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“Bella addormentata” di Marco Bellocchio 
Lettura di Patrizia Garofalo
24 Dicembre 2013
 

Era livido quel cielo, quell’anno, quei giorni di Febbraio come mai l’avevo sentito né visto.

E c’era tanta pioggia, tanta acqua che non smetteva mai. Infangava piedi e cuori, piegava gli ombrelli e s’attaccava ai tergicristalli come impastata dal dolore, dalla solitudine… e di sottofondo parole, troppe, inutilmente violente, gettate come pietre contro un uomo solo.

Una crocifissione terrena condotta da un popolo di credenti in nome di un Dio che se ci fosse stato non certo avrebbe voluto tanta poca misericordia. Io ho visto il film di Bellocchio solo stasera; le immagini sono simili a quelle che per sempre mi rimarranno nella mente e nel cuore. L’intera pellicola non concede soste alle luci che, sempre basse e di riverbero metallico immergono nel vortice delle contraddizioni umane le vicende dei personaggi. Esse si snodano nell’ultima settimana di vita di Eluana e accadono in luoghi diversi, in una topografia dell’anima che separa e mai unisce ma apre ad interrogativi sulla sorte di noi tutti, differenti scrittori della nostra vita. Una madre aspetta il risveglio della figlia e sacrifica se stessa e chi la ama, compressa da un dolore senza soluzione che straripa ogni momento come un fiume in piena e non riconosce altro che non sia un allontanamento progressivo da chi, come il figlio la implora di un gesto d’amore e ri-conoscimento. Un padre che durante quei giorni rivive la sua storia d’amore per la moglie che ha aiutato a morire abbracciandola mentre la sofferenza se ne andava piano, quasi ringraziando, quasi ricomponendo nella quiete uno strazio a lungo consumato e devastante. Il padre-senatore uscirà dal suo partito. Eluana cessa il suo calvario poco prima che egli possa consegnare le dimissioni.

L’amore cambia il modo di vedere le cose” dice la figlia del politico innamoratasi di un giovane che alla manifestazione era dalla parte di coloro che volevano, come deciso dalla magistratura, la sospensione dell’alimentazione per Eluana. E mentre l’amore cambia il modo di vedere le cose riconsidera nel suo ricordo da bambina l’abbraccio che da uno spiraglio delle porta aveva visto avvolgere sua madre. È in quel momento che il padre gli consegnerà la lettera e la verità; la scena s’interrompe con la ragazza che legge lo scritto. Siamo in una stazione dove s’arriva, si parte, ci si saluta, dove più voci, tante voci, fischi di treni ed altoparlanti, dolori riposti nelle valigie e anime in corsa vanno e vengono, arrivano anche. Sembra che una voce prevalga sull’altra, sempre l’ultima prima di morire ed essere sorpassata da “altro”. Non è forse di questi vivi la morte? O meglio l’incapacità di cogliere che la vita è libertà di arrivo ma anche di partenza?

C’è poi la storia che appare in apertura del film. Una ragazza bellissima, vittima della droga dalla quale non riesce ad uscire, imprigionata in una vita che non è più vita, che è carcere, spaccio, furto e niente altro. È bellissima e la fotografia ci restituisce l’unica luce calda dell’intero film, è bellissima dicevo dai tratti dolci e volitivi insieme, dai capelli lunghi che le incorniciano il viso… assomiglia ad Eluana… così mi sono detta al vederla. Desisterà da reiterati tentativi di suicidio per la vicinanza di un medico noncurante di quanto aveva detto un suo collega, “è inutile che ti preoccupi, i tossicodipendenti saranno sempre tossicodipendenti”. Intensa e dialogante nel silenzio la scena che la vedrà guardare la finestra, tornare indietro, sfilare piano le scarpe dal dottore mentr’egli aveva preso sonno, e rimettersi a dormire con una calma gestuale ed interiore che si offre alla vita.

Tre storie che creano continui interrogativi sul cerchio molteplice ed imperfetto della vita nel rispetto profondo di ogni libera scelta. E Bellocchio torna con evidente insistenza ad inquadrare gli occhi, i volti, li interroga quasi ad affondare nell’anima e cercarne una risposta “che squadri da ogni lato l’animo nostro informe…solo questo possiamo dirti ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Non è comunque imparziale sulla vicenda Englaro; introduce in diretta filmati e parole di quei giorni, i politici, i poteri forti, il giudizio aprioristico che aveva accompagnato 17 anni di lotta è come realmente fu; cornice confusa e poco com-prensiva di un dolore al quale la risposta, se di risposta si può chiamare, mi appare ora quella del ragazzo che tenta di recitare ad una madre sorda Donna de paradiso. Una crocifissione che lui sentiva avvenire dentro di lui abbandonato da chi gli aveva dato la vita. E bella addormentata viene a significare quel lieto fine che in troppi hanno negato per 17 anni ad Eluana Englaro e alla sua famiglia e segnano di impietosità una vicenda personale che da sempre e per sempre Englaro porterà avanti in nome di tutti.

 

Natale 2013


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