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Gianfranco Cercone. “Tardo autunno” di Ozu Yasujiro
12 Maggio 2020
 

Quand’è che un film diventa un classico?

Si tratta di una promozione che, come si sa, avviene dopo qualche decennio, per quei film che possono essere visti con emozione, con gusto, anche da spettatori di generazioni successive a quella per cui quei film furono concepiti. Ma qual è il fattore che determina tale resistenza al tempo?

Forse – al di là dei cambiamenti della mentalità e dei costumi – l’elemento che più di ogni altro permette agli spettatori di oggi di immedesimarsi in personaggi immaginati in epoche passate, è la resa dei loro sentimenti, quando tale resa sia limpida, precisa, priva di artifici retorici.

Se è così, si capisce bene perché i film di un maestro del cinema giapponese - Ozu Yasujiro - siano oggi considerati dei classici.

Prendiamo per esempio un suo film del 1960, intitolato Tardo autunno, uscito, insieme ad altri film di Ozu, in DVD in una versione restaurata edita dalla Tucker Film e dalla Cecchi Gori Entertainment. Ma il il film è disponibile anche su piattaforme digitali come Rakuten Tv e Chili.

La società che anche qui Ozu ci descrive, allo spettatore di oggi apparirà repressiva, soprattutto nei confronti delle donne.

Una delle sue regole è che per una ragazza l’unico modo per emanciparsi dalla famiglia di origine è il matrimonio. E poiché è tenuta alla riservatezza, a mascherare i propri sentimenti – specie se, da nubile, sono sentimenti d'amore per un uomo – è preferibile, a quanto pare, che quel matrimonio sia combinato dai genitori, magari con la collaborazione degli amici di famiglia.

Ora, tale sistema familiare e sociale è evidentemente avvertito da Ozu così naturale, che la sua descrizione è deprivata del senso di oppressione che può indurre in noi; anzi, quella descrizione quasi si impone di essere leggera e umoristica. E se in qualche momento le ragazze, le donne, si fanno sentire, cominciano a imporre la propria volontà contro le pretese degli uomini di stabilire i loro destini privati, non sembra che per il momento la loro voce sia davvero in grado di sgretolare una tradizione secolare.

Del resto, il centro focale del film non è quel sistema, che forma soltanto il contesto del racconto – di cui il film registra la crisi, ma che non intende mettere in questione; è piuttosto una piccola anomalia che si genera al suo interno, e che il sistema provvede a risolvere.

Capita che una ragazza, figlia unica, sia così affezionata alla madre, rimasta vedova ancora giovane, che non vuole saperne di sposarsi, nemmeno con un buon partito che amici di famiglia hanno trovato per lei, e che sarebbe anche di suo gradimento.

Troppo grave per lei è la pena per sua madre, che, se lei si sposasse, resterebbe sola, priva del suo unico conforto.

Quegli stessi amici cercano allora di provvedere un marito anche alla vedova, ma lei è ancora affettivamente così unita all’uomo che ha perduto, che non se la sente di ricominciare una nuova relazione.

Si può presto intuire che la figlia finirà per sposare il ragazzo che in fondo le piace, e che la madre si rassegnerà a vivere senza di lei.

Ma più che il fatto in se stesso, il film di Ozu racconta il conflitto di sentimenti che la circostanza genera nei suoi protagonisti. Se la ragazza in un primo tempo è davvero intenzionata a prolungare la relazione con la madre – i viaggi in montagna, i pranzi al ristorante, sola con lei –, quell'intenzione, perfino appassionata, si scontra però con la disperazione, perché è troppo doloroso, mortifero, sacrificare per sua madre l’amore coniugale. E se la madre in un primo tempo vorrebbe illudersi che la convivenza con la figlia possa continuare indefinitamente, comprende poi che è più saggio e amorevole lasciare che lei si sposi, e accettare il destino di essere messa in disparte.

Sono sentimenti nel film facilmente leggibili. In quelle specie di palcoscenici spogli in cui si svolgono i film di Ozu, dove i paraventi di legno e di tela che arredano tanti interni giapponesi, sono disposti nelle inquadrature come le quinte di un teatro; e in cui risaltano le minime espressioni, i gesti sempre misurati dei personaggi, quei sentimenti sono espressi con tale limpidità e immediatezza, che li percepiamo in noi stessi, e ci avvincono e ci commuovono.

Dunque: un invito a riscoprire i “classici” di Ozu, e in particolare Tardo autunno, magari in occasione della Festa della Mamma. (Ozu, a differenza del suo personaggio, visse fino alla morte insieme a sua madre e non si sposò mai.)

 

Gianfranco Cercone

(Trascrizione della puntata di “Cinema e cinema”
trasmessa da Radio Radicale il 9 maggio 2020
»»
QUI la scheda audio


 
 
 
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