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La gavetta della Patacchini 
di Barbarah Guglielmana
03 Giugno 2020
 

Elena Contenta Patacchini

52Hertz

Manuale di istruzioni per anima danneggiata

Blônk, 2018, pp. 110, € 14,00

 

«Camminare in Piazza Piola è un fatto interessante veramente perché mentre cammini, in effetti cammini, però, in effetti ti ritrovi sempre nello stesso punto, e io non penso che questa cosa qua sia dovuta solo al fatto che Piazza Piola è una rotonda, no, perché pensarla così sarebbe del tutto riduttivo, va detto. Però, è vero che in Piazza Piola tu in effetti ti muovi ma torni sempre allo stesso punto, e questa è una cosa rassicurante, oltre che interessante. In più, veramente, mentre cammini in Piazza Piola capisci che si sta proprio bene perché c’è una strada per andare a nord e una per andare a sud e una per l’est e un’altra per l’ovest e quindi tu proprio che cammini in Piazza Piola lo capisci che volendo puoi andare dove ti pare, che Piazza Piola è così gentile che, oltre a darti la possibilità di andare restando sempre nello stesso posto, in effetti, ti dà pure questa geograficamente perfetta opportunità di non rinunciare a nessuna direzione. E siccome che ti lascia libero di immaginare tutti gli universi, che da lì a un passo potrebbero iniziare sui quattro lati del mondo, tu alla fine decidi di fare un altro giro, un giro ancora, un giro ancora prima di decidere. Perché, alla fine, Piazza Piola lo sa, in effetti lo sa, che prima o poi sceglierai una direzione e te ne andrai per la tua strada. Ma non oggi, va detto».

 

Una musica ad ogni ballo concesso con la vita: il suono della balena a 52 HZ, David Bowie con Starman, i Talking Heads con This must be the place, i Queen, gli Smiths, Massimo Ranieri con Perdere l’amore, Cocciante con Era già tutto previsto, Lucio Dalla con Cara, Capossela con Ovunque proteggi, Decibel e Pernod, Vecchioni con Luci a San Siro, Cyndi Lauper con Girls just want to have fun, Giovanni Truppi con Scomparire, Arvo Part con Spiegel im spiegel, Jannacci, Gesualdo da Venosa con Tenebrae Responsoria.

Un drink ad ogni boccone da mandar giù di questa vita: bevande più o meno alcoliche, shottini di vodka, Pastis, caffè, una birretta di decompressione postmoderna, il chinotto, la sambuca. Tra una sigaretta e l’altra si fuma una pipa.

E nella cornice una giovane donna, Elena Contenta Patacchini, che si racconta storie, inventa racconti, arzigogola la sua giornata, cercando di arricchire la sua di vita in un tempo depresso, svuotato, impigrito, vuoto ed oserei dire pretombale. Gli amici più stretti non a caso solo La Tenebra, i Morti, e lo Spigolo in un angolo non del tutto inerte.

All’interno del libro 52 HERTZ (Casa editrice BLÔNK, 2018) anche racconti lampo, a cui il lettore si affeziona al personaggio che sente a lui più consono nella sua assurdità, come quella del posto dove i cani parlano e dove si dicono le bugie, e se chi le dice le crede verità smettono di essere bugie; questo posto mio padre l’avrebbe ben abitato. La storia dell’elettricista che aveva passato la sua vita a combattere il buio, quando decide di vivere nella luce si accorge che gli manca lo svelare del mistero nascosto. La storia del sogno del malato di Alzheimer che sogna di andare in un pianeta dove hanno bisogno di lui che parla la lingua di chi vuole distruggere la Terra, per poi accorgersi alla fine che non esiste questo posto, ed è solo lui che ha dimenticato come si parla, e questa piacerebbe alla mia amica Irene che teme la malattie mentale. Oppure la mia preferita quella dell’uomo a cui, e solo a lui, piove sulla testa, ma ne viene deriso dalla figlioletta, che non ne sa vedere la magia nonostante non sia ancora entrata nel mondo disilluso dell’adulto.

L’autrice cerca compagnia, così si aiuta anche facendo uscire i suoi autori preferiti dalle pagine consunte delle sue letture, e ne invita gli scrittori a vivere con noi, a vivere con lei, miseria per miseria – sembra dirsi, – ma almeno che sia d’autore! Lo desidera, anzi appare del tutto naturale, che la Patacchini si conceda di ospitare e vivere con i suoi grandi amori. Uomini non c’è che dire interessanti, Buzzati, Pavese, Manganelli, Flaiano, Bianciardi, Jean-Paul Sartre, Georges Perec, Gadda, Morselli, Cornia, ma scegliendo per l’ultima cena la compagnia di una donna, quella della Wislawa Szymborska.

Fedeli da sempre, fedeli fino all’ultima spiaggia (con un breve tempo di smarrimento della Tenebra) nella realtà di ogni giorno dalla preparazione della schiscetta – dove ne ridiamo tutti con quasi gusto!, alla decisione del licenziamento, all’invio di lettere alla ricerca di un nuovo lavoro, alle domeniche depressogene, all’esperienza come cameriera a quella come scrittrice di etichette per cosmesi, all’arrivo nell’appartamento dell’uomo amato per recuperare le sue ultime cose, alle giravolte in Piazza Piola rimangono sempre la Tenebra, i Morti e lo spigolo. Questi l’accompagnano nell’elaborazione di un amore finito, già finito dentro che però le innesca una ricerca del tempo andato, una malinconia di una presenza reale, un rimpianto per non aver saputo riconoscere prima un appassimento, una nostalgia per un tempo che ha creduto meno vuoto, fino alla comprensione della sua nuova dimensione dove la via della metropolitana, la famosa piazza e il ristorantino sembrano e lo sono diversi, visti come si era prima e visti come si é ora, e quasi io fossi questa metropolitana, fossi questa piazza, fossi questo ristorante mi sentirei mortificata per essere una tappezzeria di proiezioni, di ricordi, di presa della realtà in cui vengo esclusa o inclusa mio malgrado. E questo sancisce il dialogo pazzo ed intrigante che la Patacchini vive con le cose inanimate, con le persone altrove e forse mai realmente incontrate, e che ha il sortilegio di insegnare ad essere libere nell’elastico del dialogo dentro e fuori di noi. Mai sole.

...E ora che abbiamo capito che siamo soltanto richieste di aiuto...


 
 
 
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