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Annagloria Del Piano. La scrittrice Isabella Bossi Fedrigotti incontra il suo pubblico alla Biblioteca civica di Sondrio
20 Dicembre 2008
 

È stato un generoso aprirsi alle confidenze e alle tematiche a lei più care, questo bell’incontro avvenuto martedì 9 dicembre fra la nota scrittrice e giornalista Isabella Bossi Fedrigotti e un partecipe e folto gruppo di suoi lettori ed estimatori.

L’occasione era data dalla presentazione del suo ultimo libro Il primo figlio (Rizzoli, pagg. 189, € 17), uscito a distanza di sei anni da quel breve diario intimo che fu La valigia del signor Budischowsky, in cui erano i ricordi d’infanzia a riaffiorare e riempire le pagine.

Qui la storia racconta di tre esistenze del tutto diverse, protagoniste altrettante donne provenienti dalle più lontane esperienze di nascita e di percorso, le quali però, grazie ai casi della vita che sempre spariglia le carte, andranno a incontrarsi e ad influenzarsi reciprocamente.

Una scrittura, quella dell’autrice, che da sempre privilegia il femminile, elemento che tratto spesso perché è ciò che conosco meglio; gli uomini rimangono invece per me un grande mistero, ma non è detto che prima o poi non ci sarà un mio libro anche su di loro – afferma sorridendo, e continua – intendo comunque parlare a tutti con la mia scrittura, naturalmente anche agli uomini e anzi, ringrazio, i pochi coraggiosi presenti in sala: benvenuti a questo consesso al femminile.

Molto interessante è stato l’accento posto da Isabella Bossi Fedrigotti durante tutta la chiacchierata col suo pubblico sulla scrittura, sulle sue diverse componenti, autobiografica, per il giornale (e non giornalistica tout court), letteraria, della memoria, tutte inquadrabili sempre e comunque in una sola scrittura, peculiare poi di ciascun autore.

«Ho scritto questo libro e ho raccontato questa storia perché volevo risarcire queste tre donne dell’ingratitudine delle loro vite, delle promesse che quasi mai vengono mantenute. Ci ho messo come sempre nei miei libri dell’autobiografia, ma ho anche, come amo dire citando una frase del poeta Attilio Bertolucci, inventato dal vero. Mi piace questa definizione, mi pare si adatti bene ai miei libri perché considero un successo per la scrittura il divenire autobiografica per chi la legge. Un libro in cui riconoscere se stessi, la propria storia, le proprie emozioni».

Veniamo così a sapere che l’autrice ha una visione molto precisa di ciò a cui dovrebbe tendere uno scrittore: al primo posto dovrebbe esserci sempre una storia ben congegnata, la scrittura dovrebbe stare sempre sotto la storia, per essere giusta non dare nell’occhio. «Quando di un libro ci si sofferma troppo a parlare della scrittura, anche fosse per lodarla, avverto già qualcosa di sbagliato, che non mi attrae. È la storia che deve farsi ricordare, la storia a fare un buon libro».

Lei stessa, con rara sincerità per chi è abituato a successi di vendite pari ai suoi, racconta quasi in una confidenza che per un lungo periodo non credeva più alla sua scrittura, non le piaceva più, la sentiva bisognosa di sfrondamenti, di leggerezza che non riusciva a trovare, soprattutto se paragonata a quella di autori emergenti, da lei frequentati nelle letture per il giornale.

«Ci ho messo molto a scrivere quest’ultimo romanzo. Ho sentito la necessità, solitamente inavvertita, di rileggere più e più volte per effettuare quest’azione direi di limatura, di taglio. Inoltre la morte di mio marito, che era il mio critico più severo quanto prezioso, mi ha tolto un insostituibile aiuto; mi sono trovata a scrivere Il primo figlio senza questa complicità ed è stata più dura».

Parla di fatica, l’autrice, di quanto sia faticoso scrivere, spossante, ma anche del piacere che dà il poter essere soddisfatti il giorno dopo di una pagina ben scritta. Scrivere è la migliore analisi, afferma inoltre, manda via medici e psicologi. Scavare nel proprio cuore…, far emergere pensieri e idee, solo così posso concepire un buon libro.

Ci confida anche che l’aver terminato un libro porta ad una pace, una serenità accompagnata dalla sensazione forte di sentirsi un leone, che perdura per un buon lasso di tempo, ma poi va scemando e pian piano confondendosi con l’ansia di dover ricominciare, di dover pensare ad una storia nuova.

«E la devi cercare, non arriva dall’alto sotto forma di ispirazione; è come cercare un quadrifoglio in un prato, sai che c’è ma non dove, devi accanirti in questa ricerca. L’editore che mi sollecita, ma anche - afferma ironicamente - la mia educazione cristiana ai talenti che è dovere sfruttare al meglio mi obbliga a darmi da fare!»

Anche il raffronto fra le due attività principali di Isabella Bossi Fedrigotti, quella giornalistica e quella di scrittrice, costituisce un filo conduttore della serata: «Mi si è chiesto spesso della mia doppia scrittura, quella letteraria e quella che definirei per il giornale. Ecco, io ritengo che sempre del medesimo scrivere si tratti. Per me scrivere per il giornale è stata, e continua ad essere, un’ottima palestra per allenarsi all’articolo interminabile che è il romanzo. Per di più, si impara a non temere la pagina bianca; il giornalista non può permettersi di darsi troppo tempo, magari di incaponirsi sulla ricerca di un bell’incipit. No, i tempi del giornale sono ristretti, veloci, occorre tuffarsi, senza indugi. Altra cosa che mi ha insegnato la scrittura per il giornale è la capacità di scrivere in mezzo alla gente e ai rumori; per me, in redazione con altri dieci, è cosa ovvia. Mentre qualcuno crea il proprio pezzo c’è chi sbobina l’intervista appena fatta, chi guarda la TV, chi parla al telefono… anche a casa, quando scrivevo anni fa coi figli ancora in casa, intorno a me poteva succedere di tutto, i loro litigi e giochi, le continue interruzioni. Viceversa, anche il fatto di scrivere romanzi penso apporti qualcosa di positivo nel mio scrivere per il giornale: l’abitudine che dicevo prima a scavare dentro di me, a dare spessore a fatti e personaggi, mi consente di commentare fatti di cronaca, ad esempio, con questa stessa intenzione, con la stessa cura che dedico alla letteratura».

Non resta quindi che ritrovare quest’autrice fra le pagine dei suoi romanzi, che hanno abituato i suoi lettori – come giustamente rimarcato dalla Professoressa Maura Cavallero, promotrice dell’incontro con l’Associazione Le Argonaute e la Biblioteca civica sondriese – ad una scrittura estremamente raffinata e piacevole, capace com’è di felici incursioni in una sottile ironia oltre che di tratteggiare personaggi in grado di restare impressi nella loro autenticità.


Annagloria Del Piano


 
 
 
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