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Rosangela Pesenti. Per Susanna Camusso
05 Novembre 2010
 

Benvenuta segretaria, come scrive Monica Lanfranco, benvenuta e buon lavoro, perché tu certo sei una che sa cos’è il lavoro, quello della produzione e quello della riproduzione, che noi donne ci accolliamo comunque, magari a denti stretti, spesso senza darlo a vedere, perché il di più di competenza, che ti fai nella gestione del piccolo o grande gruppo umano che afferisce al tuo casalingato, chissà come diventa un meno se ti misuri “alla pari” nel mondo delle regole stabilite dagli uomini.

Poco più di cento anni sono passati dalla nomina a segretaria della Federterra di Argentina Altobelli, la battagliera sindacalista emiliana che dopo essere stata tra i fondatori della più importante e combattiva organizzazione dei contadini, ne reggerà le sorti per vent’anni, finché il fascismo non la scioglierà con la forza.

Un secolo è breve per la storia dei manuali, troppo lungo per le nostre vite brevi, in mezzo c’è stata quella che gli storici considerano ormai la guerra dei trent’anni, connettendo direttamente la prima con la seconda guerra mondiale nella spaventosa continuità delle dittature, che in Europa cancellano tutti i diritti di cittadinanza, e varano leggi razziste, utilizzando mezzi repressivi e coercitivi senza disdegnare un abilissimo uso dei primi media (manifesti, radio, cinema) per la manipolazione del consenso.

Un secolo è troppo lungo se la storia politica delle donne viene ferocemente cancellata tanto che non esiste memoria scolastica nemmeno dei nomi, né senso comune sedimentato o coscienza condivisa e più di una generazione di ragazze nel corso del Novecento ha dovuto ricominciare da capo e senza indicazioni la lotta per i propri diritti.

Un secolo è troppo lungo per le donne che negli ultimi vent’anni in Italia hanno vissuto una crescente vendetta politica maschile, dichiarata ovunque e in tutte le forme ampiamente sperimentate dal patriarcato, dalla pratica del femminicidio e della violenza fisica nelle relazioni personali, alla crescente mortificazione delle possibilità di accesso al lavoro, con l’annessa distruzione di quel poco di welfare conquistato, fino ai nemmeno tanto sottili meccanismi di esclusione dalle responsabilità politiche e alla mercificazione del corpo femminile come mezzo per la cancellazione delle donne come soggetto politico autonomo.

E questo solo per stare, in sintesi, ai fenomeni più evidenti, che emergono comunque dalla melma quotidiana delle complicità, collusioni, asservimenti, ammiccamenti o silenzi colpevoli di chi, con varia responsabilità, contribuisce al venir meno delle minime regole di civiltà in tutti i campi delle relazioni umane “private e pubbliche”.

Nella centralità della questione del lavoro per l’autonomia dell’agire umano, la posizione delle donne è l’ago della bussola che può segnare la direzione, non solo per resistere alla guerra che conduce il capitalismo per la propria sopravvivenza distruggendo le risorse terrestri tra cui la riproduzione della specie è per noi umani fondamentale, ma soprattutto per riprendere le fila di una riflessione economica non subalterna alla logica del profitto, che risponda ai bisogni profondi di donne e uomini nell’imprescindibile intreccio del lavoro con il tempo e i luoghi della vita.

 

Mi congratulo con te, nel senso proprio della gioia per un evento lieto, nel buio della rabbia e dolore di molti dei giorni che attraversiamo, non solo perché sei donna, ma per come lo sei, con le luci e le ombre delle nostre vite concrete, con la fatica di stare in un mondo che offre solo posti scomodi anche attraverso necessari adattamenti, scelte coraggiose calate su dubbi irrisolti, la chiarezza del pensiero mantenuta attraverso complicate mediazioni, l’intelligenza che sa misurarsi con il limite. Perché, diversa e simile, riconosco in te la tenacia che sostiene e costringe le nostre vite, aperte comunque alla speranza.

Non voglio caricare sulle tue spalle più aspettative di quante già ne comporti il tuo incarico, ma un secolo è lungo e la tua nomina segna un tempo che posso annotare nella storia che insegno come un passo avanti per tutte. Non basta ma non è poco.

 

Rosangela Pesenti


 
 
 
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