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Massimo Campo. L'universo della dissidenza 
1. Cosa accade nel mondo
08 Novembre 2012
 

Emarginare il dissidente da un punto di vista professionale e politico, allontanarlo dal posto di lavoro se questo è di natura statale. Ostacolarlo, quindi, economicamente e materialmente. Denigrare la sua persona a partire dai famigliari, i conoscenti, i colleghi di lavoro, i vicini di casa, sino a raggiungere con tutti gli strumenti a disposizione l'opinione pubblica. Denunciarne la mancanza di etica morale e sociale, quindi diffondere voci su poco ortodosse preferenze sessuali, amore per il denaro e il potere. Sottolineare, oppure costruire ad hoc, informazioni che vedano il dissidente in contatto con persone oppure istituzioni di un altro paese, evidenziarne allora una supposta deriva antipatriottica, antirivoluzionaria, antinazionalista. Realizzare sulla sua persona controlli di spionaggio ambientale, effettuare il monitoraggio delle sue comunicazioni attraverso la rete internet, la telefonia, la posta tradizionale. Realizzare palese e non palese sorveglianza della sua abitazione, delle persone che frequenta e che lo frequentano. Impedirne la libertà di movimento, non concedendo i visti di uscita dal paese o anche solo limitarne pesantemente gli spostamenti interni. Effettuarne arresti continui di poche ore o alcuni giorni allo scopo di debilitare psicologicamente e fisicamente l'individuo. Malmenare la persona, provocare danni fisici, in situazioni celate dietro avvenimenti casuali, liti e incidenti stradali, rapine simulate. Condannare il dissidente agli arresti domiciliari, e isolare l'abitazione dall'esterno. Condannarlo a lunghe pene detentive per reati sostanzialmente politico-ideologici come “incitamento alla sovversione del potere dello stato”, “pratiche antirivoluzionarie”, “attentato all'integrità della nazione”. Condannarlo alla detenzione in campi di lavoro forzato, oppure di rieducazione sociale e politica. Condannare il dissidente all'ergastolo.

Condannarlo a morte.

 

 

 

Cosa accade nel mondo

 

L'utilizzo sistematico delle pratiche appena elencate non è purtroppo esclusivo retaggio del passato. Anche se agli occhi di un occidentale questo insieme di iniziative possono sembrare dettate da un moderno e folle Torquemada, la realtà è diversa e poco confortante. Sono svariati nel mondo i regimi che si avvalgono quotidianamente di queste strategie di limitazione delle libertà personali e di espressione, al solo scopo di perpetuare l'esercizio del proprio potere politico. La lista delle coercizioni applicate ai dissidenti non è altro che la serie degli strumenti e delle pratiche condotte dai vari organi come la Sicurezza di Stato o la Polizia Politica (e altre strutture di natura similare) di paesi a scarsa o nulla presenza democratica.

Aldilà delle considerazioni di stampo sociopolitico che ricadono spesso nella dimensione partigiana delle valutazioni vi è un modo comunemente utilizzato al fine di valutare la democraticità di un paese, osservarne la dinamicità e l'organizzazione politica. Secondo The International Institute for Democracy and Electoral Assistance, una delle più note agenzie intergovernative di monitoraggio e assistenza allo sviluppo dei processi democratici, si analizzano ai fini di studio quattro contesti base: la rappresentatività e la partecipazione dei partiti politici, il processo elettorale, gli equilibri fondamentali espressi dalla costituzione e infine il grado di sviluppo sociale.

Dalle analisi realizzate si evince un dato significativo, tutti i paesi che si muovono palesemente all'esterno dei criteri minimi ragionevoli per potersi definire democratici hanno comunque qualcosa in comune: l'obbligo costituzionale del monopartitismo o una strutturazione politica che de facto si può considerare assimilabile a un regime monopartitico.

I Paesi che fanno parte della prima tipologia (partito unico obbligatorio a livello costituzionale) non sono numericamente numerosi, ma con il contributo del colosso cinese investono del problema della totale/parziale mancanza di democraticità ben 1.491.000.000 di individui, circa il 21% della popolazione del pianeta.

 

La seguente lista elenca i paesi costituzionalmente monopartitici nel 2012:

  • Cuba – Partito Comunista Cubano

  • Corea del Nord (Repubblica Democratica Popolare di Corea – Partito del Lavoro di Corea

  • Eritrea – Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia

  • Laos – Partito Rivoluzionario del Popolo Lao

  • Cina – Partito Comunista Cinese

  • Gibuti – Lega popolare per il progresso

  • Mozambico (Repubblica del Mozambico) – Frelimo

  • Turkmenistan – Partito Democratico del Turkmenistan

  • Vietnam – Partito Comunista del Vietnam

 

Altri paesi, se pur definibili allo stesso modo totalitari, non obbligano costituzionalmente la società al monopartitismo, ma attraverso strumenti legislativi sviluppati allo scopo limitano o annullano completamente ogni possibile contributo delle opposizioni politiche alla governance democratica.

La seguente lista elenca i paesi de facto monopartitici nel 2012, con indicazione del partito alla guida:

 

  • Siria Partito Ba'th

  • Zimbabwe (Unione Nazionale Africana Zimbabwe) – Fronte Patriottico

  • Bielorussia (Repubblica di Bielorussia) Partito Comunista Bielorusso

  • Kazakistan (Repubblica Democratica del Kazakistan) Partito Democratico Kazako

  • Algeria (Repubblica Democratica Popolare Algerina) Fronte di liberazione nazionale

  • Rep. del Congo (Repubblica Popolare Congolese) Partito del lavoro congolese

 

Diviene evidente dai numeri presentati che l'impegno alla democraticizzazione delle società non è così vicino al termine come comunemente si ha modo di credere. Nei paesi dove vige il monopartitismo costituzionalizzato, come in quelli dove questo avviene de facto, si sviluppa l'ambiente ideale per generare quegli oppositori alla nomenclatura di potere che definiamo comunemente dissidenti politici.

Dove risultano assenti quegli spazi deputati al dialogo politico e al confronto, che si declinano nella diversità delle opinioni e delle proposte, fioriscono invece desideri e necessità intellettuali che cercano di autoprodurre tali spazi, forzando la serratura della censura e del totalitarismo.

Ma chi è il dissidente tipo? Di cosa si occupa? Come agisce?

 

Lo storico russo Roy Medvedev definisce il dissidente «non solo come colui che la pensa in maniera diversa, bensì come colui che esprime esplicitamente il suo dissenso e lo rende evidente ai suoi concittadini e allo Stato».

Diviene quindi parte fondamentale del suo agire il comunicare alla società e all'opinione pubblica i motivi che lo spingono a reclamare cambiamenti politici, sociali, economici. Il dissidente deve proporsi forte di una personale moralità, quindi si avvale di strumenti pacifici, democratici e dialoganti, allo scopo naturale di opporsi a regimi violenti e totalitari, strutturalmente impermeabili al cambiamento.

La storia moderna è caratterizzata dalla presenza di un numero notevole di dissidenti, che con le loro azioni hanno posto all'attenzione, o addirittura denunciato per primi, una serie di realtà e comportamenti dalle nefaste conseguenze. I loro nomi sono divenuti talvolta paradigma stesso di coraggio, di libertà e di eroismo sociale. Le loro azioni, se non purtroppo il loro sacrificio, hanno spesso attivato quei processi di cambiamento storico-politico che poi hanno condotto quella determinata società a una struttura più consona al vivere civile, o addirittura hanno condotto società di stampo totalitario verso la democrazia.

Tutti i continenti, tutti i regimi non democratici, hanno prodotto e producono dei dissidenti.

Molti meriterebbero di essere ricordati, non solo quelli più noti che sono divenuti un simbolo della rinascita civile di un intero popolo, a volte di un intero continente. Ne citiamo rapidamente solo alcuni.

 

Il dissidente cinese Wei Jingsheng ha combattuto per decenni, pacificamente e con il solo strumento delle proprie parole un regime totalitario che lo ha ripagato con molti anni di carcere e vessazioni. Vicende simili hanno caratterizzato la vita di altri dissidenti cinesi, da Harry Wu che ha fatto conoscere all'opinione pubblica mondiale i campi di lavoro, i famigerati “laogai”, oppure Liu Xiaobo (foto) premio Nobel per la Pace nel 2010 per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina (mentre scriviamo queste parole Liu Xiaobo è ancora detenuto in una località segreta e la moglie posta agli arresti domiciliari).

Ancora un Premio Nobel per la Pace, stavolta del 1935, il tedesco Carl von Ossietzky martire della dissidenza nazista. E poi il polacco Adam Michnik, il democratico sloveno Drago Jančar, l'intellettuale russo Aleksandr Isaevič Solženicyn, il Nobel per la Pace del 1983 Lech Wałęsa, polacco come Michnik.

Durante la stesura di questo capitolo è stata resa nota la terribile notizia del ferimento di Malala Yousafzai, una bambina pachistana di 14 anni, definita la dissidente bambina. Con un testo pubblicato sul sito della BBC ha denunciato nel 2009 le terribili privazioni e l'esclusione sociale a cui i Taliban costringevano le donne nella Valle di Swat. Proprio alcune ore fa ha subito un attentato che l'ha lasciata in fin di vita. Stava entrando nelle aule scolastiche, uno dei diritti che ha reclamato per le giovani donne pachistane nella sua denuncia.

Importante ricordare il Premio Nobel per la Pace del 1975 Andrej Dmitrievič Sacharov, che si è opposto con tutte le proprie forze alle sperimentazioni degli ordigni atomici sovietici e alla militarizzazione degli stati satellite dell'ex USSR.

Proprio a Sacharov e al suo impegno è dedicato il Premio per la Libertà di Pensiero istituito dal Parlamento Europeo dal 1988.

Questa iniziativa ha come scopo fondante quello di premiare personalità e organizzazioni che abbiano dedicato la loro vita alla difesa dei diritti umani e delle libertà individuali.

Un premio che diviene osservatorio privilegiato di quei regimi politici che fondano la propria forza non sul concetto del consenso democratico ma sulla costante limitazione e coercizione dei diritti civili degli individui. Il Premio per la Libertà di Pensiero cerca di portare alla luce realtà lontane o sconosciute. Presenta all'opinione pubblica mondiale quegli uomini e quelle donne che si oppongono coraggiosamente alla tirannia politica, come a quella culturale e religiosa.

Vi sono personaggi straordinari tra i vincitori. Il paladino africano dei diritti civili Nelson Mandela, la bengalese Taslima Nasreen condannata alla fatwa per la sua denuncia della condizione femminile nell'Islam, lo slovacco Alexander Dubček. Il giovane cinese Hu Jia, scarcerato appena nel 2011.

La storia della dissidenza politica è amara e colma di speranza al tempo stesso. Molto spesso i dissidenti famosi, se pur dopo anni di privazioni e sofferenze, riescono a comunicare con i media, scrivono libri, esercitano il loro diritto di espressione proprio grazie alle lotte di cui sono stati i principali protagonisti. Ma il dissidente non parla solo per sé, anzi è tutto il contrario. Le sue parole solo le parole non dette dai molti, e così le sue speranze, le paure, il dolore. Il dissidente è un disturbatore, un critico, un non violento perennemente impegnato a registrare l'ingiustizia, a far cronaca della dittatura dei pochi sui molti. È un personaggio scomodo, che non vuole omologarsi ma che per questo spesso rappresenta la cellula embrionale della creatura che si chiama democrazia.

Il suo approccio è critico e di denuncia. Investiga la realtà totalitaria e ne riporta le storture e le atrocità. Il dissidente utilizza se stesso come arma, si oppone con la mente e il corpo al regime in una lotta impari per forza.

 

Massimo Campo

 

 

Parte 1 – continua...


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