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Annagloria Del Piano. Il poema dei monti naviganti 
Ripercorrendo a teatro il viaggio fantastico di Paolo Rumiz su e giù per le montagne d’Italia
Un momento dello spettacolo
Un momento dello spettacolo 
23 Febbraio 2010
   

Metti una Topolino del ’53, un percorso di 8.000 chilometri rigorosamente lontano da autostrade e grossi centri abitati più, naturalmente, la curiosità e la penna di un grande giornalista come Paolo Rumiz ed ecco la possibilità concreta di un viaggio che si trasforma in…poema.

Il poema dei monti naviganti – portato in scena poche settimane fa anche a Tirano e Morbegno – racconta di questa inquietudine del viaggiatore, qualcosa di genetico che induce a partire. Ben inteso: di viaggio si parla e non di vacanza!

Rumiz parte nel 2006, da Trieste, scegliendo un mezzo lento, l’auto d’epoca Nerina, per provocare gli Italiani divorati dalla fretta. L’intenzione è di arrivare ad un mitico Capo Sud, punta estrema della Calabria. In quanto tempo? Quello che ci vorrà, né più né meno. E in effetti quel traguardo diventerà lontano come la Patagonia.

Tanti gli incontri, tanti gli stupori e i racconti, la condivisione…

Ci sarà Mario sull’altopiano di Asiago (Rigoni Stern), il vecchio anarchico che si dice partigiano dell’anima, attaccato alla terra, arrabbiato contro chi ha ridotto il Piave a un terzo della sua portata, contro chi ruba l’acqua in nome delle risorse pulite e trasforma l’Italia: «se la politica non aiuta chi lavora la malga, qui l’erba matta invaderà tutto!». Mario, che per Rumiz non muore: diventa bosco.

E poi, le foreste del Trentino dove si può incontrare l’orso. Anche lui racconta una storia. È una storia che lascia di stucco, una favola. Lo vede, Rumiz, che sta «scendendo con le chiappe» giù dal pendio. Che pensare? È scivolato, forse anche gli orsi scivolano. E invece l’orso, risalito in cima, lo rifà! Ma che? Lo fa apposta? Certo, lo fa apposta: si sta solo divertendo.

Prosegue, il viaggio di Rumiz sulle montagne del Piemonte. E arriva in Val Maira, la più arcana delle valli cuneesi. Un tornante dopo l’altro, la buia Val Maira, la meglio orientata da ovest a est, tanto da essere usata come punto ottimale di avvistamento durante la seconda guerra mondiale. C’è la Ca’ di Bornhu, Casa dei Ciechi: confiscata dai fascisti nel ’44 che vi confinarono tutti i non vedenti reclutati nel territorio i quali, grazie al loro udito speciale, erano in grado prima di chiunque altro di avvertire di notte l’arrivo dalla Francia dei bombardieri alleati…

Da Elva, invece, partivano gli uomini, in inverno quando il lavoro agricolo era fermo e andavano, lhi pelassiers, i raccoglitori di capelli (come venivano chiamati in occitano, lingua ancor oggi parlata in Val Maira), a cercar chiome. Già, per le aziende elvesi, piccole ditte artigianali, familiari in molti casi, ma in un batter d’occhio divenute note produttrici di parrucche e toupet. Per le città della bassa, dunque, a tagliar e comprar le chiome più belle. Quelle che si prenotavano perfino con tre anni d’anticipo. Poi le donne elvesi lavoravano i capelli e realizzavano prodotti richiesti in tutto il mondo; non solo dall’Italia, ma anche da Francia, Germania, Australia, Argentina e Stati Uniti. (Questa storia mi cattura particolarmente: il mio bisnonno veniva da là, dalla Val Maira e da un paesino dimenticato da Dio e dagli uomini, Celle Macra, dal quale volle andarsene proprio esportando quel lavoro del pelassier, unico in Valtellina quando vi giunse - e vi restò per sempre - a portarlo avanti...)

È un succedersi di nomi di vette, questo spettacolo, tanti toponimi a formare un poema. Basta saperle osservare e vivere per quel che sono, queste nostre montagne. I loro nomi, elencati in un sussurro dai due ottimi attori in scena Roberta Biagiarelli e Paolo Fagiolo, paiono davvero comporre una poesia. Come non considerare poesia la foresta di Paneveggio, in Val di Fiemme, un’estensione di alberi monumentali, grandi madri che proteggono la vallata. E dove ancora si piantano abeti rossi destinati a fornire prezioso legno da musica, tavole di risonanza ottime per realizzare strumenti ad arco come ai tempi di Stradivari che ci andava per i suoi violini insuperabili?

Ecco ora una puntata nell’Oltrepò pavese dove Rumiz incontra Luchino Dal Verme, nipote del deputato di fine ‘800, comandante partigiano, anche lui tante storie da narrare insieme alla convinzione che «ci vorrebbe un altro 8 settembre come quello del ’43, quando dalle montagne si ripartì a ricostruire. Perché quest’Italia è piena di disvalori e non rispetta la montagna. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane, e li disponga allora ‘sti provvedimenti, porca miseria! Ché la montagna non è mica solo la domenica!»

Anche nell’infinito zig zag degli Appennini ogni incontro è una perla di saggezza. Così avviene con Giovanni Biffi, classe 1919. Racconta degli orsi, il Biffi e poi spazia con gli argomenti e va a finire alla tenerezza che gli fanno i forestieri, «queste ucraine e rumene, magari laureate, che ora puliscono il culo a noi vecchi. Ma noi? Come eravamo noi? Quanti delinquenti e truffatori! Chi se la prende con gli immigrati non ha memoria».

A Predappio, la cripta del Duce. Duecento firme ogni mese da parte dei visitatori... però, per la legge del trapasso, è inquilino della propria vittima: il cimitero è in via Giacomo Matteotti…

E ora la Topolino riparte, piena di vigore antifascista, per l’Italia di mezzo. Nelle Marche succede una cosa strana: gli automobilisti si sbracciano, salutano, lampeggiano (cose impossibili nelle autostrade). Sono attimi che si archiviano nella memoria, dice Rumiz. Ed è qui che conosce Ginetto, ottantatré anni, munito di Ape: l’elogio, la celebrazione suprema della lentezza. Anche lui racconta della prigionia in un campo tedesco, ma più ancora della chiesetta lassù nel bosco che ha costruito proprio lui con altri muratori per poi, semplicemente, potercisi sposare.

È poi la volta della Puglia, dell’incontro col casaro Roberto D’Andrea che ha saputo resistere, nonostante chi si è dimenticato della grande anima del Sud che è la pastorizia e di chi, con leggi incredibili e disposizioni assurde, sembra faccia di tutto per ostacolare le transumanze.

In Campania la terra appartiene alle donne rotonde, debordanti, simbolo di fertilità, del sacro che passa dai corpi. Bar pieni di uomini soli, santuari con chioschi di chincaglierie, cibi fritti e pie donne mormoranti, ma ancora in grado inspiegabilmente di trasmettere un’energia mistica...

Sole che picchia, sempre più a sud. Cicale e stoppie bruciate. La Topolino arranca. Dopo altri 40 chilometri la certezza che il viaggio sta finendo. In Calabria tutti si stupiscono di quest’auto che arriva da Trieste, tutti che la fischiano: sfido, è femmina! Nel punto più stretto dello stivale italico, una sorpresa: l’aspetto dei paesi è stranamente simile a quello di certi luoghi del panorama subalpino, quasi piemontese, investito dai venti… Sull’Aspromonte, Antonio Barca, costruttore del rifugio, disegna la mappa dei tanti sequestri d’Italia: «là tennero Soffiantini, là Casella… Oggi lavoriamo col trekking…»

La Topolino è sporca e felice: domani Capo Sud. Il viaggio è finito. Un viaggio per la spina dorsale d’Italia, la rincorsa al mare dei monti. E senza questa spina dorsale, l’Italia si affloscerebbe…

Isola della montagna divina, così la battezzarono i Fenici venendo dal mare e vedendo l’Etna: Italia.

Rumiz scrive: «Ero partito per fuggire dal mondo, e invece ho finito per trovare un mondo: a sorpresa il viaggio è divenuto epifania di un’Italia vitale e segreta. Ne ho scritto con rabbia e meraviglia. Meraviglia per la fiabesca bellezza del paesaggio umano e naturale; rabbia per il potere che lo ignora. Come ogni vascello nel mare grosso, la montagna può essere insopportabile incubatoio di faide, invidie e chiusure. Ma può anche essere il perfetto luogo di rifugio di uomini straordinari, gente capace di opporsi all’insensata monocultura del mondo contemporaneo».

Bellissima intuizione registica, ottimi attori per il piacere di ritrovare staccate dalla carta e vive, in un viaggio che fa anche lo spettatore, le parole di Paolo Rumiz nel suo libro La leggenda dei monti naviganti. Che sul palco diventa poema.

 

Annagloria Del Piano

 

 

Paolo Rumiz, La leggenda dei monti naviganti

Feltrinelli, 2007, pagg. 339, € 18,00

 

Spettacolo Il poema dei monti naviganti

Da un’idea di R. Biagiarelli

Con R. Biagiarelli e P. Fagiolo

Info: www.babelia.org


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