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Epifania. Il mistero che in qualche modo si svela 
Ciò che gli avvenimenti degli ultimi tempi stanno riportando alla luce
18 Febbraio 2007
 

Metto insieme, anche recuperando vecchi scritti risalenti a più di mezzo secolo fa – ma che appaiono oggi di scottante attualità – queste note a ridosso della festa dell’Epifania, che celebra tre eventi destinati ad essere dipanati uno a uno nelle domeniche successive. Questa festa, tra l’altro, presso i nostri fratelli ortodossi occupa il posto che da noi è stato preso dal Natale.

Epifania è una parola di estrazione greca – la lingua prevalente nelle prime comunità cristiane – che significa qualcosa come manifestazione, irradiazione, rivelazione. Il Natale sta all’Epifania come un fatto sta alla sua divulgazione, una legge alla sua promulgazione. L’eterno che si manifesta, l’invisibile che si rende visibile, il mistero che in qualche modo si svela, o rivela qualcosa di se stesso. E, appunto, la manifestazione, la rivelazione del Signore incarnato al mondo la liturgia dell’Epifania intende celebrare: celebrare adunando, sotto quest’insegna, tre episodi singolari che in essa trovano il loro habitat naturale e la loro significazione: la chiamata, venuta e adorazione dei Magi, il battesimo di Gesù nel Giordano, il gesto che trasmuta l’acqua in vino al banchetto nuziale di Cana.

Ricordo – e mi verrebbe voglia di cantarla – l’antifona dei vecchi vespri dell’Epifania: Hodie stella magos duxit ad praesepe, hodie in Jordane a Johanne Christus baptizari voluit, hodie vinum ex acqua factum est ad nuptias. Nel primo di questi casi la divinità – il nuovo corso della divinità nel mondo, la sua nuova storia con gli uomini – si palesa attraverso il superno e appunto magico linguaggio astrologico, nel secondo è una voce scesa dal cielo a proclamare quell’uomo depositario della figliolanza divina, nel terzo l’acqua mutata in vino è il primo segno della sua potenza. Ma mentre la liturgia rimanda ad altra occasione, prossima come vedremo, gli altri misteri, fa convergere tutte le luci, e la pagina di vangelo, sulla vicenda dei Magi, che rimane il fatto centrale e caratteristico, e anche quello di cui si è maggiormente impossessata e nutrita la fantasia popolare attraverso i secoli, forse a ciò invogliata da quell’aria fiabesca e da quel sapore di leggenda di cui appare stranamente intrisa la narrazione evangelica in questo punto.

Lasciamo agli specialisti l’esame critico di questa faccenda, che risulterebbe, in questa sede, inutile oltreché impossibile. Tanto anche se ci venissero a dire: in questa pagina è stato accertato tanto di storico e tanto di leggendario, oppure: qui si tratta, evidentemente, di una leggenda, a noi che cosa importerebbe, che cosa cambierebbe? Si può essere pieni di grinta culturale, o scientifica, e non capire niente di ciò che è essenziale: per esempio che in questo modo l’intenzionalità profonda risulta maggiormente avvalorata, e più evidente il messaggio che vuol essere trasmesso. Giustamente uno dei più noti scrittori italiani (Moravia) scriveva: «Le favole, checché se ne dica, rispecchiano con esattezza e fedeltà la visione del mondo, delle società da cui hanno origine». E vuol dire: con esattezza e fedeltà maggiori che in altri generi letterari. Per noi comunque ciò che interessa, ciò che importa è la verità significata e le considerazioni che se ne possono trarre. E per cavarne un insegnamento che faccia al caso nostro, non occorre abbandonarsi a particolari acrobazie, e neanche essere dotati di una speciale originalità. Basta che ci atteniamo a quella che è l’interpretazione tradizionale e corrente. S’intende ripensata da persone vive e provviste di fantasia e non da stanchi o accigliati ripetitori: ora un tradizionale e consolidato consenso ci induce a ravvisare nell’Epifania, da una parte, è vero, e l’abbiamo detto, la manifestazione del Signore incarnato al mondo, l’estensione al mondo, a misura del mondo, o dei mondi, del mistero dell’incarnazione, ma dall’altra la chiamata delle genti alla fede.

Sopra questa chiamata è fatto cadere in modo particolare l’accento. La scelta, la salvezza, la vera religione cessa di essere un fatto legato al sangue, alla razza, alla tradizione: non c’è più popolo eletto che tenga. Ai piedi della culla di Gesù Bambino i Magi rappresentano tutta l’umanità e vengono a dire che uno stesso destino religioso accomuna tutti i popoli, tutte le razze, tutte le culture, tutte le civiltà e, vorrei dire, tutte le religioni del mondo. I Magi, nella varietà dei colori che la tradizione popolare ha loro attribuito, possono ben essere il simbolo di umanità inesplorate e i loro tesori significare civiltà estranee e lontane nello spazio e nel tempo, senza le quali l’Epifania non potrebbe essere che imperfetta. Il tema della intercomunicabilità e, oso dire, della convertibilità, dell’interscambiabilità delle varie culture e – al limite – delle varie religioni tra di loro. Un tema grandioso e attualissimo. Questo vengono a dire i Magi; e inoltre che una stessa vocazione divina dorme o scorre nel sottosuolo delle civiltà e delle generazioni umane, e per quanto queste possano smemorarsi o darsi d’attorno per reprimerla, per dimenticarla, o per trovarle dei surrogati, essa rimane incancellabile, ineliminabile, inestirpabile. Così come inestirpabili sono le radici, o la linfa, dalla vita di un albero. Sarebbe grottesco lo spettacolo di un albero che pretendesse di continuare a vivere la vita che gli è propria, a dar fiori e frutti, dimenticandosi o sbarazzandosi delle sue radici.

Di questa chiamata, di questo destino, di questa vocazione l’Epifania ci propone un puntuale esame. Dobbiamo chiedere a noi stessi: che ne è della nostra vocazione cristiana intesa in questi termini? Non della nostra vocazione individuale, ma della nostra vocazione collettiva, come civiltà. E badiamo che si può peccare contro questa vocazione in molte guise: quella di rigettarla e di contrastarla è certo la più ovvia ma anche, forse, la meno preoccupante, in quanto interna alla sua stessa dialettica. Ce n’è di più sottili, e di più perniciose. Per esempio, darla per accettata, ma senza misurarne le conseguenze e quasi passando oltre, o, viceversa, accettarla ad oltranza ma solo allo scopo di un possesso ben cintato e difeso che nessuno deve attentarsi a toccare, o in direzioni difformi, in maniera esclusivistica, o quale strumento di potere: adoperarla invece che servirla. Servirla nel doppio senso di esserle intimamente obbedienti, e di lasciarne libera la disponibilità per sé e per gli altri.

Sono cose facili a dirsi, quando non si corre nessun rischio, più difficili a praticarsi, più arduo tenervi fede in certi momenti cruciali. Faccio un esempio: noi ci muoviamo verso una società multirazziale: ebbene, la tentazione di ricorrere a delle legittimazioni di carattere religioso potrebbe farsi forte, anche tenendo conto del fatto che dall’altra parte su questo punto non si scherza. Ricordiamocene adesso per allora.

E c’è poi e infine anche il pericolo di cadere nella disperazione osservando la faccia del mondo così come si presenta: una faccia dalla quale si direbbe quasi scomparsa ogni traccia di questa vocazione, di questa rispondenza e reciprocità universale. Ma il mondo ama darsi una faccia che non corrisponde sempre perfettamente alla sua anima. Bisogna strappare quest’orrida maschera, con tutti i suoi belletti, e scavare nel profondo, dove sarà possibile ritrovare la corrente o il fuoco nascosto di quella chiamata, di quella vocazione, di quella fede. E, alla luce di questa scoperta, risalire alla superficie, e riguardare con occhi nuovi anche ciò che prima ci induceva a disperare di tutto. Non è questo, del resto, ciò che gli avvenimenti degli ultimi tempi stanno portando, o riportando, alla luce? Sta a noi saperne cogliere il significato profondo.

 

Camillo de Piaz

(da Tirano & dintorni, febbraio 2007)


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