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I palazzi lontani di Estévez
06 Settembre 2006
 

Abilio Estévez

I palazzi lontani

Adelphi, pagg. 280, € 18,00


Abilio Estévez è nato nel 1954 all’Avana e da alcuni anni vive in Spagna dove scrive opere teatrali, poesie e racconti. Il suo primo romanzo, Tuo è il regno, ambientato nel periodo precedente alla Rivoluzione, è stato pubblicato nel 1997 e l’hanno tradotto in undici lingue. I palazzi lontani credo che avrà lo stesso successo, magari non da noi dove le opere troppo letterarie faticano ad arrivare tra le mani dei lettori. Sono le stranezze del mercato editoriale italiano che dà in pasto al pubblico solo cose facili e romanzetti noir di basso profilo. Sarà per questo che da un po’ di tempo a questa parte leggo molti autori cubani, soprattutto quelli della diaspora che non sono costretti a compiacere nessuno. Mi accorgo che tra di loro ci sono scrittori di alto livello che sanno narrare la disillusione di un popolo e riescono a far sentire viva la sofferenza del quotidiano. Abilio Estévez credo che sia uno degli scrittori più colti e raffinati che mi è capitato di leggere negli ultimi mesi. Descrive L’Avana per pagine e pagine senza mai annoiare e riesce a costruire un capolavoro di tensione narrativa utilizzando uno stile poetico. «Cade sull’Avana quel manto sporco, polveroso, diffuso, di accidia, di tedio, di sconforto che è il tramonto. La notte scura (del corpo e dell’anima). Ogni volta che cala la sera, L’Avana comincia rapidamente a scomparire. Tolgono l’elettricità. La vita sembra sospendersi o si sospende realmente, il tempo si ferma. Rimane solo l’attesa. Le illusioni, quelle poche che rimangono, fuggono».

I personaggi di Estévez sarebbero piaciuti a Borges perché seguono la miglior tradizione latinoamericana e stanno a metà strada tra il realismo e il magico. Victorio, il protagonista, è figlio di un rivoluzionario che gli impone quel nome perché è nato nel giorno dell’attacco al Cuartel Moncada. Victorio non è un castrista convinto come suo padre e affibbia al genitore il nomignolo benevolo di papà Robespierre. Passa la fanciullezza accanto a un amico aviatore soprannominato il Moro, e di lui ricorda soprattutto quando gli diceva che ognuno ha un palazzo nel suo futuro. Basta trovarlo. Gli altri personaggi del romanzo sono Salma, una prostituta per turisti che sogna di fare l’attrice e vorrebbe fidanzarsi con Andy Garcia, e Don Fuco, un pagliaccio surreale che porta la strana coppia in un teatro abbandonato dove per un po’ di tempo vivranno insieme.

Il romanzo comincia quando la casa fatiscente di Victorio, descritto come un omosessuale di 47 anni sessualmente poco realizzato, sta per essere demolita. Victorio brucia tutto quello che ha e scappa via da quella abitazione cadente con un libro di Saint-Simon, la fotografia del Moro in aereo e un telo da spiaggia. La parte del romanzo che descrive il suo vagabondare per le strade dell’Avana è stupenda. Victorio attraversa i quartieri più poveri, le strade polverose e dissestate, il lungomare dove i bambini si rincorrono e fanno il bagno. I palazzi lontani sono quei palazzi che Victorio non troverà mai, perché per quelli come lui non c’è un palazzo. Il Moro lo aveva soltanto illuso. Victorio fa parte di quella schiera di persone che soffrono e che non hanno un futuro. Come dice Don Fuco «presidenti, ministri, generali e comandanti in capo vivono in palazzi, con giardini e piscine, si spostano su magnifiche automobili, assaporano i cibi più squisiti». Il popolo no. Il popolo soffre, «mangia l’orrendo pane quotidiano del negozio statale, che non è pane bensì una povera idea di pane, o vive in casette di legno marcio che filtrano acqua alle prime tre gocce delle piogge estive…». Un romanzo palpitante e commovente, dove si sente la sofferenza dello scrittore che ha vissuto sulla sua pelle molte disillusioni di Victorio. La traduzione di Barbara Bertoni è ottima, anche se avrei lasciato nella lingua originale espressioni come apagón (visto che black out non è italiano) e jinetera (prostituta per turisti). Responsabilità della traduttrice e del correttore di bozze è anche un uso smodato della forma scorretta sé stesso al posto della corretta se stesso.


Gordiano Lupi


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