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Marisa Cecchetti. Bert e il Mago di Fabrizio Pasanisi
23 Marzo 2014
 

Fabrizio Pasanisi

Bert e il Mago

Nutrimenti, 2013, pag. 528, € 22,00

 

Sono scomparsi a meno di un anno di distanza, Thomas Mann (1875-1955), il Mago, e Bertolt Brecht (1898-1956), Bert, dopo aver attraversato il periodo più nero del ventesimo secolo, Mann accanito fumatore ottantenne, Brecht morto prematuramente, colpito da un infarto. Hanno attraversato la prima guerra mondiale, conosciuto il disastro della Germania del dopoguerra, quando servivano carriole di carta moneta per un chilo di pane, hanno conosciuto le aspettative e le sorti della Repubblica di Weimar, hanno visto ascendere nel gradimento delle folle tedesche un abile affabulatore, hanno visto la follia padroneggiare su tutto, non escluso il rogo dei libri, perché Hitler non voleva intellettuali, ma il trionfo della forza.

Il loro esilio inizia proprio nel 1933 con l’avvento del nazismo, che li ha visti migrare all’interno dell’Europa in cerca di paesi più sicuri, poi oltreoceano.

Figli della stessa Germania ma di classe sociale diversa, T. Mann appartenente alla borghesia e suo portavoce, non simpatizzante delle idee progressiste che puntano al benessere delle masse, Brecht voce degli ultimi e degli oppressi; il primo fu premio Nobel nel 1929, nome a cui si legano opere che superano i secoli, l’altro fu poeta e iniziatore di una forma di teatro sperimentale, epico, di ispirazione sociale.

Non c’è mai stato grande feeling tra loro, secondo quanto scrive Fabrizio Pasanisi in Bert e il Mago (Nutrimenti ed.), nell’ampia ricostruzione della vita di entrambi, in parallelo.

Hanno avuto occasioni d’incontro e li ha messi sullo stesso piano l’esilio negli USA al tempo della guerra e delle persecuzioni razziali, Mann marito di una donna ebrea, con sei figli in pericolo perché di sangue misto, Brecht di idee socialiste e non gradito in patria, marito di Helene Weigel, ebrea.

Due persone diverse non solo nel pensiero ma anche nel privato, Brecht che non riusciva a vivere senza avventure femminili e passioni, nella piena consapevolezza e faticosa accettazione della moglie, Mann buon marito e padre, tuttavia sempre in lotta con le sue pulsioni omosessuali, che invece si manifestano e sono vissute apertamente da suoi figli Klaus ed Erika, con tutto il rischio che ciò comportava in quel particolare momento storico.

Hanno conosciuto le menti più eccelse del loro secolo, hanno visto ascendere lentamente il mostro Hitler, “l’imbianchino” nelle parole di Brecht, e si sono opposti ciascuno a modo suo, Mann trasfigurando all’interno delle sue opere alcuni aspetti della vita e dell’essere: lui voleva essere rappresentante della cultura tedesca, come Goethe, e voleva prendere tempo senza esporsi troppo, voleva che il tempo facesse sedimentare le situazioni, per meglio capire il presente. Intanto con il Giuseppe a suo modo si schierava dalla parte degli ebrei, cercando di “erigere un monumento allo spirito ebreo… e al migliore spirito tedesco”.

Per Mann la responsabilità della follia hitleriana era di tutto un popolo. Del resto c’era la paura di perdere la cittadinanza e che le sue opere non fossero più pubblicate in Germania. Solo dall’esilio negli USA, persa ormai la cittadinanza e confiscati i beni, prende posizione netta. Dopo il tragico mese di settembre 39, dopo l’invasione della Polonia, gli USA divenuti la patria dei rifugiati tedeschi, anche i Mann vi arrivano, Brecht più tardi, via Mosca, per non passare dalla Germania.

Brecht rimprovera a Mann e tutti gli intellettuali borghesi di avere avuto delle responsabilità nell’ascesa di Hitler, e di non avere considerato, negli anni di Weimar, il disagio dei più poveri, di non essersi sporcati le mani, lui che si esprime in maniera chiara attraverso la poesia e il teatro, dove rompe gli schemi, per far capire alla gente che ciò che avviene in teatro deve avvenire anche davanti agli atti della storia, lui che si propone di far crescere il popolo. Per Brecht il responsabile non è il popolo, che è vittima, ma il capo, e contro Hitler egli tuona.

Il dramma degli esiliati tedeschi negli USA nasce con Pearl Harbor, perché l’entrata in guerra dell’America di Roosvelt cambia la percezione dei tedeschi emigrati oltreoceano, ora sono considerati nemici degli USA.

La fine della guerra e il ritorno in Europa li pone drammaticamente davanti alle rovine della loro terra, distrutta dall’avanzata delle truppe alleate, da est e da ovest, in bilico tra riconoscenza a furore. E la divisione della Germania vede Brecht schierato per la R.T.D, dei cui obiettivi di uguaglianza sociale si fa portavoce, finché non si rende conto della brutalità del regime, della sua falsa democrazia.

Opera di vasto respiro quella di Fabrizio Pasanisi, ricca di documenti fotografici, supportata da una vasta bibliografia, precisa nella ricostruzione storica, prudentemente libera nella ricostruzione di situazioni, incontri, dialoghi. Non gli sfugge niente, né di pubblico né di privato, e dei gruppi familiari non perde un componente, ma lo segue in tutte le sue peripezie e i suoi contorcimenti di pensiero.

 

Marisa Cecchetti


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