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Cittadine o “minus habentes”?
01 Dicembre 2006
 
La recente presa di posizione dell'Udi (Unione donne italiane) di Napoli in materia di aborto mi sembra rispondere a diffuse preoccupazioni, che nascono ogni volta che si vede quanto dolore disprezzo e morte diffondono molti reputati "difensori delle donne". Le quali sono cittadine e perciò hanno diritti da far valere, non lamenti da echeggiare con piglio patriarcale: primo compito della repubblica è per norma costituzionale, quello di rimuovere gli ostacoli che impediscono la realizzazione dei diritti.
Enuncio in breve la tesi del mio dire: se dal presidente della repubblica in santa alleanza col papa in giù tutti dicono che bisogna difendere le donne, aiutarle, dissuaderle dal fare male, ecc. ecc. e il risultato è che le violenze soprattutto domestiche aumentano, le tragedie di madri disperate e sole non calano, ma anzi si ripetono, le violenze e ingiurie a lesbiche non fanno nemmeno più notizia, se persino uno spettacolo televisivo molto equilibrato e delicato su un amore tra donne viene criticato acerbamente e si invoca la censura, non solo ciò significa che si viola il diritto e si disprezzano le cittadine, come se fossero delle minus habentes, ma anche che i distributori di "consigli e tutele" non servono davvero e anzi accentuano il disagio.
Se alle donne in quanto cittadine di pieno diritto non vengono date informazioni a cominciare dalla scuola e poi nei consultori e con seminari sulla contraccezione e non viene favorito l'accesso alle tecniche di riproduzione assistita quando servono e non sono messe in condizione di decidere e avviate a realizzare la loro decisione, la nostra situazione tende a diventare peggiore e addirittura peggiore di quando vigeva una diffusa oppressione legata a molti diritti negati. Infatti allora le donne erano organizzate in forma clandestina, spesso si trasmettevano cognizioni ed esperienze su come comportarsi in caso di parti non desiderati, come sottrarsi alle attenzioni non volute del marito, come non restare incinte, come trovare chi procurava aborti, e addirittura l'infanticidio era tollerato o mascherato.
Situazione certo terribile disumana e crudele, contro la quale abbiamo lottato a lungo tenacemente, trovando consensi tra tutte le donne di qualsiasi condizione sociale culturale e religiosa, e alla fine ottenendo una buona legge sull'aborto e una discreta legge contro la violenza sessuale. Anticamera di tutto ciò erano state la riforma del diritto di famiglia e il divorzio.
Tutto questo sistema si regge sul pieno riconoscimento della cittadinanza delle donne: se viene meno -anche di poco- tutto questo, si ripiomba nella barbarie e anche peggiore di quella lottata anni addietro, perché non esistono più le forme arcaiche di sostegno, i rapporti nelle famiglie allargate e i legami nelle fabbriche e uffici e campagne e cortili, necessari allora per difendersi da un assetto giuridico infame che condannava l'aborto e vietava addirittura l'informazione contraccettiva, non perseguiva la violenza sessuale in famiglia (nemmeno l'incesto), difendeva il delitto d'onore ecc. ecc.
Se vien meno anche di poco il diritto, la barbarie è in agguato. Chiunque anche in buona fede si rivolge alle donne come bisognose di tutela consiglio dissuasione è -anche involontariamente- complice della crescente barbarie. Lo dicono ormai molte prese di posizione da "Usciamo dal silenzio", da " 194 paroledi libertà, da "No vat".
Il nodo è quello della cittadinanza: è inutile e anzi irritante fare dei bei discorsi ogni tanto nelle ricorrenze, se poi nella vita quotidiana le maggiori autorità offrono assistenza e non diritti. Per di più conformando i loro giudizi alle pressioni e pretese della gerarchia cattolica, che i diritti delle donne nemmeno riconosce e ancora ha un ordinamento non democratico e una forma di stato che non può nemmeno far parte dell'Unione europea, per questo. Come faccia il papa a dire che appoggia l'entrata della Turchia in Europa proprio non si capisce: ma la religione ha i suoi misteri.
 
Lidia Menapace

 
 
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