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Alberto Figliolia. R.I.P., Kobe B. Bryant
30 Gennaio 2020
 

Con il pallone da basket poteva fare qualsiasi cosa, tale e tanto era il suo talento. Per costruirsi un tiro non aveva bisogno di alcun compagno, ma per vincere sì, come sapeva bene il suo gemello in pivot Shaquille Rashaun O'Neal (tre titoli insieme ai Lakers nel 2000, 2001, 2002, e qualche incomprensione di troppo alla fine dell'esperienza californiana del gigante nativo di Newark). Nessun numero può esaurire la grandezza di un campione quale è stato Kobe B. Bryant, guardia tiratrice di 198 cm x 96 kg, con cinque campionati NBA nel palmarès, due ori olimpici, oltre 33mila punti segnati nello scintillante campionato stelle-e-strisce e una serie di primati e riconoscimenti individuali senza pari nelle sue venti stagioni da pro, avventura iniziata saltando l'esperienza del college e trasmigrandovi direttamente dalla high school.

Vent'anni ai Lakers... nessuno negli USA ha mai militato tanto in una singola squadra. Fieramente figlio degli States, ma con un'abbondante spruzzata, e qualcosa di più, d'italianità, in quanto Kobe dai 6 ai 13 anni aveva vissuto nelle varie contrade del Bel Paese al seguito del funambolico player che è stato suo padre Joe, detto Jellybean: Rieti, Reggio Calabria, Pistoia, Reggio Emilia, le tappe della vita italiana di Kobe, che difatti aveva bene imparato la nostra lingua per non più dimenticarla. Potremmo anche dire che l'imprinting cestistico di Kobe è europeo, anzi italico. E lui l'Italia avrebbe continuato ad amarla.

Una tragedia immane è la sua scomparsa. Ci restano le immagini del suo stupendo atletismo, l'ammirazione per la raffinatissima tecnica individuale, la passione immensa per il gioco abbinata a un'etica del lavoro superiore, il ricordo di quel giovincello imberbe che in un precoce All Star Game aveva osato sfidare in 1 contro 1 Sua Maestà dell'Aria Michael Jordan, allontanando da sé, da loro, tutti gli altri contendenti. Ora non c'è più il Black Mamba, l'uomo capace di metterne dentro 81 in un match, secondo solo ai 100 del leggendario Wilt The Stilt Chamberlain.

Era un creativo a 360° Kobe. Come giudicarlo altrimenti? Vincitore nel 2018, insieme con Glen Keane, anche di un Oscar per il miglior cortometraggio d'animazione, Dear Basketball, ispirato alla sua lettera d'addio al basket.

Un uomo di sole luci? Anche ombre. E chi non ne accumula nel corso di una vita? Ma era, al di là dello sportivo clamoroso e di successo, al di là del carisma, un giovane uomo colmo di attenzioni verso il mondo, un padre affettuoso (con lui, nel tragico incidente e incendio dell'elicottero, è perita anche la figlia Gianna). Le vittorie e i record individuali ne tramanderanno sempre la grandezza cestistica, ma rimarrà il rimpianto per la precocità e l'assurdità di questa morte. Di certo non saranno mai cancellate la bellezza dei suoi gesti atletico-tecnici e la gioia che ha saputo regalare agli amanti del basketball e dello sport in ogni angolo del pianeta.

R.I.P., Kobe B.

 

Alberto Figliolia

 

 

Kobe Bean Bryant (Il ballerino dell'impossibile)

(Filadelfia, 23 agosto 1978-Calabasas, 26 gennaio 2020)

 

Tu parli un'altra lingua...

anche nel gioco: le tue giravolte

sono i funambolismi dell'esistere,

le gioie e le collere del trascorrere

senza comprenderne il perché,

giorni senza uscita di scelte estreme.

Perché nascondi la palla

ai negletti che ti girano intorno

senza sapere d'essere tuoi poveri

servi? Perché dissacri con il tuo genio

umili e potenti senza ritegno?

A chi è rivolta la tua sfida muta?

Forse è il sole dei giorni d'Italia

a renderti diverso da quell'universo

di luci stridenti e stordenti?

Tu giochi elastiche danze

di riti tribali, visioni, sogni,

paradossi e parole di mistico fuoco,

il ball-handling una teoria estetica,

il tuo attaccare il ferro,

il tuo andare all'anello

un folle atto d'amore, Kobe.

Kobe, dal nobile volto

d'antico principe africano...

 

Alberto Figliolia

(da Giganti e pallonesse, Libreria dello Sport, 2001)


 
 
 
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