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Portes donnant sur la voie, Porte che danno sulla strada di Renaud Ego. Traduzione di Giacomo Cerrai
10 Giugno 2009
 

Parole e tragedie si mescolano, senza integrarsi. Povertà, guerra, lotte tribali, persecuzioni, pulizie etniche, fame, disastri ambientali . E poi frontiere, migrazioni, clandestini, naufragi, sbarchi, sfruttamento, respingimento. Le parole e le tragedie non trovano soluzioni accettabili nella politica, la poesia esprime a suo modo il suo sentire civile, cercando “le parole dal profilo elevato d’utopia  / le parole di esortazione, aria nella mano  / in direzione dei limitari del coraggio” (g.c.)

 

Ogni civiltà si costruisce contro sé stessa e si inventa dei muri dietro ai quali contenere la sua brutalità. Più di altre, la cultura cosiddetta occidentale è insieme una forza di liberazione e di alienazione; essa si estende al resto del mondo con il prestigio e la violenza della sua scienza e della sua tecnica. E’ un Giano, di rado placato e sempre pronto a rivelarsi mostruoso, anche quando la sua faccia più fosca resta invisibile agli occhi di quegli stessi di cui essa è immagine. Renaud Ego, nato nel 1963, mostra in questo poemetto, come aveva già fatto ne Le Désastre d’éden (Paroles d’aube, 1995), che non c’è terra più straniera, più inaccessibile di quella in cui si vive, tanto essa è simile all’ombra di sé, al di sotto della quale non si salta. La lingua straniera che forgia il poemetto inventerà una nuova distanza, cioè la condizione di un vedere senza veli e di una libertà nuova? (nota redazionale, fonte: La pensée de midi, n. 5-6, autunno 2001)

 

 

 

Porte che danno sulla strada

 

1

 

Nodi stradali parcheggi illimitati su un residuo di verde

città magnifiche sono diventate obese

l’untume dell’epoca vi trabocca dappertutto

cianfrusaglie gadgets vesti vettovaglie

che occhi lappano e altri occhi sorvegliano

che è questo specchio dove tutto riflette mancanza

qui l’invidia mette in riga il desiderio

e chi non sta attento abbrutito d’abbondanza

lascia entrare il vuoto dalle nafte sovrane

e ben presto entro non c’è più spazio

io senza saperlo è diventato questo si

che il tempo declina in modo autoritario

 

- essere e a ogni costo non essere non è questo

oggi il problema

 

 

2

 

O il problema è quello d’una barca

a fondo piatto tra Ceuta e Gibilterra

in cui s’ammassano Noureddin Sherifa

Zeth Abdul Omar Rashid Jamila

e molti altri che hanno cancellato il loro nome

qui val meglio essere nessuno che avere un nome

afflitto dalla sete scarlatta

la barca scivola tra acqua e cielo e tutti guardano

dove nera nasce la linea del fuori

amo il sorgere delle ultime luci

nella desolazione di una lingua di sabbia

malgrado il filo spinato di parole abiette

come soglia di tolleranza immigrazione zero

accompagnamento alla frontiera (l’infamia

tiene il registro dei grumi di biancheria

che il mare abortisce tra due rotoli d’alghe

 

-- non essere e col rischio di voler essere tutto

non è anche questa

la questione

 

 

3

 

Per quanto tempo il tempo sarà senza tempo

perché le parole non sono più il soprassalto

di sensi che ci fa andare oltre il loro senso

ma l’alibi del conto del nulla, nulla

da godere né da vivere o pensare tutti perdersi

di non parlare più in nome dell’impossibile

tutti

quanto tempo sarà il tempo senza tempo

perché mancano parole di disordine

coniugate al disperato senza rango

le parole dal profilo elevato d’utopia

le parole di esortazione, aria nella mano

in direzione dei limitari del coraggio

 

 

4

 

Fuori del lento caos di ardori pietrificati

fuori dei muri dove il pensiero si rintana e non vaga

fuori della paura dove il corpo calcola le probabilità

del disastro

fuori dell’attesa

e la menzogna

e l’apparato della morte in piedi

 

C’E’

 

sempre

 

il limitare d’un altro mondo

 

non ne so il nome godo del suo slancio

 

venuto a percuotermi alla velocità

con cui l’affollamento del pensiero è danza

e l’occhio nella sua mandorla è curvatura

dell’universo

 

basta un infimo movimento dei volumi interiori

o un altro grado al compasso delle differenze

 

io non ne ho il nome

ne so il brusco strapiombo

dove il viso si denuda

allo strapiombo del mondo

 

il corpo all’opera a nient’altro che andare

il guado di sé passato in questo mistero

è ascensione nel più aperto chiarore

anche una perfezione di silenzio

una vertigine

 

niente manca

 

e sono queste dolcezze

nello sguardo alzato su ogni levarsi di terra

nel tocco subito posato nel vivo dìogni pelle

vivente

 

non ne so il nome ne conosco solo lo slancio

in cui è bene insinuarsi

 

dove si è liberi

 

di essere

l'un l'altro

il viso con l'istante

 

...

...

...

 

Tornati da tutto ciò che non avete mai lasciato

che sapete dell'immediato oltre del mondo

da cui vi separa l'intensità

di ogni secondo mondo

di ogni parola aperta all’eco

senza sorgente del suo dire

 

che sapete dei salvati dal labirinto

dei suoi velluti d’incredibile delta 

dov’è giorno grande

e non c'è filo a cui tenersi

 

perchè la vita è questo filo

della parola donata

al mondo venuto

alle sue uscite

 

io non impiego il tempo

ma mi chino dove

è essere dello stesso suo sangue

che sboccia e abbandonarsi e essere

l’uno attraverso l’altro

il fuori sorto nel nostro interno

 

l'estrema bellezza leggera

che decanta le sue intensità

l'asse del mondo oscilla nelle sue navicelle

e non ci sarebbero parole per questo?

 

ci sarebbe una sola parola

e una sola voce che la cerca

e nulla sarebbe mai finito

 

la notte si leva d'improvviso. Io sono vivo.

    

 

(trad. G. Cerrai, con la preziosa collaborazione di A. Riponi)

 

 http://ellisse.altervista.org 

 

 

 

 

 

Portes donnant sur la voie

 

1

 

Noeud routier parkings vagues sur un reste de vert

les splendides villes sont devenues obèses

le suint de l’époque y déborde partout

bibelots gadgets vêtements victuailles

que des yeux lapent et que d’autres yeux surveillent

qu’est ce miroir où tout a reflet de manque

ici l’envie met à l’ordre le désir

et qui n’y prend garde abruti d’abondance

laisse entrer le vide aux naphtes souveraines

et dedans bientôt il n’y a plus d’espace

je sans le savoir est devenu ce on

que le temps décline aux modes autoritaires

 

— être et à tout prix ne pas être n’est-ce pas

aujourd’hui la question

 

 

2

 

Ou la question est celle-là d’une barque

à fond plat entre Ceuta et Gibraltar

s’y entassent Nourredine Cherifa

Zeth Abdellah Omar Rachid Djamila

et tant d’autres qui ont déchiré leur nom

ici mieux vaut n’être personne qu’avoir

un nom affligé par la soif écarlate

la barque glisse entre eau et ciel tous regardent

où noire va naître la ligne du dehors

j’aime que se lèvent des lumières ultimes

dans le désolé d’une langue de sable

malgré le barbelé de mots abjects comme

seuils de tolérance immigration zéro

reconduite à la frontière (l’infamie

tient le registre des caillots de linge

que la mer avorte entre deux rouleaux d’algues)

 

— n’être pas et au risque de tout vouloir être

n’est-ce pas

là aussi la question

 

 

3

 

Combien de temps le temps sera-t-il sans temps

parce que les mots ne sont plus la secousse

de sens qui nous fait devancer leur appel

mais l’alibi des additions du rien, rien

à jouir ni à vivre ou penser tous se perdre

de ne plus parler au nom de l’impossible

tous

combien de temps le temps sera-t-il sans temps

parce que manquent les mots de désordre

conjugués à l’éperdu sans condition

les mots au profil avancé d’utopie

les mots de porte battante, air à la main

en direction des orées de l’audace

 

 

4

 

Hors le lent chaos des ardeurs pétrifiées

hors les murs où la pensée se terre et n’erre pas

hors la peur où le corps calcule les probabilités

du désastre

hors l’attente

et le mensonge

et l’apparat de la mort debout

 

IL Y A

 

toujours

 

l’orée d’une seconde-monde

 

je n’en sais pas le nom je jouis de son élan

 

venu me percuter à la vitesse

où l’affolement de la pensée est danse

et l’oeil en son amande la courbure

de l’univers

 

il suffit d’un bougé infime des volumes intérieurs

ou d’un autre degré au compas des écarts

 

je n’en ai pas le nom

j’en sais le brusque à-pic

où le visage se dénoue

à l’à-pic du monde

 

le corps à l’oeuvre à rien d’autre qu’aller

le gué de soi passé en ce mystère

ce sont montées au plus nu de la clarté

une perfection de silence aussi

un vertige

 

rien n’y manque

 

et ce sont des douceurs

dans le regard levé sur chaque lever de terre

dans le toucher posé à même l’à-vif de toute peau

vivante

 

je n’en ai pas le nom j’en sais juste l’élan

où il fait bon se couler

 

où il fait libre

 

d’être

l’un l’autre

le visage avec l’instant

 

 

Revenus de tout qui ne vous êtes jamais quittés

que savez-vous de l’immédiat delà du monde

dont vous sépare l’intensité

de toute seconde-monde

de tout mot ouvert à l’écho

sans source de son dit

 

que savez-vous des retirés du labyrinthe

de ses velours d’incroyable delta

où il fait grand jour

et il n’est aucun fil où se tenir

 

car la vie est ce fil

de la parole donnée

au monde venu

en ses issues

 

je n’emploie pas le temps

mais me penche où

c’est être de sang avec lui

que d’éclore et se quitter et être

l’un par l’autre

le dehors surgi en nos dedans

 

l’extrême beauté légère

déposant ses volumes

l’axe du monde oscille en ses nacelles

et il n’y aurait pas de mot pour cela ?

 

il y aurait un mot seul

et une seule voix à le chercher

et rien ne serait terminé

 

la nuit se lève à tout instant. Je suis vivant.

                                                            Renaud Ego

 

 

 

 

 

 


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