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Alberto Figliolia. Silvio Piola, "un grande artigiano del calcio" 
Ha saputo coltivare le sue doti e capacità, «piallandole e intagliando... con meticolosa cura e amorevole abnegazione»
16 Agosto 2009
 

Ne ha giocati 22 + quello anomalo del 1945-46 + quello non conteggiato del 1944 (con il Torino Fiat dei dioscuri Ezio Loik e Valentino Mazzola). Nell'ordine: 5, dal 1929-30 al 1933-34, con la gloriosa casacca bianca della Pro Vercelli, che un tempo aveva vinto sette scudetti, l'ultimo dei quali nel 1922; 9, dal 1934-35 al 1942-43, con la Lazio, volutovi – si sussurra – dalla gerarchia del Regime; 2, 1945-46 e 1946-47, con la Juventus; 6, dal 1948-49 al 1953-54, con il Novara, mai così a lungo in serie A se non con il bomber per antonomasia nelle sue file. Non ne vinse uno. Non guadagnò un titolo tricolore in tutte queste annate spese a sfondare difese e bucare portieri. A dire il vero, un campionato lo vinse: quello 1946-47 di serie B con la maglia novarese trascinata in serie A anche dai suoi 16 sedici goal. Eppure non era affatto un perdente Silvio Piola, nato a Robbio, in Lomellina, il 29 settembre (dicatum Sancto Gabriele Arcangelo) 1913 e campione del mondo 1938. Non fu mai campione d'Italia, e lui non ebbe colpe, ma si poteva fregiare per sempre del titolo di campione del mondo.

Per definire l'immane grandezza del personaggio calcistico – l'uomo era riservato e schivo, una gran brava persona – basta snocciolare pur in maniera sparsa, quasi casuale (ma casuali non erano i suoi gol), un po' di date, dati e numeri: 364 reti totali, di cui 290 in serie A, record, questo, irraggiungibile per chiunque; in doppia cifra di gol in sedici campionati; esordio nella massima divisione a neanche sedici anni e mezzo (Pro Patria-Pro Vercelli 1-0) e a neanche diciott'anni era stato capace d'infilare 13 palloni oltre le spalle degli estremi difensori; 6 gol in una sola partita, il 29 ottobre 1933, Pro Vercelli-Fiorentina 7-2, al 1', 14', 61', 70', 77' e 86', autentico castigamatti; capocannoniere nel 1937 e 1943; in azzurro 34 presenze e 30 reti, di cui 5 ai vittoriosi Mondiali di Francia, con doppiette nei quarti di finale ai temibili padroni di casa e in finale contro i maestri magiari ormai superati dai giocatori nostrani; la stupefacente media gol in azzurro di 0,88, primo all time, e l'esordio al Prater di Vienna sigillando il match con la solita sua doppietta (peraltro era un discreto amante della caccia), 51' e 81', 0-2 e tutti a casa!; il 7 febbraio 1954 in Novara-Milan, diciannovesima giornata, segnò il suo ultimo gol in serie A all'età di oltre quarant'anni e a quasi trentanove anni il 18 maggio 1952, aveva disputato l'ultimo match in Nazionale, contro l'Inghilterra, proprio la squadra cui aveva segnato un clamoroso gol di pugno nel 1939, antesignano della Mano de Dios taggata Dieguito Armando; ancora adesso miglior marcatore in A di Pro Vercelli, 51 marchi di fabbrica, Lazio, 143, e Novara, 70.

Dunque, il primo campionato professionistico fu intrapreso dal giovane vercellese nell'ottobre del 1929, ottavo dell'era fascista: un anno ricordato soprattutto per la scoperta della Legge di Hubble, la dimostrazione del funzionamento del cinescopio, alias lo strumento prodromico alla televisione, il crollo della Borsa di Wall Street, il primo sorvolo dell'Antartide, i dissidi fra Trotsky e Stalin, e terminò, come detto, nel 1954, l'anno dell'avvento della TV nel Bel Paese, della presa del potere di Gamal Abd el-Nasser in Egitto, della conquista del K2, la seconda montagna della Terra, forse la più terribile, per opera della spedizione tricolore capitanata da Ardito Desio, Achille Compagnoni e Lino Lacedelli. Ne erano cambiate di cose in tale lasso di tempo!

Silvio era un fromboliere spietato con le sue lunghe leve e muscoli rivestiti di spigoli aguzzi. Molto moderno nel gioco, capace di partire ed evoluire spalle alla porta, abile anche nel dialogo, fortissimo in acrobazia, sapeva convivere e giocare pure con il dolore: di lui si tramanda che scendesse in campo anche mezzo rotto. Leggendaria una sua doppietta in un derby capitolino, realizzata avendo il volto letteralmente sanguinante. 179 cm, non pochi per l'epoca, di potenza fisica, una sorta di uomo vitruviano nato per fare gol. «Negli stacchi fa valere la statura e i gomiti, con un cinismo agonistico perfettamente giustificato dalla solita sleale trucidezza dei difensori», scriveva di lui il Magister Gianni Brera.

Raramente falliva Piola. Stupiva se accadeva, come quel 24 ottobre 1937 in cui la Lazio nella finale di Coppa Europa perse 5-4 contro il Ferencvaros dopo che il suo centravanti aveva sbagliato il rigore del possibile 5-3 tirandolo centrale in bocca al portiere quasi incredulo. Un episodio, l'eccezione che conferma la regola. Se a Peppino Meazza si dedicavano negli anni Trenta canzoni, ciò avveniva anche per Piola. Stade de Colombes domenica 19 giugno 1938, ore 15: Silvio segna il 2-1 e il 4-2 della finale iridata, rispettivamente con una potente botta di destro a mezz'altezza dopo una magistrale manovra corale e una rasoiata di destro rasoterra a fil di palo. Rileggiamo quel che scrisse Paolo Monelli sulle pagine di un quotidiano riguardo alla sfida: «Una risacca di attese... tutti noi avevamo qualche cosa alla gola, un'ansia, uno struggimento, una irritazione, stavamo male insomma, e ci sporgevamo sul minuto futuro con un senso di vertigine, come sopra un precipizio. Seguivano i balzi del pallone, i passaggi matematici, certe prillatine di piedi ballerini... ecco Colaussi che scende di corsa e dà la palla a Ferrari, che con passo di danza se ne lava le mani (o dobbiamo dire se ne lava i piedi?) e offre a Piola. Piola dice -qui ci vuole una toccatina di Meazza- e gli dà la palla, ma Meazza non volendo restare in debito serve di nuovo Piola e lui insacca in rete... Era ora, a momenti ci veniva un accidenti. Anche il quarto punto fu un bel viaggetto di andata e ritorno: Biavati tira in porta, colpisce il palo, ci resta male, Piola si impadronisce della palla ma ha gli ungheresi addosso e restituisce a Biavati -cortesia per cortesia- Biavati rende a Piola e Piola... catapulta in rete».

Fra gli altri aneddoti che lo riguardano da citare quello per cui durante la Grande Guerra, nel marasma generale della nazione, fu ritenuto morto e, si dice, la sua squadra giocò una partita con la fascia del lutto al braccio e fu celebrato un rito funebre. Ma l'inossidabile Silvio ricomparve, più forte di bombe e macerie.

Udiamo poi dalla sua voce alcuni ricordi: «Le mie stagioni nella Juventus furono due e furono le stagioni più romanzesche della mia vita... a Torino, nella maglia bianconera, ho vissuto i miei mesi più difficili, ho attraversato le peripezie e le vicissitudini più strane, così che, a ricordarmi di quei giorni, me ne sento quasi orgoglioso, perché erano giorni davvero difficili, erano tempi duri per il nostro Paese. Ricordo alcune partite della stagione 1945-46. Contro l’Inter, in una partita attesissima, il 17 febbraio del 1946, lottammo novanta minuti. La difesa dell’Inter, con Franzosi, Marchi e Passalacqua, Cominelli, Milani e Barsanti, bloccò inesorabilmente ogni nostra offensiva... quel pomeriggio non ci fu nulla da fare; Franzosi parava tutto, ricordo che parò una mia capocciata da un metro ed una sventola di Sentimenti IV da quaranta metri, per la quale il pubblico aveva già urlato al goal. Ma, ripeto, non furono anni facili, ed il mio rendimento non fu soddisfacente. Io non potei rendere nella Juventus come il presidente Dusio sperava, perché ci si allenava poco ed andavo soggetto a molti strappi. Io abitavo a Vercelli e, per venire a Torino ad allenarmi, ci mettevo non meno di cinque ore. I servizi ferroviari risentivano della lunghissima ed atroce guerra; ricordo che salivo in treno alle undici ed arrivavo nel tardo pomeriggio. Nelle stazioni si rimaneva fermi per ore. Arrivavano ordini e contrordini, spesso invece di continuare il percorso, si rifaceva la strada del ritorno. Una volta partii da Vercelli alle undici e tornai a Vercelli all’una. La stagione 1945-46 finì, per noi, con una beffa e con una scazzottatura gigantesca a Napoli, dove pareggiammo 1 a 1 e dove perdemmo lo scudetto, vinto dal Torino, soprattutto per le scarponerie di Pretto, la mia “bestia nera”, con il quale pochissime volte nella mia carriera riuscii a giocar bene. Non è che Pretto mi intimorisse, ma entrava duro e cieco, a testa china, e così io a Napoli, bersagliatissimo dalla folla, non fui di grande utilità. Il campionato fu vinto dal Torino con un punto su di noi. Avevamo disputate 26 partite nel girone eliminatorio e poi si sono giocate 14 partite per il girone finale. La guerra era finita da pochi mesi e le trasferte erano travagliate da enormi difficoltà. Le cose si normalizzarono nella stagione seguente... Venti squadre in campionato, grande passione, stadi di nuovo traboccanti di gente».

La figlia Paola, psicologa dello sport, ama ricordarlo come un grande artigiano del calcio, uno che aveva saputo coltivare le sue doti e capacità, «piallandole e intagliando... con meticolosa cura e amorevole abnegazione». Anche questo un ritratto veridico di chi lo conosceva a fondo.

A Silvio Piola ben si addicono le parole della poesia If (Se) di Rudyard Kipling: «Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina/ E trattare allo stesso modo quei due impostori.../ O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,/ E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;// Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite/ E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,/ E perdere e ricominciare di nuovo dal principio/ E non dire una parola sulla perdita;/ Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi/ A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,/ E a tener duro quando in te non resta altro/ Tranne la Volontà che dice loro: “Tieni duro!”...».

«Il calcio è una disciplina difficile, ma tutti possono giocarlo! È un gioco vario ed emozionante, arricchisce l’idee, la fantasia, le decisioni devono essere immediate. Nel confronto agonistico si misura la propria forza, stimola l’amor proprio. Si corrono dei rischi, ci si può far male, quindi comporta coraggio. È un gioco educativo. Ci sono sconfitte e vittorie, riuscire a superare un insuccesso rafforza il carattere e favorisce l’autocontrollo della persona; superare un’ingiustizia, non farsi giustizia, servirà nella vita!», dagli appunti del campione citati da Lorenzo Proverbio, autore del bellissimo Silvio Piola, il senso del gol (Edizioni Mercurio, 2006).

Silvio Piola è morto a Gattinara dai soavi profumi d'uva e vendemmia il 4 ottobre (giorno di San Francesco, patrono d'Italia) 1996, ma l'emblema dei suoi gol rimarrà indelebile, come l'esemplarità dell'esistenza che egli condusse.


Alberto Figliolia


 
 
 
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