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Gianfranco Cercone. “L'isola dei cani” di Wes Anderson
13 Maggio 2018
 

L'estetismo, al cinema, ma forse in genere in arte, si accompagna spesso al difetto della superficialità. Da spettatori, ci può succedere di ammirare un gioco di movimenti, di colori, di incastri di immagini, che appaga l'occhio, diverte, ma che non si accompagna a un'emozione. È insomma il gioco della bellezza fine a se stessa, separata cioè da quella verità dei sentimenti che dovrebbe essere l'oggetto, la sostanza di ogni opera d'arte.

Almeno il sospetto dell'estetismo, può essere suscitato dal cinema di Wes Anderson. Non però, o almeno molto meno, dal suo ultimo film, un film di animazione, che ha vinto il Premio per la Migliore Regia al Festival di Berlino, intitolato L'isola dei cani.

Intendiamoci: anche L'isola dei cani è, in parte, un film estetizzante. Si svolge in Giappone, un Giappone fantasticato, proiettato nel 2037. E le immagini spesso rievocano quella particolare compostezza dei gesti, quel gusto della decorazione, quel senso della ritualità che associamo convenzionalmente alla cultura, all'iconografia del Giappone.

Ma ecco: quando, per esempio, assistiamo durante il film alla preparazione di un piatto nella cucina di un ristorante giapponese, e a un granchio ancora vivo sono strappate le interiora, e a un polipo ancora palpitante sono amputate le spire, e il risultato nei piatti è ricomposto in piccole sfere, in cilindri, come in eleganti quadri astratti, capiamo che nel film alla bellezza è associato un lato d'ombra, e cioè la crudeltà.

E se si parla letteralmente della crudeltà contro gli animali, ci si riferisce in effetti anche e soprattutto, alla crudeltà degli uomini contro gli uomini.

Nel Giappone dell'Isola dei cani, domina un dittatore che, seguendo la tradizione della sua dinastia, e per conquistarsi il consenso della massa dei sudditi, ha indetto una guerra contro i cani. I cani, nella logica della favola, hanno la tradizionale funzione di un capro espiatorio.

Accusati di diffondere il virus di una malattia mortale (un virus che in effetti gli stessi scienziati al soldo del dittatore hanno inoculato in loro), sono esiliati in un'isola che funge da discarica, e sono destinati a essere lì sterminati. Inventandosi questo nemico immaginario, il dittatore dimostra di avere a cuore la salute del suo popolo, e di essere determinato, per tutelarla, a usare tutta la necessaria violenza, contro i dannosi sentimentalismi degli animalisti, che vorrebbero curare e salvare quei cani. La metafora è trasparente e duttile, può riferirsi ad esempio, a piacimento dello spettatore, alla persecuzione delle minoranze durante il nazismo o, nel presente, all'istigazione all'odio contro gli immigrati.

Fatto sta che l'ordine, la simmetria, la compostezza rituale, sono nel film messi in contrasto con la sporcizia dei cani randagi, con i cumuli di immondizia che costituiscono il paesaggio dell'isola, con la violenza disperata delle zuffe tra branchi di cani.

La bellezza nel film è un po' un filtro che serve a distanziare, a rendere con una certa leggerezza umoristica, un aspetto del mondo che non è per niente dissimulato, e che è il suo orrore.

Così la rassegnazione dei cani emarginati; oppure la rabbia degli uni verso gli altri nella quale sfogano la loro frustrazione; il senso di dignità che a volte riescono comunque a strappare alla loro condizione; perfino la violenza del desiderio erotico, sono resi nel film, pur attraverso la stilizzazione dei disegni, con un realismo incisivo.

Si potrebbe dire che nel film i cani risultano più umani degli umani. Ma forse, più precisamente, la morale della favola è che a tutti gli uomini può capitare, per tanti versi, di essere cani.

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 12 maggio 2018
»» QUI la scheda audio)


 
 
 
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