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Cresta Guzza (m 3869)
29 Ottobre 2009
 

La Cresta Guzza è una delle cime più affascinante e meno frequentate del gruppo del Bernina. Svetta tra il Canalone di Cresta Guzza e il Canalone Folatti con profili arditi e slanciati da tutti i suoi versanti. Da nessun lato la salità è semplice. Noi abbiamo scelto la via Normale, quella che dopo un ripido tratto su ghiacciaio ne percorre lo spigolo occidentale, una lunga lama di roccia. L’avevo già percorso nel 1998 con Floriano Lenatti, ma oggi il ghiaccio vivo sul ghiacciaio e la neve che sporca tutte le rocce rende il compito più arduo.

In vetta vi è dal 1966 il libro, ma le firme che si contano sono veramente poche, poco più di 50 cordate hanno lasciato segno del loro passaggio.



Partenza: Campo Moro (m 2000).

Itinerario automobilistico: Da Lanzada seguire per Campo Franscia, quindi per Campo Moro. Lasciare l’auto ai piedi della diga più bassa.

Itinerario sintetico: Campo Moro (m 2000) - Rifugio Carate - Rifugio Marinelli (m 2814) - Rifugio Marco e Rosa (m 3609) per le roccette - Cresta Guzza (m 3869) per versante O.

Tempo di percorrenza previsto: 8 ore per la salita.

Attrezzatura richiesta: Scarponi, ramponi, corda, attrezzatura da ferrata, casco, piccozza e un chiodo da ghiaccio.

Difficoltà / dislivello in salita: 5 su 6, 1870 m di dislivello in salita.

Condizioni trovate il 12 settembre 2009: roccette di difficile accesso per allontanamento della lingua ghiacciata, avvicinamento “Marco e Rosa”-Cresta Guzza difficoltoso per ghiaccio vivo sul pendio che porta alla cresta, cresta innevata.

Dettagli: PD+: passi di III e pendii glaciali impegnativi.



Escursione 12 settembre 2009


Partiti da Campo Moro, attraversato lo Scerscen Inferiore quest’anno di neve morbida e quasi senza crepacci, raggiungiamo la “Marco e Rosa” per le roccette, oggi rese insidiose dal ritiro della lingua glaciale del Canalone di Cresta Guzza che ha creato una voragine di 5 metri tra il ghiacciaio e l’attacco solito delle roccette a metà canale. Dobbiamo così salire una cinquantina di metri e utilizzare le scale a pioli che il Bianco ha fissato alle rocce e alcune frane hanno ridotto in brandelli.

La prima scala barcolla e salito ai pioli alti vedo che è affrancata solamente con un cordino legato ad un piolo dissaldato su un lato e che flette ad ogni mio passo. Una roulette russa! Salto subito sulle rocce e faccio salire gli altri con assicurazione dall’alto.

Poi la ferrata va liscia e siamo in “Marco e Rosa” alle 3 giusto per un pranzo ad orario ispanico.

Dalla “Marco e Rosa” (m 3609), ricevute benedizione e raccomandazioni dal Bianco, io e Andrea seguiamo la traccia che va a E fino a dove la lingua glaciale che scende nel Canalone di Cresta Guzza ha perso tutta la sua pendenza. La neve fresca che è caduta nelle scorse ore e che anche adesso scende rada ha reso questa sella nevosa di un bianco uniforme che non permette di scorgere i crepacci. Pieghiamo quindi verso S e traversiamo con cura in direzione del massiccio della Cresta Guzza. Risaliamo poi parte della colata glaciale che ne riveste i piedi della parete per poi traversare piani a mezzacosta su ghiaccio vivo (dx, O) fino ai ripiani coperti di pietrisco da cui parte la cresta occidentale della montagna. Arrivarci non è comodo: ghiaccio, freddo e una sola piccozza a disposizione giocano a nostro sfavore. Mettiamo i piedi sulla pietraia mentre le nebbie si aprono e vediamo la sagoma del Bianco che dalla sua “Marco e Rosa” osserva con attenzione ciò che facciamo. La pietraia sale ripida fino a una fascia rocciosa solcata da alcuni canali da qui non molto evidenti. Prendiamo quello più a dx e con arrampicata di misto (II+) guadagniamo la cresta dove abbandoniamo le piccozze. Il filo procede poi nervosamente verso l’alto (E) prendendo quota fra i precipizi. La roccia è discreta ma con la neve fresca non si trovan sempre facilmente i passaggi giusti. Di tanto in tanto ci guardiamo indietro e notiamo che la cresta rossiccia spesso strapiomba perché la montagna è come scavata nel suo fianco meridionale. Troviamo un passo di III di roccia ottima che supera un salto della cresta portandoci sull’espostissimo versante meridionale. Quindi torniamo subito in cresta e le pendenze via via scemano. La cresta, tuttavia, diviene sempre più sottile ed esposta fin quando tocchiamo l’ometto di vetta (Cresta Guzza, m 3869, ore 2). In basso si vedono minuscole la nuova e la vecchia Marco e Rosa, mentre sulla traccia che dal rifugio va alla Bocchetta di Fellaria non ci sono cordate. Le nebbie corrono e travolgono i corpi statuari di Zupò e Argento. Il Bernina non si mostra mai, geloso della sua coperta bianca.

È tardi e la testa mi scoppia, così iniziamo la discesa con molta prudenza. Arrivati alle pietraie decidiamo di non far più il traverso alto su ghiaccio, ma di perder ancor più quota e attraversare il Canalone di Cresta Guzza in un tratto meno ripido, ma potenzialmente molto più crepacciato, poi Andrea perde un guanto e allora dobbiamo immergerci proprio nel canalone per recuperarlo. Dobbiamo utilizzare anche un chiodo da ghiaccio per la discesa. Dal 2005 quando l’ho trovato sulla cresta del Disgrazia è la prima volta che ci torna utile per attività diverse da “fare i fighi appendendolo allo zaino”. Nel mettere il chiodo Andrea perde anche l’otto che, a differenza del guanto, non si ferma contro una roccia, ma prosegue la sua corsa con un tintinnio sempre più tenue verso i crepacci dello Scerscen.

Siamo costretti ora a risalire verso la sella in un probabile campo minato di crepacci. Va tutto per il meglio e alle 19:30 siamo in “Marco e Rosa”.

La serata è tranquilla e affascinante. Al rifugio solo noi quattro, il Bianco e il suo assistente. Nulla a che vedere con l’assedio alpinistico a cui il rifugio è stato sottoposto per tutta l’estate. Be', in effetti stasera ci sono anche due polacchi, che però stanno cucinando nel locale degli scarponi una roba che sa di pneumatico bruciato. Sono tipi strani che girano con zainoni improponibili e rifiutano ogni comodità.


Arriva l’alba e dovremmo portare zio Angelo e Giancarlo sul Bernina, ma di notte il mio mal di testa ha rivelato la congestione da cui era originato: il mio tour de force a vomitare termina solo alle 8 di mattino, quando una perturbazione da N ci invita prepotentemente a tornarcene a casa.


Enrico Benedetti



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