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Monica Giorgi: Sfumature anarchiche in Simone Weil (parte terza e conclusiva)
Lasciapassare di Simone Weil a Londra, 1943 (Photo Snark International in
Lasciapassare di Simone Weil a Londra, 1943 (Photo Snark International in 'A', giugno 2009) 
16 Agosto 2009
 

Manifesto per la soppressione dei partiti politici

Lo scritto viene pubblicato per la prima volta sul n. 26 della rivista La table ronde nel febbraio del 1950. Poco dopo la pubblicazione, André Breton ne parla sul quotidiano Combat e Alain (Emile Chartier) nel successivo numero di aprile de La table ronde. Entrambi lo considerano come uno dei più penetranti dell'autrice e richiedono che il Manifesto sia destinato «alla maggiore diffusione possibile»: cosa che peraltro non avviene. Solamente nel '57 è integrato nel volume Ecrits de Londres et dernieres lettres per le edizioni Gallimard.

Probabilmente Simone lo scrive verso il '34 poco prima di entrare in fabbrica, perché in una lettera all'amica e biografa Simone Petrement si intravede, tra l'altro, l'urgenza di attingere ricerca e impegno fuori dai luoghi autoreferenziali delle organizzazioni politiche: «Ho deciso di ritirarmi del tutto da ogni specie di politica, salvo per quel che riguarda la ricerca teorica. Ciò non esclude per me nel modo più assoluto l'eventuale partecipazione ad un grande movimento di massa spontaneo (nei ranghi, come soldato) ma non voglio nessuna responsabilità per quanto piccola, neppure indiretta, perché sono sicura che tutto il sangue che verrà versato verrà versato invano, e che si è battuti in partenza».

Occorre tener presente che fin dalle prime pagine delle “Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale”, Weil ritiene essere la mancanza di pensiero pensante a rendere possibile la costituzione dei fascismi e dei regimi totalitari. A onor del vero, questi non hanno bisogno, almeno nella fase iniziale del loro avvento, di reprimere alcunché, giacché proprio quella mancanza ne costituisce la condizione favorevole. La ricerca storica e politica di Weil mette in chiaro come, nel presente dei tempi, il movente del pensiero non è più il desiderio incondizionato, indefinito, della verità, ma il desiderio della conformità a un insegnamento prestabilito.

Scrive a Thevenon, nel febbraio del 1933: «È soprattutto il momento - e soprattutto per i giovani - di impegnarsi seriamente a rivedere tutte le nozioni, invece di adottare al 100% una qualsiasi piattaforma d'anteguerra, ora che tutte le organizzazioni operaie hanno completamente fallito [...]. Io non intendo più ammettere nessuna di quelle nozioni che prima della guerra si erano trasformate in articoli di fede, mai seriamente esaminate, e smentite da tutta la storia successiva».

Il Manifesto per la soppressione dei partiti politici mostra rigore di pensiero e richiama quella più alta moralità, a partire dalla quale Weil basa il senso della rivoluzione. Moralità e pensiero sono sostenuti dall'amore per la verità. Mentendo alla verità, i paladini dei poteri costituiti e dei partiti politici ammutoliscono il pensiero in dogmi e dottrine inconfutabili; Weil parla della verità vissuta in anima e corpo secondo le parole del Cristo: «sono venuto per rendere testimonianza alla verità».

«Per apprezzare i partiti politici secondo il criterio della verità, della giustizia e del bene pubblico conviene cominciare distinguendone i caratteri essenziali», scrive Simone e ne attesta tre. Un partito politico è una macchina per fabbricare passione collettiva (e per passione collettiva lei intende fanatismo); un partito politico è un'organizzazione costruita in modo da esercitare una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte; il fine primo e, in ultima analisi, l'unico fine di qualunque partito politico è la sua propria crescita, e questo senza alcun limite.

«Per via di questa tripla caratteristica, ogni partito è totalitario in nuce e nelle aspirazioni. Se non lo è nei fatti, questo accade perché quelli che lo circondano non lo sono di meno». Considerando la terza caratteristica, Simone la illustra come caso particolare di un fenomeno che si verifica ovunque la collettività prenda il sopravvento sugli esseri pensanti. «I partiti sono un meraviglioso meccanismo in virtù del quale in tutta l'estensione di un paese, non uno spirito dedica la sua attenzione allo sforzo di discernere, negli affari pubblici, il bene, la giustizia, la verità».

Weil prosegue ammettendo che il meccanismo di oppressione spirituale e mentale proprio dei partiti è stato introdotto nella storia dalla chiesa cattolica nella sua lotta contro l'eresia. E se, nonostante l'Inquisizione, la chiesa non ha soffocato del tutto lo spirito di verità è perché la mistica offriva un rifugio sicuro. Rifugio sicuro non tanto per l'incolumità fisica o la scomunica morale, ma per mantenere viva la verità, la testimonianza della quale "è costituita dai pensieri che sorgono nello spirito di una creatura pensante, unicamente, totalmente, esclusivamente desiderosa della verità". I partiti le sembrano, in conclusione, un male senza mezze misure. La loro soppressione «costituirebbe un bene quasi allo stato puro», giacché l'operazione di prendere partito, anche in termini più generali, «di prendere posizione pro o contro, si è sostituita all'operazione del pensiero».


Riflessioni sulla guerra

Molti anni fa mi capitò di trovare una pubblicazione, compilata in ciclostile da Jean, Maison du Peuple, Bois de Boulogne - Brest e ripresa in fotocopia dal Gruppo d'Edizioni Libertarie responsabile Assandri Luigi, Via Ravenna 3 Torino, 18 novembre 1976, Lire 200: Simone Weil, Riflessioni sulla Guerra. Tra il nome dell'autrice e il titolo è stato impresso il simbolo anarchico della A cerchiata.

Nella breve prefazione all'opera si legge: «L'autrice di questo scritto, pubblicato dall'ottima rivista La critique sociale, di Parigi, non è anarchica. Ma la sua presa di posizione di fronte alla guerra e al giacobinismo bolscevico corrisponde quasi interamente alle nostre idee attuali e a molte delle idee esposte dagli scrittori anarchici più eminenti. Quell'ombra di pessimismo che si proietta sulle conclusioni di questo vigoroso esame dei problemi rivoluzionari della guerra, gioverà a quanti si compiacciono nutrire illusioni cullanti la loro inerzia. È tempo di pensare chiaramente e di volere con fermezza. La guerra si avvicina a rapidi passi; e dobbiamo esaminare il da farsi per fare. Pubblicando questo scritto abbiamo fatto opera utile. Ne siamo certi; e speriamo che tutti i compagni faranno quanto è loro possibile per facilitarne la diffusione».

Il saggio costituisce, a mio avviso, il più prezioso dei contributi che la filosofa francese ha donato al mondo. La ragione che mi porta a dare questa valutazione risiede, essenzialmente, nella precisione storica di una ricerca aderente ad una più alta moralità con cui vengono portate avanti le riflessioni sulla guerra. Scritte nel '33, anticipano, con evidenza premonitrice, gli eventi del prossimo futuro rispetto al presente di allora e apportano altresì una vena di attualità riguardo a quelli odierni, assumendo il profilo di opera eterna.

Fra i meccanismi dell'oppressione sociale e quelli che presiedono, in forma ancora più acuta, allo stato di belligeranza Weil dimostra la perfetta continuità.

L'elemento che caratterizza la cultura europea è la forza. A partire dalla storia greca, attraverso la lettura dell'Iliade, definito da Weil «poema della forza», tale elemento viene colto in un duplice orientamento: la forza subita e la forza imposta. Al primo senso corrispondono lo sradicamento e la propensione verso il tradimento, anche nella forma del collaborazionismo; al secondo corrispondono i regimi nazionalisti e totalitari.

Già attraverso la critica all'illusione rivoluzionaria Weil sottolinea il doppio laccio che la forza impone a vinti e vincitori. Nel Quaderno III, si legge: "L'illusione della rivoluzione consiste nel credere che le vittime della forza siano innocenti riguardo alle violenze che si verificano, e, quindi, se si mette la forza nelle loro mani, esse ne faranno un uso giusto. Ma, se si eccettuano quelli che sono almeno assai prossimi alla santità, le vittime sono macchiate dalla forza quanto i carnefici. Il male che è all'impugnatura della spada si trasmette alla punta. E così le vittime, pervenute ai fastigi e inebriate dal cambiamento, fanno altrettanto o più male, poi ricadono ben presto. [...] Il socialismo consiste nel collocare il bene nei vinti; il razzismo, nel collocarlo nei vincitori. Ma l'ala rivoluzionaria del socialismo si serve di quelli che, benché nati in basso, sono per natura e per vocazione vincitori; e così approda alla stessa etica».

Per sciogliere il nodo gordiano che si profila sulla questione della guerra, Weil trova una mediazione, teologica e morale al contempo, nel testo dell'epica indiana Bhagavad Gita dove si narra la storia di Arjuna. Questi, trovandosi nella condizione di dover fronteggiare una guerra fratricida (tutte le guerre sono fratricide) tra rami della stessa famiglia, è ispirato dal dio Krishna a partecipare al conflitto accanto ai membri della propria famiglia, con la consapevolezza che uccidere è anche accettare di essere uccisi. Arjuna inoltre viene ispirato dal dio nel senso di cancellare in sé l'intenzione, per farla franca, a dare la morte con sotterfugi e di disporsi a rifiutare i frutti di un'eventuale vittoria.

In base allo spirito con cui Weil “risolve” la drammaticità della scelta belligerante, credo di poter dire che non si tratta di pacifismo per principio. Si tratta, e la cosa appare ancora più evidente nelle Riflessioni sulla guerra, di antimilitarismo vero e proprio. Sono gli apparati militare, burocratico e poliziesco le forze agenti, simboliche e reali, a condurre al massacro della guerra, definito da Weil «la forma più radicale dell'oppressione». In ultima istanza potrei dire che l'autrice considera “rivoluzionaria” soltanto la guerra che non c'è.

Le Riflessioni svolgono un'analisi storica delle varie concezioni a partire dal 1792, periodo in cui matura l'idea della guerra rivoluzionaria. Si sognavano guerre liberatrici e se ne facevano eloquenti apologie. Anche su Proudhon la guerra ha esercitato un certo prestigio, indotto probabilmente dall'aleatorio quanto illusorio termine di “rivoluzionaria” ad essa impresso. Gli eventi bellici del 1870 obbligano le organizzazioni proletarie, in primis l'Internazionale, a prendere un atteggiamento concreto di fronte alla guerra: atteggiamento impostato sull'opposizione a qualsiasi tentativo di conquista, ferma restando la difesa del paese.

La concezione di Engels del 1892, fatta successivamente propria da Plekanov e Mehring, sostiene che per giudicare un conflitto bisogna vedere quale ne sarebbe l'epilogo più favorevole al proletariato internazionale e comportarsi di conseguenza. In pratica Engels invita i socialdemocratici di Germania, il caso occorrendo, ad intervenire con tutte le proprie forze in una guerra combattuta contro la Germania dalla Francia alleata della Russia.

«Non si trattava più di difesa o di attacco» osserva Weil, «ma di preservare, con l'offensiva o la difensiva, il paese dove il movimento operaio era più forte e di schiacciare il paese più reazionario».

Da Lenin e i bolscevichi proviene un sì deciso alle guerre nazionali e rivoluzionarie; sono gli spartachisti, Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, a opporre una qualche diversa nozione: lei con l'assenso solo per le guerre rivoluzionarie, lui con la considerazione che il principale nemico del proletariato è in casa propria. Nella tradizione marxista-leninista riguardo alla guerra, Weil mostra la generale confusione del quadro teorico, quadro addirittura discrepante per l'unità del proletariato. Lo evidenzia il fatto che «la celebre frase di Liebknecth, “il nostro principale nemico è in casa nostra”, assegna alle frazioni nazionali del proletariato un nemico diverso, opponendo così, almeno in apparenza, le une contro le altre». Si arriva all'assurdo, per cui una frazione del proletariato lotterebbe contro il governo del proprio paese favorendo di fatto la vittoria dell'imperialismo, rappresentato dal governo nemico contro il quale deve lottare l'altra frazione nazionale del proletariato.

Se dunque nella tradizione marxista regna la confusione per quanto riguarda le concezioni e i relativi atteggiamenti da assumere di fronte alla guerra, persiste nondimeno un unico tratto comune che, nella riflessione weiliana, risulta essere peggiore delle suddette implicazioni. Esso consiste nel «rifiuto di condannare categoricamente la guerra in sé».

Dove Kautsky e Lenin, parafrasando la massima di Clausewitz, vedono nella guerra la continuazione della politica di pace, Weil ravvisa il punto di contatto e, partendo per la tangente, afferma su tutt'altro piano: «Bisogna giudicare la guerra dai mezzi violenti che impiega, non dagli obiettivi a cui mirano questi mezzi».

Nel dopoguerra si respira una diversa atmosfera morale. Il partito bolscevico, che desidera ardentemente la guerra rivoluzionaria, deve rassegnarsi alla pace, non per ragioni di principio ma sotto la pressione dei soldati russi, ai quali l'esempio del 1793 non ispira maggiore emulazione quand'è evocato dai bolscevichi, di quando lo è da Kerenski. Il fatto è che invece di condannare la guerra in quanto imperialista, si incomincia a condannare l'imperialismo in quanto fautore di guerra. La guerra, per Weil, è il prolungamento della produzione, della concorrenza e della supremazia; le armi sono messe al loro servizio e lo stato di belligeranza non fa che riprodurre, ad un grado molto più acuto, i rapporti sociali costituenti la struttura stessa del regime. Il grande errore in cui cadono quasi tutte le opere riguardanti la guerra è di considerarla un episodio di politica esterna, mentre è prima di tutto un fatto di politica interna, il più atroce; un rilievo elementarissimo lo conferma: «il massacro è la forma più radicale dell'oppressione. [...] La guerra è un bene per gli ufficiali dell'esercito, per gli ambiziosi, per gli aggiotatori, per il potere esecutivo». A chiare note Simone continua: «La guerra rivoluzionaria è la tomba della rivoluzione e lo sarà sempre fino a quando non si sarà dato ai soldati, o piuttosto ai cittadini armati, la possibilità di fare la guerra senza apparato dirigente, senza pressione poliziesca, senza leggi eccezionali, senza punizioni per i disertori. Una volta nella storia moderna, la guerra è stata fatta in questo modo, sotto la Comune [...] Entrata in guerra la rivoluzione però soccombe sotto i colpi della controrivoluzione e diventa controrivoluzione per effetto stesso della lotta militare».

Riflessioni sulla guerra riprende a svolgere, in una diversa messa a fuoco, la critica alla concezione rivoluzionaria: più precisamente alla vaghezza del termine “rivoluzione”, in quanto parola usata insensatamente, privata di senso, a cui ciascuno mette quello che preferisce. Tale critica, congiunta al riferimento sulla forza che caratterizza la storia europea, induce Weil ad attestare che il fattore rivoluzionario di una guerra è possibile nel senso impiegato dai nazionalsocialisti. L'assenso alla guerra nazionale presente nella propensione bolscevica, come nell'intento dell'union sacrée dei socialdemocratici, viene da entrambe le istanze motivato come una condizione favorevole al proletariato, in quanto la partecipazione alla guerra costringerebbe lo stato a fare concessioni in favore della classe lavoratrice. «L'ostilità verso i capitalisti, che in un certo modo determina la posizione dei nazionalsocialisti, viene da questi ultimi ripresa a vantaggio dell'apparato statale», avverte Weil.

Il fenomeno della guerra e il fascismo sono intimamente legati: lo spirito guerriero evocato dai testi fascisti, il socialismo del fronte, esplicitano questo legame anche simbolicamente. «Si tratta dell'annichilimento totale dell'individuo davanti alla burocrazia dello stato grazie a un fanatismo esasperato. Se il sistema capitalistico si trova più o meno danneggiato nella faccenda ciò non può essere che a discapito, non a profitto, dei valori umani e del proletariato, per quanto oltre possa in certi casi spingersi la demagogia», scrive Weil.

L'impotenza in cui ci si trova, di fronte ad una società che rassomiglia ad una macchina da cui gli uomini sono afferrati e di cui nessuno conosce le leve di comando restandone stritolati, conduce tuttavia Simone Weil a concludere che tale impotenza «non può mai dispensare dal rimanere fedeli a se stessi, né scusare la capitolazione davanti al nemico, di qualunque maschera si vesta. E sotto tutti i nomi che può assumere, fascismo, democrazia o dittatura del proletariato, il nemico capitale resta l'apparato amministrativo, politico e militare. E non è il nemico che abbiamo di fronte, perché lo è solo nella misura in cui è quello dei nostri fratelli, ma è il nemico che dice d'essere il nostro difensore e fa di noi degli schiavi. Il peggior tradimento possibile, in qualunque circostanza, consiste sempre nell'accettare di sottostare a questo apparato e di calpestare in se stessi e negli altri, per servirlo, tutti i valori umani».


Lettera a Georges Bernanos

Allo scoppio della guerra civile in Spagna, Simone avverte l'impossibilità di restarne fuori. L'8 agosto passa la frontiera come corrispondente di guerra e raggiunge la colonna Durruti. Questo è l'unico episodio in cui partecipa attivamente a una lotta armata.

Nella colonna Durruti, Simone è impiegata per un'incursione di sabotaggio sulla riva dell'Ebro opposta a quella in cui sono stanziati i miliziani anarchici. Ma la sua permanenza nella colonna è di breve durata; in seguito ad un banale incidente (Simone urta contro un calderone di acqua bollente ustionandosi una gamba) è costretta a lasciare la Spagna con l'intenzione, però, di ritornarvi nell'immediato, appena guarita. Di fatto, confessa poi a Bernanos di non aver più sentito la necessità interiore di partecipare a quella che non è, come all'inizio appare, una guerra di contadini affamati contro i proprietari terrieri e un clero complice dei proprietari, ma una guerra tra Russia, Germania e Italia.

La partecipazione sembrerebbe contraddire le convinzioni di Simone sui rischi di una guerra rivoluzionaria, come appurato in Riflessioni sulla guerra. Weil, tuttavia, punta sull'eventualità per quanto debole che la rivoluzione eviti di diventare guerra; inoltre, come già aveva scritto a Simone Petrement nel '34, il ritiro da ogni specie di politica non le avrebbe nel modo più assoluto vietato «l'eventuale partecipazione ad un grande movimento di massa spontaneo (nei ranghi, come soldato)». E nei ranghi come soldato si arruola.

Un'emozione particolare dell'esperienza spagnola nelle fila anarchiche viene espressa nello scritto, progettato per un articolo, Non-intervento generalizzato (inverno '36-'37). Il giorno in cui Leon Blum ha deciso di non intervenire in Spagna, si è assunto una grave responsabilità, argomenta Weil. «[...] Ebbene! Se noi abbiamo accettato di sacrificare i minatori delle Asturie, i contadini affamati di Aragona e di Castiglia, gli operai libertari di Barcellona piuttosto che scatenare una guerra mondiale, nient'altro al mondo deve portarci a scatenare la guerra. Niente, né l'Alsazia-Lorena, né le colonie, né i trattati. Non si dirà che qualcosa al mondo ci sia più caro della vita del popolo spagnolo».

La lettera a Georges Bernanos costituisce una testimonianza di fedeltà alla verità. Per molti aspetti risulta essere anche una testimonianza sconcertante per chi vede il male schierato tutto dalla parte dell'altro e strumentalizza il bene come mezzo per raggiungere un fine che è fuori dal bene stesso: solo il bene è fine a sé. Simone si rivolge allo scrittore per aver letto I grandi cimiteri sotto la luna e per esserne stata colpita sulla base dell'esperienza che Bernanos ebbe della guerra civile spagnola, rivissuta in quel suo libro. «Io ho avuto un'esperienza che corrisponde alla sua», scrive Simone, «benché assai più breve, meno profonda, collocata altrove e vissuta in apparenza - solo in apparenza - con tutt'altro spirito».

Parla (cosa inusitata in lei il riferimento personale) delle sue simpatie che, fin dall'infanzia, sono andate ai raggruppamenti che si richiamano agli strati più disprezzati della gerarchia sociale, finché non ha preso coscienza del fatto che questi raggruppamenti risultano essere di natura tale da scoraggiare ogni simpatia. «L'ultimo ad avermi ispirato un po' di fiducia, prosegue Simone, è stato la Cnt spagnola [...] avevo visto nel movimento anarchico l'espressione naturale della grandezza [del popolo spagnolo] e dei suoi difetti, delle sue aspirazioni, quelle più e quelle meno legittime. La Cnt, la Fai erano un miscuglio sorprendente, dove si accettava chiunque, e dove, di conseguenza, erano a stretto contatto l'immoralità, il cinismo, il fanatismo, la crudeltà, ma anche l'amore, lo spirito di fraternità, e soprattutto la rivendicazione dell'onore, che è così bella negli uomini umiliati».

In quel che Georges Bernanos riesce ad emanare con I grandi cimiteri sotto la luna, Weil riconosce «l'odore di guerra civile, di sangue e di terrore» respirato durante la sua breve esperienza. Benché non abbia visto né sentito nulla che raggiunga veramente l'ignominia delle storie raccontate da Bernanos - assassinii di anziani contadini, balilla che fanno correre i vecchi a colpi di manganello - Simone ammette che quel che ha sentito e visto è stato sufficiente. E racconta una serie di episodi di crudeltà, di spreco di sofferenza, di inutile morte, non solo per evidenziare il raccapriccio suscitato dai fatti di per se stessi, quanto per testimoniare l'atroce verità di non aver mai "visto nessuno, nemmeno in confidenza, esprimere repulsione, disgusto o solo disapprovazione per il sangue inutilmente versato". Qui sta il punto che, nella guerra dispiegata, tormenta Simone e che, ribaltandolo, lei assume come elemento centrale del senso del confliggere: rispetto dovuto al nemico e valore di ogni essere umano.

Nella Lettera a Georges Bernanos Weil ripropone, con altra versione simbolica che vede la verità non sulle teorie astratte, bensì sull'evidenza di quanto gli atteggiamenti concreti degli uomini manifestano di interiore, il suo vigoroso e sempre precisato antimilitarismo, che l'accomuna a mio avviso all'antimilitarismo anarchico. Ma come sempre l'allontana con un di più di verità che sfugge alle ideologie: il nemico non visto è dentro di sé.

La differenza notata tra miliziani, uomini armati, e popolazione disarmata le fa dire: «Questi miseri e magnifici contadini d'Aragona, rimasti così fieri sotto le umiliazioni, non erano per i miliziani nemmeno oggetto di curiosità. Senza offese, senza ingiurie, senza brutalità - io almeno non ho mai visto niente di simile, e so che furto e stupro, nelle colonne anarchiche, erano passibili della pena di morte - un abisso separava gli uomini armati dalla popolazione disarmata, un abisso del tutto simile a quello che separa i poveri dai ricchi. Ciò si avvertiva nell'attitudine sempre un po' umile, sottomessa, timorosa degli uni, e nella spigliatezza, nella disinvoltura, nella condiscendenza degli altri».

Nessuno, che lei sappia, si è immerso come Georges Bernanos nell'atmosfera della guerra spagnola. In fedeltà alla verità - che importa se Bernanos è monarchico - lui le è più vicino dei compagni delle milizie d'Aragona, «di quei compagni che, pure, amavo».

La lettera a Bernanos lascerebbe pensare ad una certa amarezza deludente a seguito dell'esperienza in terra di Spagna. La cosa, che probabilmente ha un suo peso effettivo, viene però smentita o, meglio direi, rilanciata, rigiocata da una serie di lettere, sedici per l'esattezza, che Simone Weil scrive durante l'ultimo periodo dell'esilio a Marsiglia ad Antonio Atares, spagnolo, contadino e anarchico internato nel campo del Vernet nell'Ariege e successivamente in quello di Djelfa in Algeria. La linfa d'oro puro che cola da queste lettere trova titolo nella pubblicazione, a cura di Domenico Canciani e Maria Antonietta Vito, L'amicizia pura - Un itinerario spirituale.

Simone incontra Antonio nei termini e nei modi con cui inizia la prima lettera, datata 10 marzo 1941: «Signore, sarà certamente meravigliato di ricevere una lettera da una persona sconosciuta; ma un suo vecchio compagno di prigionia, Nicolas, mi ha parlato di Lei in un modo tale che mi sembra di conoscerla [...] Sono stata, per qualche tempo, nel suo bel paese [...] Non ho mai dimenticato i contadini che ho visto nelle campagne; mi hanno lasciato un'impressione indimenticabile. Per questo, quando Nicolas mi ha parlato di Lei, mi è parso di conoscerla da tanto tempo». Simone lascia l'amico, senza perderlo, alla verità della bellezza che le fa dire, nell'ultima lettera (non datata): «Alle stelle, alla luna, al sole, all'azzurro del cielo, al vento, agli uccelli, alla luce, all'immensità dello spazio, a tutte queste cose che ti sono sempre accanto, affido i miei pensieri per te, perché ti donino ogni giorno la gioia che desidero per te e che tu meriti sicuramente. Credi alla mia profonda amicizia».

La vertiginosa concezione dell'amicizia, che Simone Weil vive nella concreta relazione epistolare con Antonio Atares, trova ancora la sua splendida attestazione nelle pagine che dicono Le forme dell'amore implicito di Dio: «L'amicizia è il miracolo grazie al quale un essere umano accetta di guardare a distanza e senza avvicinarsi quello stesso essere che gli è necessario come un nutrimento».


Prologo in conclusione

Gli obblighi sono molti, devo ripetere. Ma per aver tentato di assolverne qualcuno, occorre averli circoscritti in piccola parte, all'ombra di quell'obbligo immenso verso Simone Weil. Sì, proprio verso di lei, in umile ascolto, chinata sulle parole e sui pensieri che ha lasciato come eredità senza testamento: una miriade di scritti colmi di passione e di incertezze, di verità pungenti e di rilanci inesauribili, di compiutezza circolante e di ordine rigoroso.

Obbligo e necessità sono i significanti che mi hanno aperto orizzonti impensati. Li avevo resi invisibili, cancellati da una posizione assunta come scelta tra i significati già riscontrati nella tradizione del pensiero anarchico. È avvenuto non un rinnegamento, bensì un ampliamento di quella tradizione e di quel pensiero. Obbligo e necessità sono semi-frutti che arricchiscono, con il vento delle parole, il presente in virtù del passato e il passato vive la presenza del ripensamento.

Obbligo: il diritto dell'altro. Necessità: il riconoscimento di altro. Che c'è e con cui occorre fare i conti, non per un vantaggio a senso unico, come si fa in proprio tornaconto, ma per obbligo verso l'altro: mondo creato e curato in relazione vivente, anche quando è relazione impersonale.

L'obbligo e il diritto dicono che chi si lascia aiutare è di aiuto a chi dispensa aiuto, credendosi forte di realizzarlo per la propria magnanimità senza tener conto della condizione dell'altro. La necessità e il riconoscimento dicono che il bene agisce anche nella realtà del male, considerato tale nella convinzione, cieca e innocente, più ignorante che colpevole, di chi riconosce come assoluto il proprio bene. E lo dispensa come se il bene dell'altro non esistesse se non nella forma del proprio e fosse, per ciò stesso, male se non la riflette a pieno. Non intendo discernere tra bene e male come concezioni opposte su cui improntare la moralità generale, intendo il bene una necessità che la necessità del non-bene attesta. A tal proposito, ricordo una considerazione di Luisa Muraro, espressa in riferimento al senso della libertà in relazione all'altro, che per me resta un insegnamento folgorante, semplice e così vero, da non far fatica a tenerlo in mente: «Una concezione della libertà non è una concezione libera; la libertà è la non-libertà dell'altro».

Sono due enunciati contigui, non due opposte definizioni che mi fanno capire questo: l'essere orienta, il dover essere ingiunge e molto spesso comporta sprechi di sofferenza e di dolore.

L'orientamento verso altro è dono d'essere relazionale; fa posto e apre a qualcosa d'altro che non siano le certezze assolute del proprio “io”, anche nella forma di ribaltamento dell'immagine della propria certezza: acquisizioni pregresse verso il futuro per eternizzarle in un delirio di onnipotenza. Che misconosce la limitatezza, la fragilità e l'esposizione relazionale della condizione umana.


Monica Giorgi

(da A rivista anarchica, giugno 2009,

diffuso in Nonviolenza. Femminile plurale, 8 agosto 2009)



(parte terza - fine)


N.B. Le note al testo sono state omesse nella pubblicazione nel “Manuale Tellus”. Le stesse sono reperibili nella versione originale del dossier in A rivista anarchica on line, ndr.


Bibliografia di riferimento

Quaderni, 4 volumi, Adelphi 1982.

La condizione operaia, Edizioni di Comunità 1974.

Riflessioni sulle cause della libertà e dell'oppressione sociale, Adelphi 1983.

Attesa di Dio, Rusconi 1999.

L'ombra e la grazia, Edizioni di Comunità 1951.

L'amore di Dio, Borla 1968.

Lettera a un religioso, Adelphi 2008.

Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Castelvecchi 2008.

Sulla guerra, Pratiche editrice 1998.

L'amicizia pura. Un itinerario spirituale, Città aperta 2005.

Fra gli innumerevoli saggi su Simone Weil segnalo, unitamente agli studi e alle prefazioni di Giancarlo Gaeta, la biografia di Simone Petrement, La vita di Simone Weil, Adelphi 1994, a cui più volte mi sono riferita nello svolgimento del testo.

Per l'incidenza che Simone Weil esercita sul pensiero della differenza sessuale e sulla politica delle donne richiamo, tra i molti, il lavoro di Wanda Tommasi, Simone Weil. Esperienza religiosa, esperienza femminile, Liguori 1997 e quello della Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier 1987. Per il valore e il significato simbolico che Simone Weil attribuisce all'azione non agente - il wu-wei del tao - raccomando il prezioso libricino di Chiara Zamboni, L'azione perfetta, Centro Virginia Woolf, Roma 1989.


Bibliografia delle traduzioni italiane non elencate precedentemente:

La prima radice, SE 1990.

La Grecia e le intuizioni precristiane, Rusconi 1974.

Venezia salva, Adelphi 1987.

Sulla scienza, Borla 1971.

I Catari e la civiltà mediterranea, Marietti 1997.

Piccola cara... lettere alle allieve, Marietti 1998.

Lezioni di filosofia, Adelphi 1999.



Questo dossier esce come supplemento del n. 345 (giugno 2009) della rivista mensile anarchica A; direttrice responsabile: Fausta Bizzozzero; registrazione al tribunale di Milano n. 72 in data 24.2.1971.

A esce regolarmente nove volte l'anno dal febbraio 1971. Non esce nei mesi di gennaio, agosto e settembre. È in vendita per abbonamento, in numerose librerie e presso centri sociali, circoli anarchici, botteghe, ecc. Se ne vuoi una copia/saggio, chiedicela. Siamo alla ricerca di nuovi diffusori.

Per qualsiasi informazione, compresa la lista completa dei nostri “prodotti” (dossier “Gli anarchici contro il fascismo”, letture di Bakunin, Kropotkin, Malatesta e Proudhon, volantoni della serie anti-globalizzazione, poster di Malatesta 1921, i nostri dossier, cd e dvd di/su Fabrizio De André, dossier e cofanetto su Franco Serantini, dvd sullo sterminio nazista dei Rom, lista di oltre cento cd, mc, ecc. della “Musica per A, ecc.), contattaci. Se ci fai avere per fax, e-mail o in segreteria telefonica il tuo indirizzo completo, ti spediamo a casa tutte le informazioni necessarie per poter ordinare quello che vuoi.

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