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Henri Cartier-Bresson. Cina 1948-49/1958 
di Alberto Figliolia
10 Maggio 2022
 

Henri Cartier-Bresson, un occhio geniale. All’immenso fotografo francese dedica una bellissima mostra lo spazio Photo del MUDEC-Museo delle Culture di Milano. Un’altra esposizione di potente impatto, nel solco della tradizione di questa magnifica struttura museale.

Le immagini poste all’attenzione del pubblico, con un corredo di pannelli didascalici estremamente esaustivi, sono quelle prese da Cartier-Bresson in occasione dei suoi due viaggi cinesi, rispettivamente nel 1948-49 e nel 1958.

Nella Cina del 1948, in cui l’Esercito popolare di liberazione sta prendendo il sopravvento sul regime nazionalista del Kuomintang, si muove Henri Cartier-Bresson con il suo acuto occhio fotografico. È un momento di Grande Storia, un trapasso epocale immortalato dal grande fotografo che si fermerà in questo angolo di tormentato Oriente per ben dieci mesi, potendo raccontare al mondo con la forza delle sue immagini quegli eventi e sconvolgimenti; pubblicate su Life (quattro numeri nel 1949 per cinque milioni di copie), oltre che su Illustrated e Paris Match, s’impongono, insieme con la loro superba valenza estetica, come un fondamentale documento di fotogiornalismo e d’interpretazione storica.

È un’era di trapasso, di mutamenti e, nel mentre, di convivenza/commistione, seppur nel segno ormai della provvisorietà o precarietà, dei più disparati elementi della società cinese, dalla tradizione e dagli aspetti religiosi agli aspetti economici del nuovo mondo che si andava configurando, con tutta quella congerie di storie individuali, innumerevoli tessere di un mosaico ancor più vasto. “Cartier-Bresson cerca anzitutto di trarre profitto dal soggiorno coatto per costruire un racconto a tappe, una sequenza di “storie” integrate da corpose note che egli trasmette a Magnum per la stesura delle didascalie delle immagini”.

Ci sarà poi un secondo viaggio nel 1958 quando la Cina comunista è la realtà, con lo spazio di libertà del fotografo che rischia di essere fortemente limitato. Ciò nonostante Cartier-Bresson riuscirà a trarre immagini di grande forza, narrando fra le righe anche le criticità del sistema.

Il fascinoso bianco e nero di HCB ci restituisce uno spaccato di quei giorni lontani: taverne con avventori che vi portano gli uccellini canterini in gabbia; la maestosa solitarietà della Città Proibita; la pratica mattutina del Tai Chi; mendicanti e i più umili fra i lavoranti. Un mondo frastagliato... A Shanghai il fotografo assiste all’incredibile bailamme della Febbre dell’oro (o Gold Rush), con il divieto del possesso individuale dell’oro che le autorità obbligano a cambiare in banconote della nuova moneta, lo Yuan d’oro. Successivamente sarà possibile, seppur con dei limiti, riconvertire le banconote in oro. Saranno code infinite in un disagio immane. Uno stato confusionale collettivo, con sommosse, tumulti e morti. E angoscia, sentimento che Cartier-Bresson saprà comunicare con rara maestria e sensibilità. Shanghai, che ancora formalmente era sotto il controllo dei nazionalisti in quella macchia di leopardo in cui si era trasformato l’ex Celeste Impero, vedeva l’afflusso di rifugiati, i bagagli preparati in fretta e furia dai militari che intravedevano la disfatta, le folle di disperati. Ecco la testimonianza di Ratna, la moglie di Henri: “L’odore della misera pesa sulle strade, in cui ci si muove come in una processione macabra. […] In inverno ci si imbatte spesso, avvolto nel suo vestito migliore, adagiato al bordo di un marciapiede, nel corpo di un neonato”. E la selva delle misere barche che fungono da abitazione in un indicibile marasma, i barbieri in strada, quelli che nel porto cercano di arraffare un po’ di cotone dalle balle in arrivo, e bambini che cantano, un fotografo nel suo studio aperto sulla strada. Un reportage, con la sua magica Leica da “libellula inquieta” secondo la felice definizione di Truman Capote, che sorprende sempre per profondità empatica.

C’è anche la digressione, nel 1949, a Hangzhou, storico luogo di pellegrinaggi buddhisti, con gli scatti dedicati alle processioni, ai rituali, ai templi, ai costumi variopinti dei fedeli. Poi sarà la volta di Nanchino, nell’aprile-giugno del medesimo anno, quando le truppe comuniste conquisteranno la città. È una visione a 360° della Cina e della sua gente. Di nuovo Shanghai, con il nuovo regime, in una situazione di adattamento. Cartier-Bresson fotografa i mercati di strada, quel che può. Dirà: “Io mi occupo quasi esclusivamente dell’uomo, vado al sodo […] lo scenario mi serve per collocare i miei attori, dare loro importanza, trattarli col rispetto che è loro dovuto. E la mia maniera si basa su questo rispetto”. Soldati all’ombra di grattacieli, parate e manifestazioni, il tifone che colpisce la megalopoli, i ritratti di Mao che sostituiscono quelli di Chiang Kai-shek.

Si balza, poi, nel percorso della mostra al lunghissimo viaggio, 12.000 km, del 1958. Un itinerario, che le autorità vorrebbero pilotare mostrando le proprie realizzazioni sociali e tecnologiche e che, tuttavia, il fotografo sarà in grado di personalizzare con la propria sensibilità, senza celare quindi gli eventuali problemi che si annidano nella nuova Cina. Cartier-Bresston non ha in ogni caso pregiudizi, in alcun senso, nonostante la sua fede progressista. Lui è un testimone onesto, un fotoreporter sublime, un artigiano perfetto e magnifico, dotato di ogni mezzo e capacità concernente la propria arte. Sì, un vero e genuino artista.

 

Alberto Figliolia

 

 

Henri Cartier-Bresson. Cina 1948-49/1958. Fino al 3 luglio 2022. MUDEC-Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano.

Infoline: tel. 0254917 (lun-ven 9-18), sito Internet www.mudec.it.

Orari: lun 14:30-19:30, mar-mer-ven-dom 9:30-19:30, gio-sab 9:30-22:30 (ultimo ingresso un’ora prima).

 

 

Illustrazione.

Henri Cartier-Bresson. In un manifesto dipinto a mano, il pugno comunista sopprime il cane nazionalista.

Nanchino, 24 aprile 1949

(Vintage gelatin silver print

© Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos)


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