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Maria Lanciotti. La rosa nera e la rosa rossa, una storia follemente umana – 2 
Dopo la chiusura dei manicomi (Legge Basaglia –13 maggio 1978, n. 180)
(foto di Roberto Cano
(foto di Roberto Cano') 
28 Ottobre 2018
 

La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia. Invece incarica una scienza, la psichiatria, di tradurre la follia in malattia allo scopo di eliminarla. Il manicomio ha qui la sua ragion d’essere.

(Franco Basaglia, 1924-1980)

 

 

Dove mi trovo? Al Pronto Soccorso, in sala d’attesa. Stesa su una panca coperta da un lenzuolo bianco. Vorrei imboccare la porta ma non riesco a muovermi.

Eccomi, sono qui! – E nonna tutta affannata mi si butta addosso piangendo. Povera vecchia nonna sempre presente, ma ecco che dietro di lei... E avanza quello che chiameremo mio marito – lui ancora si reputa tale – che mi abbranca, mi deposita sul sedile posteriore della sua auto e parte, e parto anch’io.

Sono a casa, nel mio letto. Mio marito – non si può dire ex fino allo scioglimento definitivo del vincolo con il divorzio, speriamo entro il 1980 – seduto in poltrona a gambe accavallate legge il Corriere dello Sport e mi sembra di scivolare all’indietro, ma con un colpo di reni mi drizzo sul letto e gli indico l’uscita. Cortesemente. Poi gli vado dietro e tiro il chiavistello.

 

Sto dormendo quando suonano alla porta. Ancora nonna. Che trovando sbarrato dall’interno s’è attaccata al campanello. Dobbiamo levarci il vizio, tutte e due, di entrare a tutte le ore nella casa dell’altra. Perché ci siamo scambiate le chiavi? E la privacy? Sì, la privacy!

Perché ti sei chiusa dentro? perché stai al buio?

Che c’è, nonna?

È pronta la minestra.

O mangi la minestra di nonna o ti butti dalla finestra.

Dopo, – le dico, e richiudo.

A FORZA DI BUONE MANIERE SI PERDE L’EDUCAZIONE.

 

Vado in bagno e lo trovo sporco. Chi è stato?

Rinuncio alla doccia e vado da nonna, prima che torni lei.

E lì trovo anche mia madre. Allegra come un funerale. E c’è pure il mio quasi ex, seduto a capotavola. Che bel quadruccio.

O io o lui – sentenzio, rigida come un manico di scopa.

Suspense. Poi lui si alza ed esce. Avrei preferito che fosse rimasto, così me ne sarei andata io.

Sono diventata intollerante a ogni forma di sopruso; agli AMOREVOLI GESTI CHE SONO IL POSSESSO DEL SANGUE PARENTE. Patetici, questi tentativi familiari di fare da anello a una catena spezzata. UNA CATENA DI STAGNO SPACCIATO PER TITANIO.

 

Lascio madre e nonna in cucina e vado nel salotto buono, quello che nonna non apre mai, custode di memorie e fiori appassiti. Sul tavolo c'è un puzzle compiuto a metà. Mio marito lo regalò a nonna lo scorso Natale interpretando i suoi gusti per farsela amica e alleata. San Pietro con tutto il colonnato. La fabbrica della vanità. Oggi è la volta buona che lo sbriciolo.

E questo faccio, scompagino il già fatto e tessera per tessera lancio tutto dal balcone che dà sulla strada, come coriandoli a Carnevale. E in ultimo butto pure la scatola. Domani porterò a nonna un nuovo puzzle con una bella veduta della campagna romana, con ruderi, greggi e pastori e stormi di uccelli.

Un bacio al volo alle mie care vecchine e rientro a casa mia.

 

Dovrei dormire un po’, ci provo, ma non riesco. Allora potrei fare le grandi pulizie, quelle che di solito si fanno a pasqua. Che importa se invece è ferragosto?

Da dove cominciare? Chi è che riduce l’appartamento in questo stato?

Prendo la scala e comincio a svuotare i pensili, per lavarli dentro e fuori e poi riordinarli a modino. Ma sono già stanca e mi stendo sul divano per riposare un momento. E invece mi risveglio la mattina dopo, col fracasso dei cassonetti della spazzatura.

IL TEMPO S’È MESSO A VIAGGIARE PER SUO CONTO, non ci capisco più niente.

 

Trilla il campanello. È mia cognata, sorella maggiore dell’uomo da cui mi sto separando, che gli ha fatto e ancora gli fa da baby sitter.

Sono passata a vedere come stai – dice dopo che è entrata.

Bene, e tu?

Che ti hanno detto al Pronto Soccorso?

Niente di che. Una botta di caldo.

Ti hanno prescritto farmaci?

Valium, al bisogno – le dico, guardandola dritto negli occhi.

Ah! Hai preso il caffè? – Che sta a significare: offrimi un caffè.

No, ho la cucina inagibile.

Manca l'acqua?

No –, seccamente.

Be’, fumiamoci almeno una sigaretta.

Mia cognata la conosco. Somiglia al fratello. Non si fanno scalfire, ma anch'io sto imparando:

Non fumo più.

Andasse pure a riferire a chi di spettanza, è ciò che voglio.

 

Bussano. Ancora mia nonna.

Benedetta figlia, perché ti chiudi dentro? e se ti senti male?

Nonna, non portare iella.

Vieni di là, ho preparato il tiramisù.

E se cominciassi a urlare? Invece seguo la nonnetta, docile come una tigre addomesticata.

Resta qui con me, sono più tranquilla – dice nonna, che mai demorde.

E MI SCATTA LA PIETÀ PER L'UMANA PIETÀ.

Penso a mia madre. A quanto siamo state sempre distanti. A tutte le volte che ci siamo avvicinate solo per farci del male.

Eppure ci deve essere un modo per volersi bene senza mancarsi di rispetto.

Ed esco per andare da lei e provare di nuovo a perdonarci.

 

La trovo che innaffia i vasi sul balcone. ACCOGLIMI MAMMA TI PREGO CON UN SORRISO. PREPARA UNA ZUPPA DI PANE E LATTE, MANGIAMO INSIEME.

Mia madre mi guarda inquieta, quasi studiandomi. Restiamo in silenzio sedute su due vecchie poltroncine di vimini che mamma ogni anno in primavera rivernicia di bianco, assieme agli infissi che rivernicia di verde.

Qualcuno la chiama salendo le scale, è la sua vicina che viene a trovarla e subito si mettono a chiacchierare tra loro, compiaciute e commosse delle piccole cose che si raccontano. Rivangano i bei tempi andati, quando si mangiava pane e cipolla e si era sempre contenti. Poveri in canna ma in grazia di Dio. Parlano dei loro mariti morti troppo presto e baciano ognuna il medaglione con la foto del defunto che portano appeso al collo. Ignorando completamente la mia presenza. Poi mia madre invita la sua vicina a rimanere a cena con lei, così si fanno compagnia.

Saluto e scappo via. MIA MADRE NON MI HA PREPARATO LA ZUPPA DI LATTE, NON ABBIAMO MANGIATO INSIEME.

 

Sto per prendere l’ascensore e rintanarmi in casa, quando un’ondata di terrore mi sommerge. E se qualcuno vi si fosse intrufolato durante la mia assenza? E se mi stesse aspettando armato di coltello?

Suono alla prima porta che trovo a pianoterra e mi apre un mostro. La faccia viola con le labbra gonfie nerastre, gli occhi immensi e… un SESSO ENORME. Alle sue spalle un altro mostro, ma di genere femminile, con una parrucca gialla sfilacciata e gli occhi strabuzzati che mandano lampi neri. Mi tirano dentro mentre mi cedono le gambe e mi affloscio su un divanetto.

Quei due mi guardano e si guardano, chissà che stanno macchinando.

Fingo di svenire per prendere tempo e cercare di capire dove sono capitata.

Sbircio i loro movimenti. Stanno frugando nella mia borsa parlottando fra loro, poi spostandosi nel corridoio fanno una telefonata di cui non afferro una parola.

DEVO TAGLIARE LA CORDA. Mi alzo dicendo che sto meglio, solo un capogiro, un po’ di stanchezza, grazie e scusate il disturbo. Afferro la borsa e faccio per uscire, ma loro mi costringono di nuovo a sedere.

Suonano alla porta ed io mi aspetto di vedere entrare la MORTE in persona.

 

È vestito di grigio con fondina e pistola. Scambia poche parole con i padroni di casa, mostruosi! – forse è dei loro? – mi prende gentilmente per un braccio e mi porta fuori, chiama l’ascensore, saliamo, mi chiede le chiavi e apre la porta di casa ed entriamo. ADESSO MI SPARA, penso.

Invece prende a rovistare dappertutto, apre sportelli e cassetti, poi entra in bagno, traffica un po’, e ne esce mostrandomi la scatola dei sonniferi. Ecco dove stava, al suo posto: nella cassetta dei medicinali.

È lei che ne fa uso? – mi chiede.

No, guardi, è lì da non so quanto tempo.

Massimo sei mesi, data della confezione, e adesso è quasi vuota. Che mi dice? vive sola?

Ma di che mi accusa?

Tento una spiegazione. Ma suona falsa alle mie stesse orecchie.

Potendo, vorrei ingoiare ora un’intera scatola di sonniferi e dimenticare. Che ne sanno loro di quello che sto passando? Come posso spiegare quanto si può stare male, mentre a occhi bendati si viene scorticati vivi da CHI NON VUOLE MOLLARTI E ARPIONATA A PAROLE DA CHI NON HA LA FORZA DI AFFERRARTI?

Allora, qui vive sola?

Sì, sono di fatto separata.

Dov'è suo marito? come posso rintracciarlo?

Dissolvenza.

 

Qualcuno mio sta schiaffeggiando.

Apro gli occhi e urlo nel vedere che anche l'uomo con la fondina è un mostro con la faccia viola e ora mi sta portando fuori a braccia, e sotto casa c'è un furgone che aspetta, e appena siamo dentro il furgone parte.

Pronto Soccorso. Mi stanno già aspettando e sono tutti mostri. Con gli occhi immensi fissi e il sesso che straripa dai camici. Bianchi, verdi e blu.

Mi fanno tutti assieme il terzo grado.

Quante ne hai prese?

Non fare la furba, è meglio che ce lo dici.

Meglio per te.

Perché ti sei impasticcata?

Da quanto tempo le hai prese?

Le hai mandate giù con l'alcol?

DE-VO RE-STA-RE CAL-MA.

Cerco di ricapitolare ma non me ne danno il tempo e diventano sempre più aggressivi.

 

Passano alla tortura. M’infilano in bocca un serpentone nero e spingono giù mentre mi tengono immobilizzata.

Brava, così, abbiamo quasi finito, – dice uno con voce umana. E rivolto agli altri: – Ha lo stomaco vuoto, ed è così debilitata che rischiamo di fare danni. Niente pasticche, niente alcol, nemmeno una foglietta d’insalata e non presenta sintomi di avvelenamento...

Tira, tira via, questa sta male! – e il serpentone mi ripassa attraverso, stavolta in uscita.

È fatta, su – mi rincuorano – dovevamo controllare che non avessi ingerito roba pericolosa, non puoi immaginare quanta gente dà di matto in questo periodo dell’anno, col solleone che squaglia le meningi…

Vedo ai miei piedi una bacinella colma d’acqua verdastra, e un conato di vomito e di rabbia mi squassa, spalanco la bocca per un urlo da bestia ma la voce non mi esce.

Firma qui. – E mi sbattono fuori.

 

Cielo stellato, silenzio per le strade deserte e finestre chiuse. È mezzanotte passata, mi dice l’orologio della chiesa: oggi è un altro giorno. Adesso vado alla polizia e sistemo tutto.

Magari più tardi, adesso proprio non ce la faccio. Spero solo di riuscire ad arrivare a casa.

Anzi, telefono pure al mio avvocato. Voglio sapere se è lecito fare una lavanda gastrica a una che pesa quaranta chili solo per levarsi uno scrupolo e poi rispedirla a casa a piedi, da sola, nel cuore della notte.

E ho anche dovuto firmare per il mio rilascio.

Vado come in un incubo, mi aspetto di vedere saltare fuori dai chiusini spettri ghignanti e lingue di fuoco.

Sono quasi arrivata, quando il panico mi strozza in gola, levandomi il fiato. Mi sento osservata da ogni possibile spiraglio attorno. E ho la certezza tremenda che lui, colui, egli, mi stia aspettando nascosto nell’ombra. Se scappo m’insegue, se infilo il portone…

DEVO TROVARE IL MODO DI SVICOLARE.

 

Arrivo di corsa al cancello, al portone e dentro l'ascensore. Premo il primo e l'ultimo pulsante e prendo a fare saliscendi. Finché l'ascensore è in movimento nessuno può aprirlo. Ma il rumore che fa ogni volta che passa richiamerà l'attenzione. Qualcuno nel palazzo ci sarà pure rimasto, e verrà fuori per reclamare.

Porte che sbattono e voci. Gente sui pianerottoli. Sul mio, c’è una vera ressa. Dove stava rintanata tutta questa gente? E non poteva mancare nonna, che si sta sbracciando mentre mi urla di scendere.

Mi spiace ma non posso, – e continuo con la manovra, guardando mentre passo e ripasso quelli che mi stanno a guardare attraverso il rettangolo di vetro.

Vuoi qualcuno, c’è qualche persona che possiamo chiamare? – chiede una voce, ed io rispondo sì, VOGLIO I POMPIERI. Questa è una buona idea. Dei pompieri mi fido. Appena arrivano fermo l’ascensore ed esco. Intanto continuo la mia corsa, e fuori la confusione aumenta.

 

Eccoli, sono arrivati con le loro belle tute arancioni. Loro salvano i gattini in pericolo, spengono gli incendi nei boschi, entrano negli appartamenti in fiamme, rischiano la vita per salvare quella degli altri. Sì, di loro mi fido. Uscirò, ma a una condizione:

Vengo fuori ma prima mandate via tutta questa gente, – e assisto allo sgombero dei pianerottoli mentre continuo a viaggiare. Le porte degli appartamenti si chiudono, torna la calma, restano solo i pompieri e a quel punto fermo l'ascensore e scendo.

I vigili sono tre, ma chiedo che uno solo mi accompagni dentro casa – quello più anziano, che si chiama Alvaro – gli altri per favore restino fuori. Mi vergogno per come sono conciata. Dentro l'ascensore mi sono fatta ripetutamente la pipì addosso.

 

A casa mi dirigo subito al bagno con l'intenzione di lavarmi, ma crollo a metà corridoio.

Quando riapro gli occhi mi trovo stesa sul divano. Accanto a me c'è una sconosciuta e il pompiere che mi tiene la mano. La donna – minutina, occhi strapazzati – dice:

Sono un medico, non abbia timore. – Mi sorride e vedo che ha la BOCCA PIENA D'ACCIAIO. Mi riprende il terrore. Ma Alvaro dice che la dottoressa è qui per aiutarmi, c'è lui che controlla la situazione e quindi devo stare tranquilla.

Come posso stare tranquilla nelle mani di una che ha L’ACCIAIO AL POSTO DEI DENTI?

Che cos'ha in bocca? – le chiedo.

Un apparecchio correttivo, non pensavo si notasse tanto.

E ci dovrei credere? Con tutte le mostruosità che mi è capitato d’incontrare oggi… no, anzi ieri? Dove andremo a finire con tutta questa supertecnologia e cibernetica avanzata? E adesso che sta facendo la dottoressa?

Le prendo la pressione, stia rilassata.

La mia pressione non le piace. Si vede dallo sguardo che scambia col pompiere.

Mi dia il braccio, le faccio un'endovena.

Che mi vuole iniettare, droga?

Tranquilla, – interviene Alvaro, – ci sono qua io. – E mi accarezza la mano, mi fa tendere il braccio, e sento un pizzico, e qualcosa di rapido che scarica bruciore e terrore fuori di me, e mi alleggerisce il cuore.

Quando penso che tutto sia finito mi sento sollevare come una piuma e portare via non so dove e un terrore indicibile mi contorce le viscere, e la certezza che mi vogliano uccidere esplode con una fiammata e io vado in cenere.

 

Maria Lanciotti


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Dir. responsabile Enea Sansi - Reg. Trib. Sondrio n. 208 del 21/12/1989 - ISSN 1124-1276 - R.O.C. N. 24762 LABOS Editrice
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