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Più che oro. Lustro e visione del mondo nella Colombia indigena 
di Alberto Figliolia
Allestimento mostra
Allestimento mostra 'Piu' che oro', foto: Mark Niedermann (Museum Rietberg) 
10 Giugno 2024
 

A circa quattro ore da Milano, passando per un paesaggio incantevole. Zurigo è una città enigmatica e affascinante: il lago, la Città Vecchia, crocevia scientifico e artistico (Carl Gustav Jung, il movimento Dada, Max Frisch), piazze e piazzette meravigliose, splendidi e sorprendenti scorci architettonici (come il Maschinenfabrik Oerlikon mutato in rigoglioso giardino). Non solo finanza, ma anche tanta storia e cultura. E musei, fra cui il Rietberg in cui fino al 21 luglio è allestita una straordinaria mostra: “Più che oro. Lustro e visione del mondo nella Colombia indigena”, a cura di Diana Magaloni e Julia Burtenshaw, LACMA-Los Angeles, e Fernanda Ugalde, Museo Rietberg-Zurigo.

La mostra è stata concepita e realizzata dal Los Angeles County Museum of Art, dal Museo dell’Oro di Bogotá e dal Museum of Fine Arts di Houston, importantissime istituzioni culturali, assieme ai membri della comunità indigena degli Arhuaco in Colombia. Una collaborazione utile e feconda per un bel messaggio. Quanta sapienza e bellezza dimorano nella mente e nel cuore e quanta abilità e perizia manuale e fantasia creativa abitano le mani delle popolazioni indigene del pianeta, in tal caso del grande Paese sud-americano, patria di Gabriel García Márquez.

Da rimarcare che l’esposizione al Museo Rietberg rappresenta l’unica tappa europea della mostra. Un’occasione imperdibile per visitarla (insieme con la città che la ospita). Sono circa quattrocento le opere dell’esposizione: manufatti in oro – splendidi pettorali (per esempio, a forma di uomo uccello o con sembianze di gatto rapace, pesce, uccello e uomo) e pendenti od ornamenti per il naso – ceramiche dai più disparati usi, vasi con le più varie raffigurazioni, ocarine, statuette, ciondoli (magnifico uno a forma di uomo pipistrello con copricapo di uccello), tripodi per offerte e figurine votive dall’impeccabile cesello, sculture in pietra, gioielli, modellini (fa innamorare quello, in oro, di una casa circolare), grattugie, vasellame antropo- o zoomorfo, l’uso pratico convivendo con il fervido mondo delle tradizioni e della mitologia (riecheggia anche, in tale profluvio di preziosità artistica, il mito di El Dorado, che tanto interesse suscitò e tanta avidità seppe scatenare nell’animo e nelle viscere degli Europei).

Quel che è anche interessante di tale mostra è l’assenza, voluta, di indicazioni precise riguardo ai materiali utilizzati (possono peraltro ben intuirsi) e la mancata indicazione della datazione di oggetti e reperti, che potrebbero essere quindi molto antichi o di fattura relativamente recente, in una dimensione sia atemporale, svincolata da una logica diacronica, sia di continuità lineare, nell’alveo di una cultura capace, nonostante le difficoltà storiche e quotidiane, di tramandarsi e di riproporsi con originalità. “Se in precedenza le esposizioni adottavano una prospettiva prevalentemente occidentale-accademica, Più che oro pone in primo piano il sapere e le tradizioni delle popolazioni indigene. Per quasi sette anni, Julia Burtenshaw e Diana Magaloni (LACMA) hanno raccolto informazioni sugli oggetti con l’aiuto degli Arhuaco, facendole poi confluire nella concezione della mostra. Per l’esposizione zurighese, Fernanda Ugalde, curatrice presso il Museo Rietberg e co-curatrice della mostra, ha ampliato i contenuti integrando ulteriori aspetti importanti in stretto coordinamento con le curatrici del LACMA, il team di archeologhe e archeologi del Museo del Oro, i partner della comunità degli Arhuaco ed esponenti del mondo dell’arte colombiano.”

E chi sono gli Arhuaco? “Convivono con altri tre gruppi indigeni nella Sierra Nevada de Santa Marta, nella parte caraibica della Colombia. Nella loro concezione di sé si considerano discendenti dei Tairona, una popolazione che abitava la regione ben prima dell’arrivo degli spagnoli. Per gli Arhuaco i siti archeologici risalenti a quell’epoca – come la città preispanica di Ciudad Perdida (non troppo distante dalla straordinaria Cartagena de Indias, patrimonio mondiale dell’umanità, nda), riscoperta negli anni Settanta – non sono semplici testimonianze del passato, ma veri e propri luoghi sacri e spirituali che vengono curati e venerati ancora oggi. Allo stesso modo ritengono che le opere realizzate dai Tairona non siano arte del passato, bensì oggetti viventi e custodi di valori fondamentali.”

Gli oggetti artistici in mostra configurano un autentico itinerario nelle credenze relative alla cosmologia, nella conoscenza della Natura il cui alito e soffio tutto permea, negli ideali sociali e simbolici. “L’esistenza degli antenati è un aspetto fondamentale dell’immaginario delle società indigene. Ciò si traduce in una particolare interpretazione della vita, del passato, del futuro e del rapporto con gli altri esseri. Ad esempio, secondo gli Arhuaco ogni cosa ha un’anima, inclusi gli alberi, le pietre e i recipienti. Tutto è parte del creato e pertanto non ha un inizio né una fine.”

Nel tempo della mostra sarà possibile assistere anche a una rappresentazione della pièce teatrale Los saberes del Tungurahua di Leonardo Abonía, drammaturgo e ricercatore originario di Cali che per molti anni ha effettuato ricerche sul teatro preispanico, ai più ignoto. Inoltre... “sessioni di meditazione con gli Arhuaco nelle sale d’esposizione e nel parco del museo permetteranno a visitatrici e visitatori di familiarizzarsi con la visione del mondo di questa comunità indigena. Il musicista ed etnomusicologo Juan Fernando Franco, anch’egli coinvolto nella concezione della mostra, presenterà la sua opera e suonerà vari strumenti aerofoni come flauti, pifferi e ocarine preispaniche, ricollegandosi così al mondo sonoro dei suoi antenati. Saranno inoltre offerti workshop per famiglie dedicati proprio all’ocarina.”

Vale la pena tuttavia, oltre alla presente esposizione, di visitare le collezioni permanenti del Museo Rietberg, uno dei più grandi della Confederazione Elvetica. Dedicate all’arte delle culture tradizionali e contemporanee di Asia, Africa, America e Oceania, le collezioni possono vantare 23.000 oggetti e 44.000 fotografie (in gran misura accessibili al pubblico). Rimarcabile e oltremodo ammirevole il fatto che... “Le opere richiedono una ricerca scientifica continua, compresa la ricerca sulla provenienza, rispetto alla quale il museo mantiene un approccio trasparente: i risultati della ricerca sono ampiamente accessibili online e i curatori a disposizione per ogni domanda o chiarimento. […] Le mostre temporanee sono organizzate come produzioni interne o come collaborazioni internazionali con musei e istituzioni dei Paesi d’origine. Esse promuovono la reputazione delle culture extraeuropee e l’idea di tolleranza, dando così un esempio del cosmopolitismo della città di Zurigo.”

E ancora ci si perde nella figura del Portatore di un cesto con zanne e serpenti e si vorrebbe soffiare nell’Ocarina a forma di condottiero seduto con la lingua tesa, indossare qualcuna delle maschere che ci fissano o mettersi al collo una raffinata colonna. Incredibilmente belle (e struggenti) alcune urne cinerarie, così precise nel dettaglio e nel contempo provviste di un’astrazione da arte contemporanea (fanno pensare all’arte di Fernando Botero Angulo). Mirabilissime opere.

Aggiungiamo che il Rietberg appartiene a un complesso naturalistico-architettonico più che pregevole: Villa Wesendonck, Park-Villa Rieter, Villa Schönberg; lo Smaragd degli architetti Krischanitz/Grazioli e il padiglione estivo di Shigeru Ban; il parco.

Splendido il volume in abbinamento alla mostra: The portable universe-El Universo en tus manos, un titolo che è una sorta di manifesto ideale, dichiarazione d’intenti, attitudine dello spirito, visione del mondo.

 

 

Più che oro. Lustro e visione del mondo nella Colombia indigena. Museo Rietberg-secondo piano interrato, Galblerstrasse 15, Zürich-Zurigo, Svizzera. Fino al 21 luglio 2024.

Info: rietberg.ch.


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