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Donatello svelato. Capolavori a confronto 
Al Museo Diocesano di Padova fino al 21 luglio
'Crocifisso', S. Maria dei Servi, Padova - particolare 
08 Maggio 2015
 

Donato di Niccolò di Betto Bardi, detto Donatello (Firenze, 1386 – ivi, 1466), amico del Brunelleschi, come lui impegnato nel rinnovamento artistico e perciò partecipe delle stesse idee, è tuttavia personalità ben diversa. Per Brunelleschi il rapporto uomo-mondo è rapporto sereno in virtù della ragione esiste un dominio sulle cose, perché esse ubbidiscono a quelle stesse leggi matematiche, eterne e universali, mediante le quali funziona la ragione. Nessun urto, dunque, ma solo un equilibrio, reciproco, accordo «naturale».

Per Donatello, al contrario, il rapporto uomo-mondo è rapporto drammatico. Non esiste una verità certa e immutabile, frutto del calcolo matematico; la verità è ricerca, è conquista giornaliera. La verità è lotta: l’ambiente nel quale viviamo non è agevole, deve essere faticosamente, duramente dominato.

Il Vasari narra che Donatello aveva scolpito in legno un crocifisso e lo aveva mostrato a Brunelleschi per averne un parere; ma, contrariamente a quanto lo scultore si sarebbe aspettato, l’amico lo criticò, affermando che quello era «un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo, il quale fu delicatissimo ed in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse giammai». Brunneleschi rispose con un altro crocifisso, ugualmente in legno senza parlarne con nessuno, davanti a tanta meraviglia Donatello rispose: «a te è conceduto fare Cristi a me contadini».

Molti dubitano della veridicità dell’aneddoto assai noto, ma certo è che il Crocifisso fiorentino di Donatello (custodito in Santa Croce) è esposto ora a fianco ad altri due crocifissi nel Museo Diocesano di Padova nella mostra “Donatello svelato. Capolavori a confronto”, fino al 21 luglio 2015 (Catalogo Marsilio), curata da Andrea Nante ed Elisabetta Fracescutti.

Il termine “svelato” utilizzato nel titolo non è affatto casuale. Al centro dell’esposizione si trova infatti un Donatelo che va ad aggiungersi al catalogo delle opere certe del maestro fiorentino, il Crocifisso dell’antica chiesa padovana di Santa Maria dei Servi. Svelato nell’attribuzione ma anche nella sostanza perché, sino al restauro voluto dal direttore regionale dei beni culturali del veneto e condotto dalla Soprintendenza per i beni artistici per le province del veneto, con la collaborazione della Soprintendenza per i beni storici artistici del Friuli Venezia Giulia nel laboratorio di Udine di quest’ultima, la scultura lignea si presentava con le parvenze di un bronzo, per effetto di uno spesso strato di ridipinture. Affidato alle sapienti cure dei restauratori, il grande Crocifisso è emerso in tutta la straordinaria finezza dell’intaglio e nella originale cromia.

La mostra, ospitata nello scenografico Salone dei Vescovi, offre l’occasione storica, appunto, di ammirare per la prima volta tre grandi Crocifissi che Donatelo produsse nel corso della sua vita: quello realizzato per la chiesa di Santa Croce a Firenze (1406-08), quello dei Servi e quello bronzeo della Basilica di Sant’Antonio a Padova (1443 – 1449).

Il Crocifisso ligneo di Santa Maria dei Servi in Padova è stato attribuito a Donatello alcuni anni fa da Francesco Cagliati, dell’Università di Napoli, che sulla scorta delle ricerche di Marco Ruffini ha restituito alla scultura la corretta paternità, attestata dalle fonti più antiche ma ben presto dimenticata.

L’oblio del nome di Donatello si spiega con la particolare devozione di cui l’opera ha goduto, e tutt’ora gode, specialmente in seguito ai fatti miracolosi del 1512, quando l’immagine in più occasioni sudò sangue dal volto e dal costato.

Con il passare dei secoli la memoria popolare trasferì la paternità donatelliana alla scultura gotica della Vergine conservata sempre nella chiesa, ma la speciale cura dei fedeli per il Crocifisso ne assicurò la conservazione, preservandolo dalla distruzione o dalla dispersione, sorte molto comune per questo tipo di immagini scolpite.

Se in un primo momento l’attribuzione, argomentata da Cagliati su basi stilistiche, ha suscitato qualche perplessità e un atteggiamento di prudenza all’interno della comunità scientifica, oggi i risultati del restauro non lasciano dubbi.

La rimozione della spessa ridipintura a finto bronzo rivela ora tutta la qualità dell’intaglio e della policromia originaria, in buona parte conservatasi, restituendo a Padova un capolavoro che va aggiunto alle altre opere che Donatello ha lasciato durante la sua permanenza in città (1443 – 1453) – la statua equestre del Gattamelata, l’altare e il Crocifisso bronzeo per la Basilica di Sant’Antonio – aggiungendo un ulteriore tassello nella vicenda biografica dell’artista.

Il Crocifisso del Santo, al pari di quasi tutti i capolavori di Donatello – commissionato dai massari dell’Arca sul cadere del 1443 o all’inizio del 1444 – è un’opera assolutamente pionieristica nel suo genere. Esso è infatti il più precoce Crocifisso a grandezza naturale in metallo fuso e non a sbalzo che si conosca su suolo italiano e come tale ha inaugurato un rinnovamento “all’antica” della tradizione millenaria dei Crocifissi monumentali che ha poi dato frutti cospicui per più di tre secoli. A causa delle difficoltà economiche e tecniche che la scelta del bronzo poneva ad artisti e committenti, la sfida tentata nel Crocifisso del Santo sarebbe stata replicata forse una sola volta nel Quattrocento e fu a Ferrara, sul pontile del Duomo (1450).

Ha realizzarlo fu un allievo donatelliano, quel Niccolò Baroncelli che sin dal 1443 era alle prese, di nuovo a emulazione del maestro, col cavallo del monumento bronzeo del marchese Niccolò III d’Este. Impensabile anche nello stile senza il suo modello padovano, il Cristo di Ferrara non sarebbe mai riuscito a scrollarsi di dosso il suo ruolo di gregario. Dopo il 1449 la vicenda dei Crocifissi bronzei avrebbe dovuto attendere soprattutto i grandi progressi toreutici del tardo Rinascimento e del Barocco per ritrovare delle vette di qualità nei paraggi di Donatello, con Giambologna e i suoi allievi e seguaci, con Algardi e con Bernini.

Ci poniamo davanti una rappresentazione della Tua passione

affinché i nostri occhi di carne abbiano qualcosa a cui aderire.

Essi però non adorano una immagine

perché l’immagine rinvia alla realtà della Tua passione.

Quando infatti guardiamo più attentamente l’immagine

[della Tua passione,

nel silenzio ci sembra di udire la Tua voce che dice:

Ecco come vi ho amati, vi ho amati fino alla fine.

Guglielmo di Saint-Thierry

(Meditativae orationes 10,7)

 

Maria Paola Forlani


Foto allegate

Niccolò Barroncelli,
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