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In libreria/ Principia Bruna Rosco. Conoscere il vento
03 Aprile 2010
 

Una volta, in una grigia giornata milanese, camminavo in una strada di periferia chiusa al traffico. Ero nei pressi di un liceo e sui marciapiedi correvano scritte varie, in vernice bianca, una delle quali particolarmente mi colpì: L'amore è come il vento: non lo puoi afferrare, ma puoi sentirlo. Forse qualcuno dirà... banale! E io non sarei d'accordo con quest'asserzione. Oppure è una frase già detta e scritta e letta. Può darsi. Ma, quantunque il concetto sia semplice (ma niente affatto semplicistico), è commovente pensare che l'abbia scritta un adolescente per un'adolescente (o viceversa: l'amore è talora soltanto una questione di apostrofi).

Non puoi afferrare il vento, ma puoi sentirlo... l'amore è come il vento... un'eco da lontano e che va più lontano, un soffio che ci entra nel cuore, nelle vene pulsanti dell'anima. Nessuno può afferrare il vento, ma sentirlo sì. Principia Bruna Rosco (foto) è una bravissima pittrice: i suoi quadri sono esplosioni di colore, fiori dirompenti come rosse lave di vulcano, onde astratte e di passionale potenza. Il Comune di Cesano Boscone (provincia di Milano) ospita in questi giorni nell'Antica Rimessa delle Carrozze di Villa Marazzi (via Dante Alighieri 47, ingresso libero) un'esposizione dei suoi ultimi lavori pittorici. Pia, come la chiamano gli amici, è anche narratrice. E, dulcis in fundo, poetessa. Il suo ultimo libro di poesie, Conoscere il vento (OTMA Edizioni, pp. 136, euro 10), è stato presentato il 21 marzo, il primo giorno di primavera e data di nascita di Alda Merini. A volte viene il dubbio, conoscendo Pia, che lei il vento lo conosca per davvero. No, nessuno può conoscere il vento, nessuno; ma lei lo sente benissimo. Il vento: quest'entità vaga, che vaga sul pianeta, che muove nubi e piogge, che sta sopra le nostre teste e intorno, che non conosce confini. La poesia stessa è un vento che spira dentro di noi, increspa i mari interiori, trasporta ad altre orecchie e spiriti sentimenti, pensieri, speranze e disperanze.

«Nella notte di Sarajevo/ l'orologio della Cattedrale cattolica batte le due/ anche l'orologio della Chiesa ortodossa batte le due/ mentre la Torre della Moschea imperiale batte le undici./ E l'orologio degli ebrei?/ Quello non batte le ore/ solo Dio sa qual è la loro./ Sono ore arcane/ a volte indecifrabili/ secondo strani calcoli di terre lontane/ straniere del mondo./ Tutti vegliano sulle ore silenziose/ tutti inviano al cielo i loro desideri/ le loro preghiere/ in quattro lingue e liturgie diverse/ e in questa differenza subdola/ tutto è sempre simile all'odio». I venti di guerra di Sarajevo sono mutati in aure di pace, ma quanta parte del mondo giace ancora nella tragedia?

«Sono sepolta nel petto dei fiori/ senza la preghiera tormentata dalla storia/ incerta lungo la via delle candele accese/ fragile nel rumore delle tenebre». E... «È l'ora dei lupi/ e prima del mattino/ rumoreggerà l'albero folle./ Nella bocca nuda di mare/ si consumeranno le note di Bach/ e il sudore degli occhi/ narrerà la mia storia/ perché il vento/ il vento/ il vento è passato prima di te». Il vento, ancora il vento, sempre il vento. Come l'amore, non puoi afferrarlo, ma sentirlo sì. Molte liriche del volume parlano del vento, sono intrise di vento, le pagine stesse frusciano come lo stormire di foglie al vento, i sogni si dissolvono nel vento e il vento li rimodella.

«Ero un re da eliminare./ Fingevo di ascoltare/ il silenzio della mente/ che lentamente mi feriva/ Leggendo il libro che avevo scritto/ scorgo l'ombra ferita/ ho strappato le pagine del dolore/ e ho parlato.../ parlato per almeno otto ore». Non è estranea alla meditazione dell'autrice l'analisi dei meccanismi, anche spietati, che regolano la vita sociale. Chiaramente è un'analisi in senso lato, con gli strumenti della forma poetica, ma chi ha detto che la poesia non sia lama e sparo, per quanto nell'ideale? Eppure le parole incidono come bisturi, cascano come pietre e fanno ridere e fanno piangere e fanno pensare e ricordare e costruiscono, cazzuola e mota celeste, splendidi edifici di consapevolezza, sentimentale o intellettiva che sia.

Vi lasciamo con questi ultimi versi: «La tigre è ferita/ urlo con voce veloce/ nel vento freddo del Nord./ In confusi antichi sogni di bambina/ svolazzanti qua e là/ e tra mille goccioline di nebbia/ riprendo a osservare la sera nera».

La sera nera che tutti ci attende e, dopo, un radioso mattino bagnato dal vento.

 

Alberto Figliolia


 
 
 
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