci hanno chiuso il centro mi sento di nuovo in gabbia, come quando siamo arrivati qui al campo. Io vivo in una tenda con la mia famiglia: siamo cinque persone. Mia madre è morta nel bombardamento sul nostro villaggio; è rimasto mio padre e le mie tre sorelle minori. Ho un fratello, che è al fronte con gli altri giovani a difendere quel che resta del nostro paese. Io provvedo alle piccole, cucino, lavo i loro abiti, le aiuto a lavarsi; ma il vero problema è mio padre: era già malato prima e da quando è morta mia madre e abbiamo lasciato il villaggio si è completamente lasciato andare. Non è più autosufficiente, ha bisogno di pannoloni, lo imbocco io, lo lavo da sola. Le bambine quando lo guardano piangono. Le devo consolare, rassicurare. Quando piove o fa freddo siamo costretti a rimanere tutti nella tenda. Ci sentiamo in prigione. A volte nostro padre si mette a urlare e piangere e non c’è modo di tranquillizzarlo. I vicini di tenda ci aiutano qualche volta, ma hanno anche loro problemi. Mi sono informata sulla possibilità di trasferirci in un altro campo, dove mio padre possa avere un’assistenza adeguata, ma non c’è nulla. Mi hanno detto di non lamentarmi, perché questo è uno dei migliori campi d’accoglienza. Altrove sono capitate cose orribili… ho saputo di ragazze sequestrate, abusate e poi abbandonate e persino di bambini rapiti che sono finiti nel traffico internazionale di organi. Non so quanto ci sia di vero, ma è terribile. Non mi resta che Allah, mi aggrappo alla fede con tutte le mie forze, altrimenti rischio di impazzire».

 

Asmae Dachan

(da Diario di Siria, 6 gennaio 2014)


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