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Tilla Durieux: una vita che è (quasi) un secolo di storia della cultura
30 Luglio 2010
 

Passeggiando per le traverse del Ku’damm (come i Berlinesi chiamano confidenzialmente il Kurfürstendamm, il viale più lungo e più noto della zona occidentale della città), mi imbatto quasi involontariamente, al numero 15 di Bleibtreustraβe1 in una lapide commemorativa sulla facciata, che ricorda come in questo suntuoso edifico neorinascimentale d’inizio Novecento, abbia trascorso gli ultimi anni della sua lunga vita l’attrice Tilla Durieux, che qui abitò dal 1966 alla morte, che la colse ultranovantenne. Mi trovo così a riflettere su come una biografia sia per molti aspetti lo specchio di un’epoca intera, e nel caso specifico non solo perché la Durieux, come la lapide ricorda, fu una “grande attrice tedesca” che a partire dal 1903 recitò a Berlino nella compagnia di Max Reinhardt, ma anche e soprattutto per il reticolo di relazioni che questa donna seppe intessere introno a sé, legando al proprio nome quello dei maggiori esponenti della cultura del suo tempo.

Nata a Vienna nel 1880, ossia nell’epoca degli ultimi splendori dell’epoca francogiuseppina, in una famiglia della borghesia colta – suo padre era professore chimica, la madre una pianista di origini ungheresi −, si chiamava in realtà Ottilie Godeffroy, ma poiché i suoi non avevano accettato la scelta professionale della figlia, essa aveva assunto come nome d’arte quello della nonna francese. L’atteggiamento dei genitori era, se non giustificabile, comprensibile, dato che, soprattutto nella Vienna di allora, come ci insegnano tante opere letterarie, fare l’attrice (o l’artista) significava decidere di essere l’opposto dell’amorevole madre di famiglia dedita a marito e figli, significava cioè rifiutare quel modello di femminilità che corrispondeva agli ideali di una borghesia che voleva “assicurare” tutto (e a questo proposito sono magistrali le prime pagine delle memorie di Stefan Zweig, Il mondo di ieri) e guardava con sospettoso diniego a ogni forma di diversità. Tilla Durieux tuttavia, non si lasciò persuadere dai genitori e proseguì per la sua strada, debuttando, dopo aver frequentato una scuola per attori a Vienna, nella morava Olmütz (in ceco Olomouc) e continuando poi per altre successive tappe la propria carriera fino ad approdare, nel 1903 a Berlino e diventare una delle attrici della troupe di Max Reinhardt.

Il grande regista, con il quale lavorò fino al 1911, era allora a sua volta agli inizi, anche se la sua messinscena dell’Elettra di Hofmannsthal aveva già suscitato scalpore e la sua genialità sarebbe stata di lì a poco confermata dal suo storico allestimento del Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare. Sotto la direzione di Reinhardt, Tilla Durieux interpretò tra l’altro la parte della protagonista nella Salomé di Oscar Wilde e quella di Giuditta, l’eroina biblica al centro dell’omonima tragedia di Friedrich Hebbel. Nella Berlino del primissimo Novecento, che diversamente dalla letargica Vienna era una città vivace e provocatoria, spumeggiante di novità e aperta a ogni forma di diversità, la natura ribelle della Durieux trovò il terreno più fertile per potersi dispiegare in libertà. In quegli anni l’attrice contrasse ben due matrimoni. Il suo primo marito, l’ebreo slesiano Eugen Spiro (nato a Breslavia nel 1874 e morto a New York quasi centenario nel 1972), pittore allievo di Franz von Stuck e destinato a giocare una parte di rilievo negli ambienti artistici per quasi un secolo, si era trasferito a Berlino, attratto, come tutti i giovani creativi, dal clima cosmopolita che regnava in quella città. Il matrimonio della Durieux con Spiro fu però di breve durata, perché nel frattempo l’attrice s’era innamorata del mecenate, editore e mercante d’arte Paul Cassirer, altra personalità di prim’ordine nella Berlino della Repubblica di Weimar.

Già Spiro aveva più volte ritratto Tilla Durieux che, dopo le nozze con Cassirer – come lei divorziato – si fece volentieri fotografare e dipingere dai maggiori talenti che suo marito, raffinato gallerista e promotore di pittori emergenti, frequentava ed esponeva. Ci sono così rimaste una serie di opere d’arte che la ritraggono (e ne interpretano la personalità): dall’olio su tela di Lovis Corinth del 1908, che ce la presenta nelle vesti di una sgargiante ballerina spagnola, al ritratto graffiante e inquietante, di lei eseguito da Oskar Kokoschka nel 1910; dal mezzobusto di profilo di Franz von Stuck del 1913, dove l’attrice nelle vesti di Circe irradia tutta la sua vitalità maliarda, al quadro di Auguste Renoir (oggi al Metropolitan Museum di New York) che offre invece dell’attrice un’immagine morbida e vagamente matronale ed è considerato uno dei capolavori della maturità del maestro francese. Benché abbia passato in rassegna soltanto i quadri più noti, è evidente che tratta dei più grandi nomi della pittura europea dell’era di passaggio fra Impressionismo ed Espressionismo, per i quali l’attrice, in questo autentica diva, ebbe modo di posare, come ho detto, grazie all’attività del secondo marito, che, fra l’altro, promosse anche l’opera scultorea di Ernst Barlach, che a sua volta ci ha lasciato ben quattro busti con il volto della Durieux.

Cassierer non era però soltanto un grande intenditore d’arti figurative, ma anche un letterato sensibile alle istanze innovative proposte dagli scrittori emergenti della Moderne. Nella sua casa editrice, oltre a dedicarsi a raffinatissimi libri d’arte, in cui immagini e parole di coniugavano il volumi d’alto valore bibliofilo, pubblicò autori come Frank Wedekind, Carl Sternheim, Ernst Toller e, per esempio, anche l’opera completa di Heinrich Mann o le poesie di Else Laser-Schüler. E anche in questo caso si tratta di un elenco, benché ridotto, di nomi notissimi, che hanno fatto la storia del teatro e della letteratura del Novecento di lingua tedesca. Molteplici furono i meriti di Cassierer come mediatore culturale; con le mostre da lui organizzate su Cézanne, Gauguin, van Gogh e Matisse fece conoscere a Berlino un’arte che mal si accordava con le istanze nazionalistiche dell’era Guglielmina. Cassirer aprì le porte in Germania agli Impressionisti francesi e conferì alla scena culturale della sua città respiro europeo. Negli anni della Repubblica di Weimar, Cassirer fu molto stimato e ancor di più invidiato, perché sembrava essere l’incarnazione insieme del buon gusto e della genialità. Sua moglie, che continuava a mietere successi sui palcoscenici di Berlino, aveva trasformato il loro alloggio in Margarethenstraβe, nell’elegante quartiere di Grunewald, in uno dei salotti più in vista della città. In quelle stanze, con tanto di pianoforte Stanway (perché la Durieux, oltre a saper recitare e ballare, sapeva anche suonare egregiamente) e preziosi quadri alle pareti, era di casa la crème dell’intelligentia europea; vi si organizzavano serate letterarie, vi si presentavano nuovi brani musicali e nuovi prodotti dell’arte letteraria o figurativa.

In verità, però, il rapporto della coppia fu sempre burrascoso e conflittuale, e quando la Durieux, dopo continue crisi, gli chiese il divorzio, Cassirer, convinto di non poter vivere senza di lei, si sparò una revolverata al cuore proprio nell’anticamera del giudice che avrebbe dovuto formalizzare la sua definitiva separazione dalla compagna. La sua tragica e plateale scomparsa fu compianta dall’intera comunità intellettuale di Berlino. Il risvolto scurrile di quella morte da melodramma fu che, non essendo divorziata al momento del decesso del marito, Tilla Durieux ereditò buona parte del patrimonio artistico collezionato dal marito, fra le proteste dei congiunti del defunto.

Anche il terzo matrimonio dell’attrice non ebbe vita né facile né di lunga durata. Nel 1930 la Durieux sposò, stando ai maligni per interesse, il magnate dell’industria e della finanza Ludwig Katzenellenbogen, che, coinvolto subito dopo le nozze in scandali bancari, nel 1933 fu costretto a emigrare perché di origine ebraica. La coppia riparò prima in Svizzera, poi in Croazia dove la Durieux si eclissò per tutto il periodo della guerra, mentre suo marito fu arrestato dalla Gestapo e riportato a Berlino, dove morì poco dopo nell’ospedale ebraico. Solo nel 1952, come ricorda la lapide di Bleibtreustraβe, la Durieux, che negli anni di guerra s’era unita alla resistenza dei partigiani croati, tornò nella sua amata Berlino, e benché ormai anziana, riprese a recitare sia in teatro che per il cinema, ancora fino al 1970.

Così, una semplice lapide, individuata quasi per caso su una facciata, mi ha indotto a un lungo percorso a ritroso, a ricordare non soltanto l’attrice Tilla Duriuex, cui Berlino ha dedicato nel frattempo anche un parco nelle vicinanze di Potsdamer Platz, ma un’intera folla di personaggi – e si tratta solo di una scelta nel turbine di quanti gravitarono intorno alla diva – senza i quali la cultura tedesca ed europea del Novecento sarebbe stata molto più povera.

 

Gabriella Rovagnati

 

 

1 Via dedicata al pittore e grafico Georg Bleibtreu (1828-1892).


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