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Gregory Lynn Summers, wasp di 48 anni, giustiziato a Polunsky Unit, Texas 
Ce lo presenta la musicista milanese Caterina Calderoni
09 Settembre 2007
 

Un articolo che nessuno ha voluto per una storia più che drammatica, ardua, da digerire con fatica, sempre che si possa metabolizzare un evento del genere con il suo terribile bagaglio di particolari.

Su un lettino. Le braccia legate, come in croce, e l’ago in vena. Così ogni condannato a morte, da “eseguire” con l’iniezione letale, si presenta ai tre da lui prescelti e ai cinque familiari o amici della vittima che assistono all’ultimo respiro della sua vita. Non ha fatto eccezione Gregory Lynn Summers, giustiziato a Polunsky Unit, Texas. Greg, 48 anni, di bell’aspetto, biondo, occhi azzurri, un classico wasp (white, anglo-saxon and protestant: e questa volta forse non è giovato ad alcunché, nessun privilegio o favore concesso, bisognava forse dimostrare che la giustizia è uguale per tutti?) è stato ucciso il 25 ottobre 2006, dopo aver trascorso sedici anni in una cella di 1,5 x 3 m. Lo si accusava d’essere il mandante dell’omicidio dei genitori adottivi e di uno zio paterno. I tre furono accoltellati dopodiché fu appiccato un incendio alla dimora nel tentativo di far sparire le prove del crimine e spingere gli investigatori sulla pista di una tragica fatalità. Un delitto senza dubbio orribile. E un processo troppo colmo di bachi e buchi per non destare il dubbio e il sospetto di una sentenza frettolosa e pilotata.

Questa è la tesi che Caterina Calderoni, 43 anni, milanese, musicista, sostiene con passione. Lei era una delle tre presenze che Greg aveva chiesto, l’ultimo giorno, con sé. «Ho conosciuto Greg attraverso un annuncio pubblicato su un giornale, un appello a scrivergli» racconta. «Io già ero impegnata contro la pena di morte con l’associazione Nessuno tocchi Caino. Greg era innocente: ne ho maturato la convinzione dopo i tanti anni nei quali ho seguito le sue vicende. Andrew Cantu, l’omicida reo confesso, aveva due complici, i quali dissero che Cantu aveva loro riferito che Greg aveva commissionato il delitto: una dichiarazione mai resa, peraltro, di fronte ad alcun tribunale. L’accusa sosteneva che il movente fosse quello di riscuotere il premio della polizza di assicurazione sulla vita dei genitori. Cantu, giustiziato a sua volta nel ‘99, non è però mai stato chiamato a testimoniare al processo di Greg, il quale, non avendo denaro, si è ritrovato un avvocato d’ufficio, un esperto in diritto immobiliare, che per non rischiare di far danni non s’è mosso affatto. Un’altra prova considerata “schiacciante” è stata fornita da un carcerato che per un certo periodo ha condiviso la detenzione con Greg e che avrebbe detto che lui gli aveva confessato le sue responsabilità. Una volta liberato, però, quel detenuto ha ritrattato affermando che le sue dichiarazioni erano false e gli erano state estorte dietro promessa di uno sconto di pena».

Caterina è ancora animata da fortissima indignazione: «Senza neppure che lo avesse visto è stata stilata una perizia da parte di uno psichiatra, chiamato – lei si figuri – Dottor Morte proprio per aver mandato a morte tanta gente con i suoi superficiali rapporti medici. Questo “specialista”, ora scomparso, sarebbe stato poi radiato dall’American Psichiatrist Association. Greg aveva un gran desiderio di vivere – lo dimostra il fatto che continuasse a tenere tanto a se stesso e al proprio aspetto fisico – ed era determinato a lottare per affermare la propria innocenza e tornare in libertà. Non si è mai rassegnato: era fermo come una roccia e sino alla fine ha conservato tutta la propria dignità».

«Greg passava il suo tempo in cella leggendo e dipingendo» ricorda Caterina (in calce, un piccolo campione della sua produzione, ndr). «A un certo punto gli hanno proibito di tenere i colori. Allora ha usato soltanto la matita». Sul pianoforte sparge foto di dipinti di Greg, la sua eredità: un colibrì che sugge il nettare di un fiore, un veliero, nubi, nature morte, corpi e volti di donna, tutte immagini evocanti un’agognata sognata e ormai impossibile libertà.

Il corpo di Greg Summers è stato infine portato in Italia, come da lui richiesto nelle ultime volontà. «Ci ha detto... Non lasciate il mio corpo qui, nello Stato che mi ha ucciso. Portatelo in Italia. Per lui questa era ormai la più grande preoccupazione. Ci ha messo 6’ a morire. Non ha chiuso gli occhi subito. Nell’ultima telefonata, fattami alcune ore prima dell’esecuzione, c’è stato un momento di silenzio, estremamente doloroso, improvviso, carico di angoscia. Mi ha fatto molto male, più tardi, durante le tre ore di rinvio dell’esecuzione nella speranza d’accoglimento dell’ennesimo ricorso e di temporanea sospensione della pena, il vedere cronisti che sbuffavano, il cappellano che guardava l’orologio, le guardie che sghignazzavano fra di loro. Mentre un uomo stava per morire».

 

Alberto Figliolia


Foto allegate

G.L. Summers,
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