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Maria Lanciotti. La sof­fe­ren­za del bam­bi­no e il dop­pio le­ga­me 
Psicopatologia della famiglia contemporanea ‒ 1
10 Luglio 2021
 

Rivisitazione del report sul Convegno che si tenne nel novembre 2004 a Santa Severa di Roma, organizzato e condotto da Luigi Carella, psicoterapeuta a orientamento adleriano, che qui riproponiamo per tentare un raffronto con il nucleo familiare nell’attuale società

 

 

C’era una volta la famiglia. Istituzione ritenuta sacra e inviolabile, controllata dalla religione e regolata dallo Stato. Il sessantotto mise al rogo la famiglia così concepita, e parlò di unioni fondate sulla reciproca volontà di essere insieme. Per amore e solo per amore. Una utopia, forse. Ma solo con la forza di un sogno si poteva tentare di destituire la legittimità granitica della famiglia tradizionale. Oggi (riferito all’epoca, 2004, nda) esiste ancora la famiglia? E se sì, qual è l’attuale tipologia, e come viene vissuto il vincolo dai vari membri? Tutela e autorità, sono ancora termini applicabili alla famiglia nucleare del terzo millennio? Questo e tanto d’altro ci si chiede, alla luce di una cronaca quotidiana costellata di tragedie che nascono e si consumano per lo più in seno alla cosiddetta famiglia normale, composta di gente normale. E cosa s’intende, per normalità?

 

Luigi Carella ‒ psicoterapeuta fortemente indirizzato verso lo studio di tali tematiche ‒ organizza un convegno sulla “Psicopatologia della famiglia contemporanea”. Due i punti focali dell’incontro: la sofferenza del bambino e il doppio legame. Psicanalista di tradizione e metodologia adleriana, Carella viene affiancato nello svolgimento del programma da Giancarlo De Angelis – primario anestesista all’ospedale S. Giuseppe di Albano (Roma), e da Walter Favale – primario di ginecologia ed ostetricia dell’ospedale Colombo di Velletri (Roma), attualmente in pensione. La mia partecipazione è su invito, in qualità di amica e giornalista.

Si parte nel pomeriggio di venerdì 12 novembre 2004 per la tre giorni che si svolgerà a Santa Severa nella casa per ferie Maria Consolatrice. Il complesso inserito nel grande parco che va dalla via Aurelia al mare ‒ ideale per ospitare meeting e corsi di formazione ‒ è gestito dalle suore coadiuvate da personale laico. Ambienti spaziosi, lustri, funzionali. Ci attardiamo nella hall, in attesa di essere al completo. Il gruppo è formato da una trentina di partecipanti, quasi tutti provenienti dai Castelli Romani. Discorsi vaghi, di approccio, su come va il mondo e chi lo abita. Si sfiorano temi scottanti ma con circospezione: coppie di fatto, coppie gay, dissoluzione della famiglia, diritti e delitti, disagio e rimedi.

Equilibrio. Armonia. Rispetto. Le belle parole rimbalzano sulle pareti immacolate e rimandano stonature: “Ti preoccupi dei gay, che sono innocui, quando in giro c’è tanto di peggio?”, “I terroristi, intendi?”, “Anche i terroristi”. Però, che strani accostamenti.

Arrivano a scaglioni anche gli altri, ora ci siamo tutti. In attesa della cena ci spostiamo in sala riunioni, su invito di Carella sediamo in circolo secondo precise disposizioni: madre e figlio, padre e figlia, zia e nipote, coppie, single. Giochino psicologico. L’esperto inizia una frase che ognuno deve completare. “Mi piacerebbe...” ... scivolare per una discesa mentre i sassi mi rotolano attorno e io mi sento felice; “talvolta...” ... nel guardare indietro mi rendo conto di quanto siano relativi il tempo e gli accadimenti; “quando penso a mia moglie...” ...vedo la madre dei miei figli. L’uscita di Carlo, insegnante di educazione fisica, a cui la moglie ribatte inviperita: “Io sono prima di tutto la tua amante”. Silenzio in sala.

Altro giro: che ognuno si presenti agli altri. Nome provenienza professione. Tutti abbottonati, per ora, sui generis. Finalmente la cena è servita. Tutto buono, manca il dolce.

Sabato 13 novembre. Bella giornata di sole. Colazione comune, a tavola occupiamo gli stessi posti stabiliti con un certo criterio dalla sera avanti. Al tavolo dei giovani siedono Simone, Lia, Sara, Francesca, Claudia, Elisabetta. Diletta, sedici anni, siede invece al tavolo col padre, per sua scelta. I genitori sono divorziati e lei vive con la madre, ora si vuole accaparrare il padre. Il padre è sposato con un’altra donna dalla quale ha avuto un’altra figlia.

Sala conferenze, ore 9,:0. Verba volant, pertanto il professor Carella distribuisce ai convenuti la sua relazione che si andrà a leggere e a commentare. Si parte con la sofferenza del bambino, l’impossibilità di esprimerla, l’incapacità di comprenderla: “Già per la nascita c’è sofferenza ‒ della nevrosi della nascita ce ne potrà parlare il dottor Favale ‒, il bambino recepisce tutto dal tono delle voci, non ne capisce il senso ma percepisce qualcosa che lo mette in tensione. Mal di pancia, insonnia, stranezza, e sorge la famosa empatia, quel sentimento della madre rivolto al bambino che le consente di intuire quale sia il motivo del disagio e come intervenire. Lo choc della nascita, la fame, la sete, il caldo e il freddo, sono tutte sofferenze psichiche che possono provocare nevrosi, tachicardia, ansia, fobie, attacchi di panico, eccetera: la psicosomatica agisce su tutto”.

Si parla ora di patologie del sistema nervoso: il futuro della neuroscienze è riposto nello studio dell’anima. L’anima? Chi più chi meno siamo tutti servitori e fruitori del progresso che ‒ sembrerebbe ‒ è senz’anima: la medicina ha sezionato l’uomo, che viene indagato dai macchinari e curato a pezzi.

Il pensiero va a quando il medico di famiglia ti auscultava petto e torace, tastava il polso e contava i battiti, ti faceva tirare fuori la lingua e appariva disgustato, ti tirava giù la palpebra e storceva la bocca, ti palpeggiava la pancia e ti tastava fegato e milza e per ultimo t’infilava un cucchiaio in gola e ti faceva dire ahhh. Ma questo era prima del miracolo economico e della rivoluzione tecnologica, quando ancora l’uomo se la vedeva con l’uomo. Ora il medico di base non ti tocca nemmeno per darti la mano.

Ma “dopo essere stato diviso e sezionato ora l’uomo si va ricompattando”, assicura Carella, e prosegue parlando della sofferenza del bambino sotto il punto di vista sociale: “Fai così, fai colì, e il bambino non può reagire sia per statura fisica che mentale, e incamera. I battibecchi lo disorientano, nei litigi aperti più gravi il bambino trema, ha paura, e si chiede cosa abbia fatto lui di male. E cerca, suppone, e spesso sbaglia, andando a toppare contro un’invenzione. Quanti genitori si sono chiesti che cosa pensava il figlio chiuso in cameretta, o nel bagno, a piangere? La sofferenza più grande è il non sentirsi compresi: vale per tutti, bimbi e meno bimbi”. Esempio di un caso emblematico: una giovane paziente ricorda la disposizione del divano di casa sua, divano ad angolo, dove i genitori discutono e il padre comunica che andrà a vivere con un’altra donna mentre lei, bambina, si dibatte da un angolo all’altro come impazzita. La ragazza ‒ in terapia ‒ dirà che si era sentita spiazzata, senza riferimento, spersa come una barca senza timone in mezzo al mare. Da ciò le deriva la fobia dei ragni, piuttosto comune, che deve tamponare un dolore troppo intenso. Ma non viene compresa e non viene curata, e non potendo scaricare il suo malessere e sconfiggere la fobia accetta in qualche misura la nuova vita del padre.

Altro caso. A un bambino viene annunciato dalla nuova partner del padre l’arrivo di un fratellino. Lui da una parte è contento, lo desiderava, ma dice ‒ in terapia – che lo voleva dai suoi genitori. Il suo amore per il nuovo arrivato sarà conflittuale, non tanto per il fatto in sé, quanto per la crudezza delle modalità. Esistevano altri modi? Secondo De Angelis in tali casi in alcun modo si sarebbe potuto evitare lo stato di sofferenza.

E gli adulti, e la sofferenza degli adulti? “L’adulto non si rende conto, altrimenti...”. Altrimenti cosa? La vita ti pone davanti a certi bivi che non danno scampo. Gli adulti di oggi sono i bambini di ieri, che patirono il sovvertimento della famiglia e della società nella sua fase più acuta. Gli adulti di oggi sono i figli di quel movimento rivoluzionario che considerava la famiglia il luogo della repressione e dell’ipocrisia, un luogo da far saltare in aria costi quel che costi. A torto o a ragione. Interviene Favale: “Una mia amica si è innamorata di un vedovo con una figlia; questa non voleva saperne, di quella intrusa; la mia amica e il vedovo hanno dovuto rinunciare”. A quale prezzo? e quella figlia, si sarà mai resa conto della sofferenza procurata? “Trenta, trentacinque anni fa ‒ prosegue Favale ‒ non se ne sapeva niente, di psicanalisi. Ognuno usava la sua psicologia; anche i medici, una volta, usavano la loro psicologia, oggi non è più così. Spesso i medici oggi non sanno nemmeno indirizzare verso un qualche specialista. Ne sa più un capocantiere della sua squadra che noi dei nostri pazienti. Siamo capaci di dire a sangue freddo a qualcuno di loro: Lei ha l’ aids positivo, come mai? e succede il panico, e poi si scopre che erano sbagliate le analisi”.

Chissà se sarebbe così esplicito, critico e sincero il dottor Favale se non fosse che ora è in pensione, ha il suo studio privato e non dipende più dalle Asl?

Sofferenze non dichiarate, sofferenze incomprese. Si legge nella relazione:

Non dichiarate sono quelle sofferenze psichiche che generano pathos. Sulla base delle più recenti ipotesi chi più poderosamente va ad influire sui traumi infantili è la famiglia. Essa esplicita come forte influenza una notevole azione antipsicologica e antipedagogica. I soggetti più a rischio sono particolarmente quelli dell’ordine borderline, che hanno subito violenze di vario genere durante l’infanzia, anche di ordine sessuale, cosa tutt’altro che rara, da persone che si prendevano cura di loro talora persino genitori o parenti. In tali immaginabili condizioni di dipendenza il bambino non può fare nulla, sia per le sue scarse capacità intellettive ed espressive, poi perché vincolato da un notevole buio delle realtà e infine dal rapporto emotivo affettivo coi genitori.

Senza arrivare alle situazioni estreme, quanti di noi, chi più chi meno, ricordano di essersi sentiti impauriti, di essersi sentiti umiliati, e impotenti, fra le mura di casa?

Le sofferenze incomprese sono quelle che provengono dal mondo adulto che ruota intorno al bambino, innanzitutto dai genitori. Atteggiamenti vizianti, o rifiutanti, ma soprattutto questi ultimi, sono determinati dalla cecità più assoluta di fronte a cui, per certe scene soprattutto, può cedere la psiche del bambino, situazioni che rimandano nel soggetto un’immagine di sé inaffidabile con compromissione dell’autostima. Il carattere ne risulta compromesso perché esso rappresenta il settore della personalità che si sviluppa in relazione alle interazioni relazionali a partire dai primi anni di vita, ma con rimodellamento ad ogni età. C’è ancora da dire, non parlando mai di colpe e ragioni, che la famiglia ha subito notevoli cambiamenti a causa di profonde spinte psico-sociali. L’identificazione attraverso il ruolo sta diventando impossibile: troppi ruoli, nessun ruolo. All’apice di questo sradicamento le frequenti separazioni, i conseguenti divorzi, le continue convivenze spurie; nel frattempo è ricorrente il desiderio della generatività.

Un caos di contraddizioni che si ripercuote ovviamente sul soggetto più fragile. Ne sa qualcosa la psichiatria infantile, di neurosi e psicosi.

Favale, ostetrico della vecchia scuola, a proposito delle sofferenze incomprese: “Il bambino urlava: avrà paura dell’ambiente, si diceva; non può sentire dolore perché è piccolo, si diceva, e gli si apriva la pancia senza anestesia”. Osservazioni, commenti: “Quante violenze fisiche e morali, quante offese all’amor proprio...”; “notizia fresca di giornata: un disabile di diciannove anni è stato abusato dal suo assistente”; e i bambini venduti al mercato degli organi, e i bambini sfruttati sessualmente, e i bambini soldato, e i bambini uccisi dalla fame, dalle epidemie, dalla guerra, dalle mine giocattolo, e i bambini seviziati, e i bambini uccisi dalla follia, e... basta, basta.

No, non basta. Informa l’esperto: “Va sfatato il concetto che il violentatore è sempre maschio, lo andiamo scoprendo, abbiamo affinato gli strumenti...”. Bene. Diteci tutto. Diteci fin dove può arrivare la miseria umana, senza distinzione di genere. Diteci che cosa passava per la mente di Erika quando dette una sterzata alla storia trucidando madre e fratello. Era il 2001, l’inizio del terzo millennio. E del delitto di Cogne, che fa vacillare la mente. E tutto quello che non si sa o non si dice, forse meno eclatante ma ugualmente atroce. Ma nulla di nuovo, Medea insegna, se non il fatto che si pensava di avere acquisito una coscienza e un effettivo affrancamento dai profondi istinti, amalgama di bene e di male in continuo ribollimento.

 

Maria Lanciotti

(1 – continua)


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